L’agente Immobiliare

(di E. Dased)

Lei sta aspettando, i capelli neri e lucidi raccolti in una treccia ordinata sono tutto ciò che indossa.
È Distesa sul letto sul letto in posizione prona.
Nuda.
Un paio di cuscini sotto la pancia le tengono il fondoschiena ben esposto. Due paia di manette serrano i polsi alla testata del letto, una testata in ferro battuto, di quelle che si facevano una volta. Una benda sugli occhi e la pallina di gomma sulla bocca, legata con una robusta fibbia dietro la nuca completa il quadro. Anche i piedi sono legati, con una corda da accappatoio, alla pediera del letto.
Ha fatto tutto da sola, a me ha lasciato solo un ultimo compito… ma è meglio che io proceda dall’inizio.
Mi chiamo Alberto e di professione sono un agente immobiliare.
Tutta questa storia è iniziata un paio di giorni fa durante un sopralluogo.
Una signora ha messo in vendita la sua villa, ormai troppo grande per lei che è rimasta sola… e ha chiamato me.

Una villa d’epoca, poco appariscente, appartata, con un’alta siepe di cipressi grigi a nasconderla da occhi indiscreti e un giardino in stile giapponese con pietre, acqua e bonsai curati con precisione certosina.
La signora, Anna, ha i suoi anni ben documentati da una fitta ragnatela di rughe che le attraversa la faccia in ogni direzione e che amplifica qualsiasi emozione voglia trasmettere. Gli occhi della signora mi ricordano quelli di una creatura… rapace, come se il suo spirito fosse pronto a spiccare definitivamente il volo. Le stringo la mano, oh! Che energia! Entriamo. L’interno è… come dire… di un’altra epoca, mi ha fatto venire in mente quelle ville in stile… viennese, ecco, manca solo un valzer di Strauss in sottofondo e poi i mobili, i lampadari di cristallo, i tappeti, le porcellane: c’è tutto. Sul mobile del soggiorno fanno bella mostra di sé una serie di fotografie: il marito, che intuisco essere morto, le figlie una sposata e una no. Non è difficile da capire: quella sposata è in abito da sposa, eh eh, per sbagliare devo impegnarmi. La foto è fresca di stampa segno che il fatto è avvenuto negli ultimi due-tre mesi. L’altra figlia è più grande e non è sposata o non lo è più. Nella foto è da qualche parte al mare, un gran bel mare, indossa un bikini minimale ed è circondata da uomini che sembrano fuoriusciti da una puntata di baywatch.
Mi conferma che si tratta delle sue figlie e lo stato di “nubile” della bellezza in costume, poi mentre giriamo per le stanze, ormai disabitate, mi soffermo su quella delle “ragazze” ed ho una strana sensazione. Due letti con la testiera in ferro battuto, semplice, a sbarre verticali come quelle degli ospedali che si vedono nei film d’epoca. Una sola finestra piccola e in alto: la stanza è in una mansarda, ma la luce che entra è straordinariamente poca. Un bagno cieco completa la dotazione delle ragazze. Una sensazione familiare… claustrofobica e oppressiva mi prende allo stomaco e non mi lascia andare.
Anna mi racconta dei grattacapi che gli hanno dato le figlie finché non si sono sistemate tutte e due. Con suo marito accanto era stato tutto più semplice, ma durante la “fase dei cretini” come aveva chiamato lei la pubertà, complice la malattia del marito, aveva avuto i suoi bei grattacapi per riuscire a tenere tutto sotto controllo. I movimenti delle mani della vecchia mi affascinano: sono secchi, decisi, autoritari. Provo ad immaginarla con una 15ina di anni di meno, facciamo venti. Piccola, ma… feroce. Ecco sì, la vedo proprio così: molte meno rughe, la pelle delle braccia ancora tonica… bei muscoli che ha, signora, anche adesso! Chissà che esercizi fa per essere così?
Vedendola non dubito neanche per un istante di quanto mi racconta.
Il cipiglio con cui si rivolge a me, tutto il suo non verbale, metterebbe in riga anche un plotone di tredicenni in piena tempesta ormonale.
Concludiamo il giro nel seminterrato, dove ci sono i ripostigli, uno studio ricavato dal garage e la lavanderia.
Qui la sensazione oppressiva si fa palpabile: la stanza è insonorizzata, non passa un filo d’aria neanche per sbaglio. Una lavatrice e un essiccatoio attendono, in un angolo, di essere utilizzati. Non ci sono finestre, solo una “bocca-di-lupo” da cui la luce entra per sbaglio. Linoleum bianco come pavimento, pannelli bianchi alle pareti e al soffitto che isolano dai rumori, così da evitare che gli elettrodomestici disturbino gli ospiti durante il the.
Un’idea mi sorprende e non mi abbandona. Osservo meglio la stanza. Una panca, una sedia, uno sgabello… un armadio. Una serie di fili da bucato attraversa un lato della stanza, ora vuoti. La lavanderia mi colpisce come e più della “camera delle ragazze”. Nel corso degli anni ho imparato a distillare, da tanti piccoli indizi, la personalità di chi abita nella casa che sto valutando. È un riflesso condizionato, non posso farci nulla: osservo, analizzo, deduco e di solito la conclusione si rivela esatta. È la mia deduzione che mi porta ad aprire distrattamente un’anta dell’armadio: quella sinistra in basso. La signora non è mancina e non è alta. Nell’armadio ci sono scatole varie, detersivi, ammorbidente, tante mollette per bucato: di quelle di legno, che si usavano una volta. Sull’anta c’è quello che mi aspettavo di trovare: una fila di chiodi piantati a distanza regolare, di quelli con la punta ricurva fatti per agganciare qualcosa… e a quell’anta sono stati agganciati degli oggetti precisi, che nel corso degli anni hanno lasciato un’orma precisa. Uno di essi è ancora lì, un battipanni di vimini di dimensioni ridotte. Chiudo l’armadio: ho visto abbastanza, dico, e facciamo ritorno al piano terra, nel soggiorno. Chiedo informazioni sui membri della sua famiglia cioè sulle figlie, come stanno, se c’è qualche nipotino in arrivo e se passano a trovarla ogni tanto, quando posso organizzare le visite per la vendita così da non recare disturbo… tutto il solito giro di domande. Lo confesso: alcune non fanno parte della prassi, ma sono comunque di mio interesse.

La figlia maggiore, quella della foto in costume da bagno, si chiama Marzia. Il cognome lo conosco già. Una simile bellezza deve assolutamente passare anche attraverso le mie… attenzioni. Mentre organizzo le prime visite alla villa, comincio a scandagliare i social network alla ricerca di un profilo compatibile con nome, cognome e foto. La rintraccio in meno di dieci minuti: certe persone amano apparire e Marzia si dimostra all’altezza delle mie aspettative. Ventinove anni, porta i capelli lunghi raccolti in una treccia, gli piace cambiargli spesso colore… chissà qual è il suo colore naturale. Non vedo l’ora di scoprirlo. Il suo profilo è spalancato, come se non fosse in grado di gestirne la privacy o non volesse averla. Ha amici in prevalenza uomini, la maggior parte risiede all’estero: amicizie lontane, di vicino ha la sorella… discreto bocconcino anche lei, purtroppo è sposata ed io, per questioni… filosofiche non approccio mai per primo le donne sposate.

Nel suo profilo è scritto tutto quel che mi occorre, neanche ho bisogno di chiederle l’amicizia per raccogliere più informazioni: le foto che ha pubblicato parlano da sole, in alcune di esse fa splendere il suo lato B, tutte le foto sono geotaggate e con i tag jpeg che riesco a leggere scopro tutto quello che ha fatto, dove è stata e chi ha visto negli ultimi sei mesi. Anche se conosco molte persone stupide, questa non lo è: capisco che tutta questa abbondanza di informazioni non è messa lì per caso. Marzia è diversa. Lo capisco subito dal suo sguardo: sempre lo stesso, in tutte le foto. Possibile che nessuno dei suoi amici lo ha capito? Lei cerca.
Eppure alcuni di loro l’hanno incontrata. Probabilmente da loro ha ottenuto ciò che desidera e una piccola indagine sui profili di alcuni di questi gentiluomini conferma la mia ipotesi.

Senza indugio le invio una richiesta di amicizia, ma non ricevo risposta.
Lo immaginavo. Sto tralasciando qualcosa.

Nei giorni successivi sono molto occupato col lavoro: ho in agenda sedici appuntamenti da gestire nell’arco di due giorni, tre di essi riguardano la villa dell’Anna. L’ho valutata in 1.500.000 eur ed i potenziali acquirenti non mancano. Del resto è una villa decisamente appetibile, ristrutturata da poco, con vista su Roma, ad appena dieci minuti dal raccordo.

Al secondo appuntamento Marzia è insieme alla madre. Insieme a me c’è una coppia di signori sulla quarantina che ho portato vedere altre ville simili, in zona. La fisso diritta negli occhi. Sono neri, come quelli della madre, ma la somiglianza finisce lì. Marzia è molto più alta di Anna, il vestito che indossa pare quello di mia nonna, col golfino di lana a collo alto, pantaloni in flanella ampi… il viso è ovale, labbra carnose e perennemente imbronciate, naso alla francese. Tutta suo padre, anche nel taglio degli occhi che appaiono grandi e spauriti come quelli di una cerbiatta.
Lei distoglie subito lo sguardo, mi saluta educatamente e poi si ritira nella sua stanza su invito della madre. Invito… è stato proprio un ordine, di quelli che se ti azzardi a disattendere ti ritroverai a vedere i proverbiali sorci verdi, magari sulla panca in lavanderia, a pancia in giù.

Completo il giro della casa insieme ai miei clienti e poi saluto. Marzia è ricomparsa accanto alla madre, ora sorride e mi saluta. Un bip sul mio smartphone mi conferma che ha appena accettato la mia richiesta di amicizia.

Senza indugio apro il suo profilo, è cambiato molto… non immaginavo, che sorpresa! Non avevo notato che mancava il numero di cellulare, ora è visibile e lo aggiungo subito alla rubrica. È presente su Telegram e Whatsapp, devo essere veloce. Le invio un messaggio: sei stata molto cattiva, scrivo. Tua madre non sa quello che fai vero? Lei risponde con una faccina piangente: ti prego, non dirglielo! Non sai di cosa è capace! Io rispondo che so tutto, so tutto della lavanderia, di cosa contiene l’armadio …e so cosa le piace, adesso. Questa consapevolezza rovina un po’ il gioco, ma solo un po’.
Tua madre non verrà a saperlo, ma sai di meritare il castigo, vero?
Scrivo velocemente, vedo che sta scrivendo, poi smette. Ricomincia a scrivere. Si ferma di nuovo.
Rispondi!
Scrivo, senza aggiungere faccine. So che non sto esagerando. La ragazza è esigente e vuole solo avere una conferma.
Si. Lo merito.
È fatta. Si comincia, penso, mentre consulto l’agenda per i prossimi giorni. Venerdì ho la mattina libera. Anche domenica pomeriggio non ho impegni. Riprendo a scrivere.
Sei ancora a casa di tua madre, digito frettolosamente. Per prima cosa fila in camera tua, se non ci sei già. Poi gira un belfie mentre ti dai cinque colpi con la mano sul culo. Cinque sculacciate ben piazzate con la mano aperta. Scattare!
Dopo tre-quattro minuti arriva il video. Fatico un po’ a capire cosa succede perché sta tenendo il cellulare con una mano e sta percuotendo qualcosa di rotondo e roseo che intuisco essere il suo fondoschiena, ma l’inquadratura è ballerina e ad ogni schiaffo che sento in audio si accompagna un’inquadratura del lampadario, della finestra o della scrivania. Da quello che ricordo della sua stanza si deve essere chinata, coi calzoni abbassati, sulla pediera del letto.
Va bene? Mi scrive dopo aver inviato il video.
Ovviamente no, ti dovrò impartire parecchie lezioni al riguardo: non sei proprio capace. Venerdì mattina ore nove, hotel “La rosa nera”, tra poco ti passerò anche l’indirizzo. Troverai una camera prenotata a nome “Rossi”. Ci troverai tutto il necessario e le istruzioni per utilizzarlo. Ogni secondo di ritardo renderà più infernale il tuo castigo. Ti è chiaro?
Mi è chiaro, risponde. Attendo l’indirizzo, a venerdì.

Le istruzioni sono semplici, le lascio nella stanza insieme alle manette, alle corde da accappatoio, la benda e la ball-gag: va in bagno, fatti una doccia e lascia i vestiti lì. Non toccare il termostato. Metti sul letto una pila con tutti i cuscini che ci sono, sono quattro in totale: fai in modo di averli impilati sotto la pancia. Lega le caviglie con le corde degli accappatoi alla pediera e fai in modo che le tue gambe siano larghe il giusto: né chiuse, ne completamente divaricate. Inginocchiati davanti la pila di cuscini. Ora metti la ball-gag in bocca e legala dietro la nuca, ma lascia la tua treccia libera. Mi servirà per il tuo castigo più avanti. Metti le manette ai polsi, un paio per polso e lascia un bracciale aperto. Metti la benda. Ora stenditi sulla pila di cuscini così da lasciare il tuo bel culo esposto a dovere. Aggancia i bracciali delle manette alle sbarre della testiera e attendi. Quanto non ti è dato saperlo.

Ed eccoci al punto di inizio. Lei è stesa davanti a me. Ho tre webcam nella stanza che hanno ripreso tutto e devo dire che Marzia è una delle migliori schiave che io abbia mai avuto. Il video della doccia me lo ricorderò a lungo. Anche i venti minuti che rimane prona sul letto a mugolare e lamentarsi. Apro la borsa da palestra che ho con me e tiro fuori il primo degli strumenti: è un battipanni, di quelli di vimini, molto simile a quello che ho trovato nell’armadio a casa di sua madre nella famosa lavanderia. Dentro ci sono anche delle mollette di legno, nuove di zecca e una striscia di cuoio grezzo che invece sono sicuro che la ragazza non ha mai assaggiato, così come il gancio d’acciaio che legherò alla sua treccia con le stringhe di gomma… un premio da proporre solo se accetterà la sua nuova condizione di schiava. Le accarezzo il culo con il battipanni, lei si muove e ci si struscia contro, come se bramasse quel contatto e so che è così.
Guardo l’ora: le nove e mezzo, accidenti come vola il tempo: mezz’ora è volata come niente.
Si comincia, dico e poi le assesto il primo di una lunga serie di colpi ben calibrati, rapidi che non fa in tempo a dire AH! E arriva il successivo.
Sarà una mattinata piacevole.
Per entrambi.