(16°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

La zampogna

Il venerdì pomeriggio André tornò a casa che era stravolto, non riusciva nemmeno a parlare. Appena poi aprì bocca, rimasi immobile per almeno un minuto: Flora era rimasta incinta di lui.
Era una notizia tremenda, di quelle che avrebbero cambiato definitivamente le nostre giornate e anche la vita della nostra famiglia; domandai immediatamente quali intenzioni avesse Flora, e la risposta di André fu lapidaria: voleva tenere il bambino.
Passammo più di un’ora a discutere e a pensare a quale sarebbe stato il modo più opportuno e meno disastroso per comunicare la cosa a nostro padre. Arrivai anche a concludere, che sarebbe stato più giusto parlarne fin da subito con la signora Lilli, per farci consigliare da lei; ma temevamo anche che in questo modo, alla fine sarebbe stata lei stessa a riferirglielo.
Decidemmo per il momento di non rivelare nulla; ma né io, né tantomeno André, riuscimmo a chiudere occhio durante quella lunghissima notte; sentivo alcuni rumori che provenivano dalla sua stanza, ed era assai probabile che mio fratello stesse rigirandosi dentro il letto per tutto il tempo, senza riuscire mai ad addormentarsi.
La mattina seguente, appena giunta a scuola, parlando con Sophie mi resi immediatamente conto che il segreto di Flora, le era stato ben presto svelato; inaspettatamente, la sua reazione fu davvero infantile e particolarmente abnorme: colsi infatti fin da subito in lei, una strana forma di morbosissima gelosia, e non riuscivo a capire se questa fosse rivolta verso mio fratello, o se più semplicemente si trattasse di un suo amaro risentimento nei confronti della cameriera.
O forse si trattava, ancor più banalmente, di invidia per quella maternità, che avrebbe precocemente maturato la ragazza, realizzandola completamente come donna e come madre.
Il fine settimana, animato dalla tradizionale corsa dei ciclisti in giro per le strade, diede finalmente ad André il coraggio di raccontare tutta la verità a nostro padre: furono momenti veramente drammatici, in cui quest’ultimo mi apparve estremamente scosso e infine anche profondamente turbato; la signora Lilli prese a consolare André, come se quella notizia, fosse portatrice solamente di grandi sciagure per tutti noi.
Nessuno provava nemmeno ad immaginare, come in fondo potesse trattarsi anche di una felice circostanza: mio fratello sarebbe diventato papà – faticavo davvero a crederlo – e avrebbe cresciuto il bambino in un’età davvero giovanile, quasi come un fratellino; ed io poi, sarei divenuta zia, e ciò era ancor più buffo ed incredibile.
A prenderla davvero molto male, invece, fu sempre e solo la scellerata Sophie: potei constatarlo nuovamente ed in maniera ancora più evidente, quando la vidi a scuola il lunedì mattina; era completamente imbronciata, chiusa in se stessa ed assolutamente scontrosa.
Arrivai persino a domandarle se fosse la maternità di Flora ad arrecarle un qualche tipo di fastidio, ma la mia amica negò, come del resto faceva sempre, in maniera esplicita. Tuttavia non riuscivo proprio a capire come mai, bastasse semplicemente pronunciare il nome della bella cameriera marocchina, affinché Sophie si risentisse e si chiudesse in un mutismo inspiegabile, mai visto prima.
Quella settimana avremmo avuto anche il settimo compito scritto di matematica, ed il signor Eric era nuovamente partito per Bruxelles. In casa di Sophie si respirava così un’aria completamente diversa: Flora ne era divenuta senza dubbio l’indiscussa regina, e giurerei che avesse per fine anche smesso di lavorare sodo come faceva prima; la signora Claudia poi, si rivolgeva sempre a lei con grandi attenzioni e premure, e si capiva benissimo che era in fondo assai lieta di saperla incinta.
Ricordai anche con non poco imbarazzo, che era stata proprio la mamma di Sophie, a consegnarle un’intera scatola di preservativi poco prima che André andasse a trovarla in casa; a quanto pare però, non le era dispiaciuto affatto che la sua cameriera non li avesse mai adoperati.
Così rividi Flora il martedì pomeriggio, vestita da donna adulta con una blusa ed un paio di pantaloni chiari, e mi apparve improvvisamente cambiata, come se avesse definitivamente perduto quella sua sensualità un po’ carnale e selvaggia, che la rendevano irresistibile agli occhi degli uomini. Compresi anche la ragione per cui mi era parsa piuttosto chiusa, ed anche alquanto introversa, durante le ultime settimane; era probabile che fosse in attesa, di conoscere alcuni risultati di test relativi alla sua gravidanza.
In questa atmosfera un po’ irreale, trascurate pesantemente dalla madre di Sophie e da tutti gli altri, preparammo così in totale autonomia il decisivo compito scritto di matematica. Per mia parte, io feci davvero tutto il possibile per aiutare Sophie nell’eseguire tantissimi esercizi, mentre la mia amica non aveva assolutamente mandato a memoria alcune semplici formule relative agli angoli; iniziavo a domandarmi con un bel po’ di apprensione, se sarebbe mai stata in grado di superare quell’importantissima prova.
Il giorno successivo, la signora Claudia ci raggiunse nuovamente tra le mura della scuola, per partecipare al consueto incontro tra genitori ed insegnanti; avevo anche avvisato in anticipo mio fratello della sua visita, e questi nella circostanza decise di non farsi assolutamente vedere fuori al cancello. Sarebbe stato fin troppo imbarazzante per lui, di dover incrociare nuovamente la madre di Sophie dopo la recenti novità.
Alla vigilia stessa del temutissimo test, André però comparve nuovamente sotto casa della mia amica, per accompagnare premurosamente Flora ad una visita prescritta dal medico di famiglia: li vedemmo camminare assieme lungo tutto il marciapiede, dalla finestra della camera dove studiavamo; ed in quel frangente, Sophie espresse un commento a dir poco irrispettoso nei confronti della sua cameriera: mi diede ad intendere, che era secondo lei assai probabile, come Flora avesse fatto di tutto pur di rimanere incinta di mio fratello.
Reagii malissimo, ed era la prima volta in cui non riuscivo proprio e in alcuna maniera a contenere la mia rabbia: la guardai infuriata, con tutte le ciglia aggrottate, ed infine le dissi in modo assai urticante, che non era nemmeno un suo minimo diritto, quello di sindacare sulla gravidanza di Flora o sulla sua relazione con mio fratello.
Sophie a quanto pare ci rimase davvero di sale, e dopo un solo istante, si asciugò con una mano alcune timide lacrime discesele sul viso; in quella circostanza, compresi fino in fondo quanto la mia amica dovesse essere assurdamente gelosa, e allora arrivai persino a chiederle scusa, per avere osato alzare un po’ troppo la voce. Riprendemmo così a studiare, ma senza troppa convinzione.
E ci ritrovammo sedute insieme al banco per l’ennesima prova scritta di matematica; era finalmente arrivato il caldo, e Sophie ancora una volta si sistemò un po’ di nascosto, le sue sottilissime calze autoreggenti.
In quei giorni, era come se tutte le attenzioni delle nostre famiglie, si fossero improvvisamente concentrate su André e su Flora, e quello che io e Sophie andavamo combinando sembrava improvvisamente non interessare più nulla a nessuno; ero arrivata quasi a rimpiangere, i pomeriggi in cui i genitori di Sophie ci controllavano mentre studiavamo, esortandoci ed incalzandoci in continuazione.
Il compito di matematica si concluse con non poche perplessità, e grande turbamento da parte di entrambe; non ci trovavamo per nulla d’accordo, sui risultati di alcuni esercizi, e sembrava abbastanza ovvio come almeno una tra noi due, potesse averlo completamente sbagliato. Eravamo davvero molto preoccupate, anche perché in caso di esito negativo, vi sarebbe stato pochissimo tempo utile per poter recuperare.
Arrivò il sabato, ed era la festa del Primo di Maggio; nostro padre decise, come tradizionale consuetudine, di portarsi via tutta la famiglia presso la vecchia casa di campagna, sperando così di riportare anche un po’ di serenità e di armonia, dopo i recenti fatti. Mi ritrovai così a girovagare da sola nella penombra, in luoghi a me familiari, ancora un po’ umidi dopo il lungo freddo dell’inverno. Non riuscivo più a liberarmi dell’ingombrante ricordo, emerso nuovamente durante il saggio alla scuola di canto: osservavo sovrappensiero, la stanza sul giardino, con il suo tavolo quadrato di marmo disposto nel mezzo.
Rividi lo sgabello in vimini, posto esattamente sotto l’orologio con il cucù, ed infine il caminetto, che avevo fisso davanti agli occhi per tutta la durata del mio castigo.
Per mia fortuna, nostro padre era tutto dedito ad André durante quei lunghi giorni, ed era probabile che il ricordo della mia punizione, fosse già profondamente relegato nel più recondito angolo della sua memoria.
Trascorremmo il fine settimana parlando moltissimo del nostro futuro, e finalmente mio padre espresse anche il desiderio, di poter conoscere personalmente proprio Flora; immaginai così quella scena, che giammai mi sarei aspettata di vivere: l’ingresso trionfale in casa nostra, della cameriera.
Ma Flora non era più nemmeno l’ombra della ragazza affascinante e sensuale che avevo conosciuto tanti mesi addietro; era come se l’approssimarsi della maternità con le sue apprensioni, l’avessero già profondamente cambiata ed invecchiata; o forse questo era semplicemente il modo in cui la vedevo io, nei miei ingenui occhi di giovane.
Mio fratello l’avrebbe introdotta in casa nostra proprio quel giovedì, mentre io di norma ero solita recarmi altrove, a casa di Sophie per studiare. Ma mio padre per quella particolare occasione mi chiese di trattenermi in famiglia; ed io obbedii un po’ controvoglia: infatti mi imbarazzava non poco, il dover assistere alla presentazione di Flora.
Mi assicurai così di non avere ulteriori compiti da preparare per la lezione dell’indomani; e proprio la mattina stessa, con tempismo, il professor Ricardi consegnò i risultati dell’ultima prova scritta di matematica.
Fui immediatamente sollevata dal sapere, che ad andare male era stata ancora una volta Sophie. Non nascosi nemmeno a me stessa una buona dose di sano e cinico egoismo, nell’apprendere la notizia; sapevo infatti che una sola tra noi due, alla meglio ce l’avrebbe fatta. Tantomeno mi preoccupai più di tanto per lei, e del resto quel pomeriggio non l’avrei neppure dovuta incontrare.
Troppe volte oramai l’avevo vista soggiogata dai genitori e punita in maniera esemplare, al punto che questa volta nemmeno provai a preoccupami di quale sarebbe stata la sua sorte. Ma quando poi infine, travolta da un moto di profondissimo sconforto, Sophie si avvicinò a me nel cortile tutta quanta in lacrime, la abbracciai provando per lei sincera e desolata compassione. Questa volta la sua situazione era davvero difficilissima.
Passata la pena, mi ritrovai il pomeriggio seduta in casa mia nell’attesa: Flora fece il suo ingresso vestita in maniera elegante, da donna adulta; era probabile che la signora Claudia le avesse impartito delle precise istruzioni su come comportarsi, oltre che nell’abbigliamento.
Durante quegli istanti, mi domandai più volte se la mamma di Sophie avesse avuto quel pomeriggio, del tempo a sua disposizione, per riuscire anche a punire la figlia, dopo il risultato disastroso nella decisiva prova di matematica.
Forse lo stava facendo proprio in quegli istanti, mentre Flora si presentava in modo cerimonioso alla signora Lilli e a nostro padre: forse proprio in quel frangente, la casa di Sophie risuonava nuovamente del rumore sordo e ripetuto delle botte. Ma non lo avrei mai più saputo, né avrei mai più avuto il minimo coraggio per domandarglielo.
Mio padre intanto scrutava la cameriera dalla testa ai piedi, e sulle prime mi apparve alquanto duro e ostile nei suoi confronti; per fortuna ci pensò la signora Lilli a stemperare un poco il clima eccessivamente formale, facendo di tutto per far sentire la ragazza maggiormente a proprio agio.
Ci sedemmo sulle quattro poltrone attorno al tavolino nella sala da pranzo, e la signora Lilli vi dispose nel mezzo, un elegante vassoio con il tè, assieme ad alcuni dolcetti di ottima pâtisserie; quindi Flora iniziò a raccontare la sua triste storia, che mai prima d’allora m’era stato dato di conoscere in maniera accurata; improvvisamente il clima dentro alla sala cambiò repentinamente: era una storia piena di violenze e di soprusi, iniziata in Marocco fino alla traversata del mare con alcuni nomadi e clandestini in età infantile; seguita poi da un penoso itinerario concluso con l’arrivo nel nostro paese.
Avvertii immediatamente che l’atteggiamento di mio padre era da subito mutato, e adesso mi appariva assai più comprensivo e umanamente vicino alla povera ragazza; le strinse anche una mano in un momento di profonda tenerezza, porgendole il tè.
Essendo professore di filosofia, citò un’antica frase di Platone, per sottolineare l’importanza del bene nella quotidiana sfida contro il male. André mi sorrise, dopo aver taciuto assai a lungo. Si era accomodato nell’angolo più lontano, distante da Flora e da tutti noi, come se la cosa tutto sommato, non gli interessasse nemmeno più di tanto.
Quando infine mio fratello uscì con Flora per riportarla a casa, rimasi di nascosto in ascolto dei commenti di mio padre e della signora Lilli; mi misi così mestamente ad origliare quanto si andavano dicendo: mio padre esordì rimarcando come la cameriera gli fosse apparsa davvero una poco di buono, lasciando intendere, come anche lui seriamente sospettasse che la ragazza si fosse data non poco da fare, pur di rimanere incinta di André.
La signora Lilli non gli fu da meno, e rincarò la dose aggiungendo che la ragazza non parlava per giunta nemmeno bene il francese, e non aveva mai studiato in vita sua, al punto che di mestiere faceva solamente la bonne.
Ad ambedue non era nemmeno sfuggito lo scarso interesse di mio fratello nei confronti della ragazza, e tantomeno la loro minima, ma pur evidente, differenza in età; ritenevano pertanto che la semplice idea, che i due giovani potessero far crescere il loro futuro bambino assieme, fosse null’altro che un’insensata follia.
Mi ritirai continuando ad origliare i commenti caustici e amari di mio padre, in un lungo monologo sempre più accorato e fine a se stesso. Con mio fratello poi la discussione riprese, ma dal momento che quest’ultimo appariva quasi stordito da tante insormontabili difficoltà, presto anche mio padre desistette dal proseguire la sua inutile reprimenda.
Il mattino seguente Sophie non venne a scuola, né tantomeno mi fece sapere più nulla; decisi pertanto di chiamarla durante l’intervallo, e mi rispose con un tono di voce completamente anonimo e privo di espressione. Mi disse che era a letto malata, e che il suo dottore le aveva consigliato di starsene a riposo almeno fino a domenica.
Era strano come non mi avesse fatto sapere davvero niente, ed io lo interpretai come una conseguenza della mia sfuriata di qualche giorno addietro, quando la mia amica aveva osato commentare a modo suo, la gravidanza di Flora; poi pensai anche al suo fallimento nella prova scritta di matematica, e allora compresi che una certa impercettibile distanza, andava lentamente ma inesorabilmente affiorando tra di noi.
Poco dopo la lezione, ricevetti una strana e insistita telefonata; questa volta era stata la signora Claudia a cercarmi: avvertii immediatamente un senso di ansia e di timore, e bloccandomi in piedi nell’androne a pochi passi dall’uscita, dove verosimilmente mio fratello mi stava già aspettando per tornare a casa, la richiamai.
Per fortuna la voce della mamma di Sophie provvide subito a tranquillizzarmi; parlava con tono sereno e distaccato, ed esordì amorevolmente: “… bon jour cara Edina … come stai?… ”. Mi limitai a risponderle che era tutto bene e a posto, anche se ero indubbiamente ancora molto tesa.
Riprese allora, con la consueta cortesia: “… mi sono permessa di disturbarti, solo per ringraziarti ancora una volta … per tutto l’impegno che hai profuso nell’aiutare nostra figlia, durante questi lunghi mesi”; in quell’istante immaginai che si stesse addirittura prendendo gioco di me, visto il disastroso risultato del giorno precedente.
Ma poi compresi che stava dicendo sul serio, e che in realtà vi era anche dell’altro che la signora Claudia intendeva comunicarmi: “… ci siamo purtroppo dovuti rivolgere ad un insegnante privato, che assisterà nostra figlia fino alla fine dell’anno scolastico”.
Rimasi immobile con il telefono stretto nella mano; era la riprova del mio fallimento, non ero riuscita nel compito che inizialmente i genitori di Sophie mi avevano assegnato; fui pervasa da una grandissima tristezza, ma finsi non so come, un certo distacco e non poca deferenza.
Immaginai però quello che i genitori di Sophie dovevano adesso pensare di me, e del mio operato; mi spinsi non so come, a temere di meritare anche io una sonora lezione. Ma era un pensiero davvero insensato.
Poi la signora Claudia proseguì: “… lo so bene cara Edina … avremmo davvero dovuto pensarci moltissimo tempo prima; ma sia io che mio marito speravamo, sinceramente, che Sophie non ne avrebbe mai dovuto avere bisogno”; si riferiva, ovviamente, all’ausilio di un insegnante privato.
Avvertii molto disappunto nel suo tono di voce; i mezzi economici di certo non mancavano alla famiglia di Sophie, ed era assai lampante, come l’idea di farci studiare assieme non fosse dipesa tanto dal desiderio di non spendere alcun denaro, quanto piuttosto dalla ferma volontà di evitare alla loro figlia, l’infamante ignominia delle lezioni private.
In ogni caso la mamma della mia amica, mi stava in quel preciso momento, definitivamente licenziando dal dover proseguire nello studio assieme a Sophie: non avrei mai più dovuto attraversare la città in tram, per andare a studiare i pomeriggi a casa da loro.
Fui così improvvisamente pervasa, da uno stranissimo sentimento di vuoto. Mi passarono davanti agli occhi tutti quei lunghi mesi trascorsi assieme, e non riuscivo a trovarvi più nulla che mi potesse dare, un seppur minimo senso di appagamento.
Con tutto l’impegno che vi avevo profuso, alla fine nemmeno la vicenda tra André con Flora era valsa il lungo sacrificio e le enormi energie spese.
Ringraziai dunque la signora Claudia, e quest’ultima tagliando leggermente corto, mi congedò definitivamente dicendo: “… non so cara Edina se potrà mai bastare … ma io e mio marito speriamo davvero, che con un bravo insegnante privato la situazione di Sophie, si possa ancora provare a raddrizzare … ad ogni modo, tante grazie ancora una volta Edina … per il tuo prezioso aiuto”.
Attaccai il telefono e riferii immediatamente tutto ad André, il quale si era fin da subito avvicinato, e mi aveva osservata per tutto il tempo, fumando nell’androne nonostante non fosse consentito; il suo commento fu assai cinico, come sempre: osservò infatti, che laddove non le erano bastati nemmeno un mucchio di sonorissimi scapaccioni, difficilmente sarebbe stato utile un insegnante privato …
Iniziai così una nuova vita, in cui le settimane si dipanavano sul calendario, completamente vuote e prive di impegni. Come se non bastasse, Sophie a scuola era diventata adesso pressoché irriconoscibile; era più gonfia e grassa del solito, e mi rivolgeva la parola assai di rado.
Non riuscivo nemmeno più a capire se fosse il suo nuovo insegnante a tenerla costantemente sotto pressione psicologica, o se fossero piuttosto i suoi genitori a minacciarla costantemente; o ambedue lo cose assieme. Ma indubbiamente era bastato così poco tempo, e tutta l’armonia tra di noi appariva adesso definitivamente distrutta.
Il martedì provai a parlarle durante l’intervallo, mentre eravamo sedute da sole nel banco, in un momento di tranquillità; le dissi che ero davvero molto dispiaciuta, di non essere riuscita ad aiutarla come avrei dovuto, e che mi sentivo anche leggermente in colpa, per non averla saputa sostenere nello studio come i suoi genitori mi avevano chiesto. Mentre le dicevo queste frasi, leggermente melense e anche vagamente fuori luogo, la fissavo e mi attendevo da parte sua, un seppure minimo accenno di simpatia e di gratitudine. E invece la sua reazione, fu estremamente dura e risentita: mi rispose dicendomi che tutti quei mesi erano stati per lei, in assoluto tra i peggiori della sua vita, e che molto difficilmente li avrebbe mai rimpianti.
Tacqui profondamente amareggiata, mentre Sophie annotava su un quaderno alcuni appunti; era una novità introdotta dal suo nuovo insegnante, e notai come la mia compagna eseguisse questa nuova disposizione in maniera quasi ossessiva.
L’indomani arrivò anche un fallimento all’orale di statca, e si trattava di una delle materie in cui Sophie di norma eccelleva; prese nota ancora una volta sul suo quaderno, della valutazione negativa e anche di tutti i commenti assai poco lusinghieri della professoressa; non riuscivo più a capire che cosa diavolo le stesse accadendo.
Non so per quale ragione, ma arrivai persino a pensare che i suoi genitori le avessero suggerito di diffidare del mio aiuto, attribuendo proprio a me la causa principale dei suoi insuccessi. Iniziarono così giorni di profonda diffidenza, accompagnati da sguardi di reciproco sospetto; e l’approssimarsi del penultimo compito scritto di matematica rendeva il clima tra di noi ancora più difficile.
La misura fu ricolma quando al sabato mattina, frustrata da così tanta indifferenza e freddezza, in un ultimo disperato slancio, le proposi di fare una lunga passeggiata assieme; magari proprio alla Galerie, come tanti mesi addietro.
Allora Sophie mi rispose di non desiderarlo, aggiungendo con un tono di voce davvero altero e supponente, di non avere nessun tempo da perdere alla Galerie, per passeggiare senza meta, e senza avere neppure con sé del denaro a sufficienza, per potersi comperare dei vestiti o delle scarpe.
La salutai indispettita, lasciandola da sola in mezzo al cortile assolato. Poi, mentre ero sul punto di raggiungere il cancello, decisi di voltarmi e di ritornare indietro verso di lei: avrei desiderato fortemente un chiarimento, ed ero determinata ad andare fino in fondo, per capire se ci fosse una qualche ragione per la sua incomprensibile freddezza. Ma ritrovai Sophie che parlava al telefono animosamente, gesticolando in maniera assai vistosa; mi avvicinai così senza farmi vedere, e notai anche come andasse ripetendo un’infinità di volte, il mio nome.
Decisi allora di sedermi su una panchina lontana dalla vista; e solamente dopo qualche istante, con non poca sorpresa, mi accorsi che il signor Eric era giunto a scuola per prelevarla, e che adesso la stava portando via con sé tenendola per mano. Raggiunse l’elegante automobile parcheggiata poco fuori sulla strada, per farla salire infine sul sedile posteriore.
Gli ultimi giorni prima del compito di matematica furono particolarmente sereni per me, che avevo già messo insieme un buon numero di risultati positivi; studiavo per conto mio nella mia camera, e nel frattempo ripensavo a Sophie e a tutte le sue stranezze. A distrarmi intervenne ancora una volta mio fratello, il quale un bel pomeriggio mi riferì con tristezza, di avere recentemente litigato con Flora.
Mi rammaricai moltissimo, dal momento che vivevo la vicenda della gravidanza di Flora, con non poca apprensione; provai però a capire con mio fratello, in che maniera la situazione potesse venire ricomposta: ma André mi riferì che Flora era inopinatamente risentita proprio verso di me. A quanto pare, qualcuno che era particolarmente zelante e scrupoloso nel raccontare le cose, le aveva riferito – con buonissima dose di maldicenza – di una mia presunta ostilità nei suoi confronti, e della conseguente inimicizia da parte di tutta la nostra famiglia.
Era una totale assurdità, e presto arrivai ad immaginare, senza alcuna ombra di dubbio, come potesse esserci ancora una volta lo zampino della sciagurata Sophie, dietro questa menzogna. Ricordai la sua lunga conversazione al telefono nel cortile della scuola, e dedussi facilmente che stesse parlando proprio di me con sua madre; del resto non poteva essere altrimenti, dal momento che l’altro suo genitore era impegnato alla guida. Giunsi così ad odiare profondamente Sophie, e con lei, anche a ripudiare definitivamente tutta la nostra amicizia, oramai completamente persa e allo sbando.
Era pur vero, che in fondo nemmeno André mi appariva del resto poi così dispiaciuto: non era mai stato realmente innamorato di Flora, ed era probabile che – se non fosse stato per la sua gravidanza – dopo qualche settimana avrebbe finito per mollarla definitivamente, senza particolari rimpianti. L’aveva desiderata moltissimo ma poi – una volta fatta propria – le cose erano inevitabilmente cambiate.
Invece, dal canto suo, Sophie stava divenendo ogni giorno sempre più altera e supponente, ed iniziava ad attirarsi anche la sincera inimicizia di tutte le altre compagne. Quando fu rispedita al suo posto dal professore di grafica, per non aver realizzato un lavoro visuale di minore importanza, notai come anche altre compagne biascicassero risentiti commenti, probabilmente di sincero disappunto nei suoi confronti.
Il mercoledì successivo, come oramai accadeva assai di sovente, rividi il signor Eric nel cortile della scuola: era reduce dal famigerato incontro dei genitori con gli insegnanti; e nel vederlo uscire dalla palazzina antistante alla nostra, mentre avanzava spedito verso l’androne in cui mi ritrovavo, notai con non poco stupore come fingesse apparentemente addirittura di non conoscermi. Prelevò Sophie per un braccio e la trascinò via.
Li seguii allora con lo sguardo, sforzandomi di osservarli finché mi era possibile; e ad un certo punto potei anche notare come – giunti vicino all’automobile posteggiata – nell’aprire a Sophie lo sportello posteriore, il signor Eric le assestò un fortissimo scapaccione sul didietro della gonna, facendola salire in macchina tutta piegata in avanti, come una smidollata.
Nel posto anteriore, intravidi la sagoma di un signore piuttosto anziano con gli occhiali, ed immaginai che potesse trattarsi proprio del nuovo insegnante privato di Sophie.
Arrivò così il penultimo compito di matematica, e la mia amica fallì ancora una volta. Non ne saprei nemmeno comprendere la ragione, dal momento che si era applicata moltissimo con il suo nuovo insegnante, ma il risultato fu solamente di poco migliore rispetto alla volta precedente.
La vidi piangere ancora una volta, davanti allo specchio del bagno, e questa volta non feci davvero nulla per consolarla, dal momento che oramai la odiavo con tutte le mie forze; mi limitai ad esprimerle il mio più sentito dispiacere, ma nei suoi occhi non colsi null’altro, che un mucchio di rabbia e di sordida invidia nei miei confronti.
Il venerdì pomeriggio, esattamente come alcune settimane addietro, alla stessa ora ricevetti una nuova telefonata da parte della mamma di Sophie; avevo appena osservato la mia compagna andare via, trascinata a casa dal genitore come un sacco di patate, e mi domandai quali altre novità potessero esserci.
Mi disse senza alcuna enfasi, che quel giorno sarebbe stato davvero l’ultimo in cui Sophie veniva in quella scuola; e mi chiese se intendessi passare nel pomeriggio, per salutarla.
Ristetti immobile, raggelata e senza parole, era davvero finita; ma la signora Claudia non mi diede nemmeno il tempo per risponderle, e prese subito a parlare dei problemi di Flora con mio fratello. Osservai André che stava fumando a un metro da me, e colsi sul suo volto un tratto vagamente accorato e triste; probabilmente desiderava che lo aiutassi a ricomporre la situazione. E allora io decisi di farlo, solo per lui.
Mi ritrovai così sul tram, con la testa completamente tra le nuvole; sarebbe stata verosimilmente l’ultima volta in cui avrei incontrato la sciagurata Sophie, e certamente avrei anche dovuto spiegare un mucchio di cose a Flora e alla signora Claudia.
Suonai il campanello, ed appena quest’ultima mi aprì la porta, ebbi fin da subito la sensazione, di ritrovarmi in quella casa insieme a moltissima gente; mi sovvenne vagamente il ricordo della festa di compleanno, e di quel sentimento che avevo provato nel vedere la casa ricolma di persone. In realtà quelle che udivo, erano solamente alcune voci di uomini provenienti dal piano di sopra, ma il rimbombo lungo le scale le rendeva indubbiamente molto più forti e perentorie.
Da subito, mi comparve dinanzi anche Flora, sempre più seria e adulta nel suo vestito nero a larghe falde. Mi strinse la mano affettuosamente, e senza lasciarmi parlare, mi domandò notizie di André. Allora mi lasciai andare completamente, rivelando quanto mi fossi dispiaciuta di saperli in difficoltà già da qualche settimana, e soprattutto spergiurando in modo solenne, che tutto ciò non dipendeva per nessunissima ragione, da me, o dalla mia volontà.
La signora Claudia mi scrutò dall’alto in basso, con espressione carica di risentimento e di sospetti; e poi aggiunse: “… ma non sei forse proprio tu cara Edina, ad aver parlato male di Flora per tutto il tempo ?!?… e con la tua famiglia poi ?!? … non dimenticarti che Sophie mi ha …” ma forse proprio in quell’istante, bloccandosi su due piedi, la madre della mia compagna si rese conto di quante altre volte la loro scellerata figlia li aveva già ingannati. Flora mi venne subito incontro per pacificarsi, e per la prima volta in assoluto, provai un fortissimo senso di dolcezza verso di lei, sentendo tutto il calore delle sue labbra e della sua pelle.
Le voci continuavano a rimbombare giù per le scale; e la signora Claudia, dal momento che come d’incanto l’equivoco tra me e Flora s’era dissolto, volle farmi vedere anche Sophie.
Giunte al piano di sopra, dinanzi alla porta della camera da letto dove avevamo trascorso un’infinità di pomeriggi a studiare, e che adesso mi sembravano già relegati in un lontanissimo cassetto dei ricordi, la signora Claudia volle ribadire a Flora, quale fosse la reale ragione della mia visita: “… sono felice che tutto si sia chiarito, non mi aspettavo nemmeno che fosse così facile … e pensare che Edina oggi era venuta qua proprio per salutare questa stupida impunita … non saprei più come definirla … una stupida …”. E sbuffò.
Poi aprì la porta della camera da letto, e quello che vidi non lo avrei mai più dimenticato: Sophie era piegata con il busto sulla sua scrivania, completamente distesa in avanti e con lo sguardo rivolto verso la parete con le mensole lì di fronte. Ai suoi lati, vi erano il signor Eric da una parte, ed il suo insegnante privato dall’altra; quest’ultimo brandiva in mano uno scacciamosche, tenendolo fermo e vibrandolo nell’aria.
Flora allora fece un passo indietro e si dileguò lungo il corridoio, mentre dalla stanza accanto si udiva il solito rumore della televisione di Bianca; allora il signor Eric, vedendomi alle sue spalle assieme alla moglie, si rivolse alla povera Sophie dicendo: “Ecco tesoro … è arrivata qui anche la tua compagna di scuola per salutarti … falle vedere adesso il tuo lato più bello …”, e le sollevò inesorabilmente la gonna; Sophie indossava un bel vestitino primaverile, intero e piuttosto leggero, di velluto marrone; lo stesso della scuola.
Vidi dapprima le sue sottilissime calze autoreggenti; aveva casualmente lo stesso minuscolo slip decorato in pizzo che le avevo regalato per la festa di compleanno; il povero didietro, completamente rosso e gonfio, sembrava tagliato in due dall’innocento filino color carne della deliziosa mutandina.
Solamente in quell’istante sentii la voce della mia amica, mugolare in modo sommesso e quasi incomprensibile; aveva il volto appoggiato ad una pila di libri.
Il signor Eric allora riprese la parola, e le ordinò: “… forza allora ! … adesso ripeti per intero tutta la lezione di storia, il signor Vigneron è stanco di aspettare …”.
Si udì allora la voce di Sophie, soffocata dalle lacrime, che incredibilmente ripeteva come un pappagallo, una vecchia lezione di moltissimi mesi addietro. A un certo punto però si interruppe all’improvviso, e subito il signor Vigneron la fulminò, scuotendole i glutei col suo scacciamosche, facendola vibrare sui fianchi allo schioccare del colpo forte e deciso.
La mia povera compagna allora riprese a recitare, ma era sempre più sconclusionata e confusa, mentre le sue parole incomprensibili si alternavano al pianto.
Il suo insegnante brandiva sempre, in modo minaccioso lo scacciamosche, vibrandolo nell’aria alle sue spalle.
Non sapevo davvero cosa fare, ma in quel momento capii che era davvero l’ultima volta in cui l’avrei incontrata; allora non aggiunsi più nulla, e rimasi così, in piedi a fissarla mentre veniva inesorabilmente punita davanti ai miei occhi.
Dopo solamente qualche istante, vidi il signor Eric con amorevole cura, sfilarle lentamente lo slippino, tirandolo giù un poco alla volta. Mentre le abbassava le mutandine, irrise la figlia dicendole: “… queste qui non servono davvero a nulla, non è vero !?! …”. E le liberò il sederone.
Sentii la mia compagna mugolare sommessamente come una bimba di sei anni, mentre il genitore le faceva scivolare giù lo slippino, fino intorno al punto in cui le si stringevano le calze, attorno alle cosce. Poi le ordinò di ricominciare a ripetere la lezione, e Sophie obbedì mestamente, mescolando storia ad architettura e viceversa, oramai rassegnata alle botte.
Feci allora cenno alla signora Claudia di volermene andare, e quest’ultima acconsentì con un amabile sorriso; discesi le scale, e ancora potevo sentire lo schiocco penoso dello scacciamosche, e gli urletti della mia povera compagna.
Giunta poi sulla porta di casa, salutai la signora Claudia e Flora stringendo loro la mano, mentre la cameriera mi porgeva la mia giacca, con la consueta deferenza e con grande cortesia; poi udii un altro schiocco fortissimo, risuonare giù per le scale, e ancora un urletto sordo e desolato, e poi un altro ancora: la lezione andava avanti.