(15°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Organo e voci

La mia amica non mi rispose, e qualcosa era accaduto. Lo compresi immediatamente e subito dopo che la signora Claudia mi aprì la porta di casa.
Da dentro alla veranda udii subito un frastuono tremendo, di urla e di botte sorde, intermezzate, solamente, da un lungo pianto dirotto di bambina.
Guardai la signora Claudia con un’espressione del viso che dovette apparirle indubbiamente di grande preoccupazione; quest’ultima tranquillizzandomi mi riferì, con tono di voce leggermente rassegnato e anche vagamente desolato, quanto era accaduto poc’anzi in quella casa.
Mi disse: “… ti prego di non prestarci troppo caso Edina … oggi Bianca e Sophie sono solo un po’ agitate per il loro saggio … e hanno così ben pensato di sfasciare anche l’organo elettrico che di norma usavano per provare …”.
Ma intanto proseguiva il frastuono sordo proveniente dalla veranda, e la signora Claudia dovette andare avanti per spiegarmi meglio: “… come se non bastasse, hanno poi pure litigato tra di loro, dandosi ognuna la colpa a vicenda per il fatto …”, e mise su un’espressione assai costernata del volto.
Poi allargò le braccia e concluse: “… adesso entra pure, ma ti prego di non prestarci troppa attenzione Edina … credo che mio marito le stia sistemando a tutte e due … ma tu non dartene pena, oramai ci siamo tutte abituate purtroppo …”.
Mi prese la giacca dalle mani, lasciandomi da sola sull’ingresso della veranda, mentre già potevo riconoscere la voce a me familiare di Sophie, con i suoi urletti da bambina, alternati a tonfi fortissimi e penosi, che riempivano tutta la casa fin su al piano di sopra.
Così mi affacciai un po’ timidamente, e purtroppo era proprio così come avevo immaginato: il signor Eric, vestito di tutto punto nel suo elegantissimo blazer scuro, aveva deciso di disciplinare al contempo ambedue le sorelle, per il grave danno appena compiuto. E per prima, aveva così deciso di punire la più grande delle due, la quale doveva possedere senz’altro maggiori responsabilità nell’accaduto.
Avevo riconosciuto assai bene il timbro di voce della mia compagna; poi, entrando un po’ di soppiatto fin dentro nella veranda, l’occhio mi cadde immediatamente anche sulla mano vigorosa del suo genitore, che l’andava correggendo. Di contro Sophie, piegata carponi con la gonna tutta sollevata, aveva anche le mutandine scese giù attorno alle cosce. Rividi così per l’ennesima volta il suo didietro bianco e molle, rimbalzare su e giù come un pallone sgonfio.
Avevo da subito notato, come ambedue le sorelle andassero sfoggiando la medesima mise per l’occasione, la stessa che avevo già visto indosso alle altre ragazze del coro durante la festa di compleanno: un’elegante camicetta bianca, con una gonnellina rossa a quadri in stile scozzese, e due lunghi calzettoni bianchi di lana.
Avrei appreso in seguito, che avevano così deciso di fare alcune prove prima del saggio, utilizzando un vecchio organo elettrico, che mai prima di quel giorno mi era capitato di notare lì dentro nella veranda. Ma dal momento che ambedue avrebbero desiderato di sedersi a suonare l’organo, e dato che Sophie aveva in ultimo preso il sopravvento scacciando via la sorella più piccola, alla fine Bianca – risentita – aveva ben pensato di reagire staccando inopinatamente la spina della corrente.
C’era stato un forte frastuono di tipo elettrico, e come risultato, l’altoparlante dello strumento musicale si era completamente guastato, liberando nella sala un odore assai fastidioso di circuiti e di fili bruciati.
Era seguita così, una sonora litigata tra le due sorelle, e a conclusione del tutto, l’immediato e risolutivo intervento del loro genitore a mettere definitivamente a posto le cose.
E adesso era quindi il momento degli sculaccioni; Sophie le stava prendendo piegata vicino all’organo appena rotto, costretta con ambedue le mani sulla tastiera e con lo slippino completamente tirato giù. Mugolava come una tenera bambina mentre il genitore, dritto in piedi accanto a lei, la sculacciava, facendole schioccare per bene ambedue le chiappone molli, colpendola con la mano aperta.
Aveva già il culone completamente gonfio, tutto di un rosa livido. Allora il signor Eric decise un po’ frettolosamente che poteva anche bastare così; la finì assestandole due scudisciate ancora più forti, che la fecero rimbalzare tutta in avanti verso l’organo, e ululare a gran voce allo schioccare della mano. Poi le ordinò subito di sedersi sullo sgabello vicino all’organo, e di starsene lì tutta sola e umiliata, completamente immobile; zitta e muta.
Le aveva prese ancora una volta, punita come una bambina di sei anni; Sophie si chiuse in un lungo pianto dirotto.
Dovette rendersi conto solamente in quell’istante della mia presenza, e così subito abbassò lo sguardo, per non incrociare i miei occhi compassionevoli. Poi finalmente si sedette leggermente sul bordo, del piccolo sgabello, con le mutandine ancora abbassate giù fino alla ginocchia, provando a lenire con le mani il dolore per le botte prese.
Nel frattempo anche Bianca piangeva, e probabilmente attendeva solamente il proprio turno per venire disciplinata; era stata costretta a starsene di spalle, con le mani appoggiate sul sedile di un’elegante poltroncina in pelle; e mentre in precedenza ascoltava il tonfo delle botte e i gridolini penosi di sua sorella Sophie, già mugolava sommessamente nell’attesa del suo imminente castigo.
Il signor Eric non la fece attendere oltre, e avvicinatosi a lei con passo rapido, le ordinò subito di voltarsi; solamente in quell’istante Bianca poté così osservare la sorella, seduta di fronte all’’organo, e vide così anche il modo in cui il suo genitore l’aveva appena conciata.
Il signor Eric la trattenne ferma in piedi dinanzi a lui, mentre egli si accomodava sulla poltrona in pelle dove dapprima la figlia era stata costretta in punizione; guardandola negli occhi da poco più di un palmo di distanza, l’apostrofò in modo sbrigativo dicendo: “non abbiamo ancora finito vero?”.
La povera ragazza si mise subito a piangere: era arrivato anche per lei il momento degli sculaccioni.
Vidi Sophie che nel frattempo si era levata nuovamente in piedi, nel tentativo un po’ goffo di sistemarsi anche le mutandine; la mia povera amica non si dava pace per le botte prese, e continuava a mugolare sommessamente. Allora il genitore le ordinò perentoriamente, di disporsi con le spalle rigirate verso il centro della sala, per non guardare.
Si rivolse quindi nuovamente verso Bianca, che era immobile dinanzi a lui, ordinandole con voce ferma, di sollevarsi subito la gonna e di abbassarsi anche le mutandine.
Bianca dapprima ristette in lacrime, ma poi obbedì subito e immediatamente, da brava ragazza: la vidi con la gonnellina a scacchi completamente sollevata, mentre con ambedue le mani tirava giù anche le mutandine, leggermente piegata verso il genitore seduto davanti a lei.
Allora il signor Eric, con un ampio movimento del braccio, la fece ruotare finché la povera ragazza non gli fu completamente adagiata sulle ginocchia.
Poi senza aggiungere altro, le rovesciò addosso uno sculaccione fortissimo, facendola subito sobbalzare e urlare.
In quel momento entrò anche la signora Claudia, che fino a quell’istante se ne era stata nascosta da sola dietro alla porta a guardare; Bianca prese nuovamente a piangere in modo disperato mentre il genitore la batteva.
La teneva saldamente con la mano sinistra per non farla cadere, e con la mano destra la sculacciava facendola sobbalzare e mugolare ad ogni colpo. Bianca aveva la pelle molto più morbida rispetto a Sophie, e dopo pochissimi colpi vidi che anche il suo tenero culetto andava già arrossandosi sempre di più, lasciando intendere che il dolore doveva essere davvero intenso.
Continuò così a sculacciarla con la mano aperta, noncurante dei suoi gridolini sempre più accorati e penosi.
Nonostante fosse gracile e minuta, non mi sfuggì il fatto che anche nel caso di Bianca, i glutei erano piuttosto molli ed abbondanti; e come anche per la sorella maggiore, iniziavano ad essere numerose le occasioni in cui questo misero dettaglio anatomico mi veniva mostrato.
Mi voltai per osservare la signora Claudia, e notai come stesse digrignando i denti con un’espressione di dolore e costernazione; era in fondo assai legata alle due figlie, e non doveva essere affatto bello, vederle ambedue annichilite e disciplinate assieme, in quella maniera così umiliante.
A differenza di Sophie, questa volta le percosse erano assai meno rumorose, ma credo che fosse esclusivamente a causa della differente carnagione della sorella più piccola; tuttavia i gridolini di Bianca mi riempirono il cuore di compassione, dal momento che sembrava realmente pentita, persuasa di dover scontare il suo grave errore, con il castigo.
Realizzai a quel punto come il genitore delle due ragazze avesse una certa fretta di terminare la punizione, era probabilmente a causa del ritardo che avremmo avuto nell’andare di seguito al saggio.
Liberò allora la povera Bianca, ma lo fece solamente per un istante, ordinandole infine di ritornare nelle sua posizione iniziale, con le mani appoggiate al sedile della poltrona, e la gonna sempre ben sollevata.
Provai così un’infinta tenerezza nei suoi confronti; aveva il sedere tutto rosso come un peperone, e continuava a piagnucolare senza mai darsi pace.
Nel contempo Sophie se ne stava mestamente seduta sullo sgabello, rivolta verso l’organo, senza guardare la sorella, esattamente come il signor Eric le aveva ordinato.
Erano state annichilite entrambe, e un piagnisteo sommesso riempiva adesso la sala senza alcuna soluzione di continuità; guardai per l’ennesima volta la signora Claudia, e quest’ultima mi corrispose allargando nuovamente le braccia.
Il signor Eric prese in quell’istante a girare avanti e indietro per la stanza, avvicinandosi spesso a Bianca che era ancora di spalle con le mani appoggiate alla poltrona.
Credo che contemplasse con amara soddisfazione, quello che aveva appena fatto alla povera figlia; un sederone tutto gonfio e rosso che si stagliava completamente umiliato e indifeso verso il centro della sala.
Rimase in piedi ad osservarglielo, e notai come Bianca, avvertendo la presenza del genitore immediatamente alle proprie spalle, riprese nuovamente a tremare tutta dalla testa ai piedi. Aveva ancora paura, e continuava a piangere.
Salimmo in macchina ed io mi sedetti sul sedile posteriore in mezzo a loro due; vi era un silenzio davvero surreale, interrotto solamente dalla radio del signor Eric e da alcune brevi frasi della signora Claudia, seduta nel posto accanto alla guida.
Bianca e Sophie erano tutt’e due rosse in volto, e potevo facilmente immaginare il dolore che provavano, con il didietro ancora fresco di botte, sedute sul morbido sedile in pelle dell’elegante macchina del papà.
Le trascinò fin dentro alla grande sala della scuola di canto, e già un numero impressionante di ragazze in divisa erano disposte su un’alta pedana in legno, in procinto di esibirsi.
Vi era anche un gran numero di genitori e di parenti, e purtroppo non vi erano rimasti più posti per sedere; pertanto ci ritrovammo a starcene in piedi in fondo alla sala, io e i due genitori, mentre Bianca e Sophie quasi si confondevano nel nugolo di ragazze in divisa che affollavano la pedana.
Si abbassarono le luci dopo solamente qualche minuto, ed iniziò il canto bellissimo delle ragazze; doveva trattarsi di musica sacra, anche se le voci bianche e gentili davano al tutto un sapore leggermente fiabesco, quasi da film.
Avrei voluto cogliere il dettaglio delle voci delle due sorelle, ma nell’insieme del coro era pressoché impossibile distinguerle; mi soffermai allora a fissare Sophie, ed immaginai in che modo doveva sentirsi, con il culone ancora tutto livido, fasciato stretto sotto alla gonnellina a scacchi.
Era stata punita per l’ennesima volta, e tantomeno potevo immaginare in quante altre circostanze ciò potesse essere accaduto; provai solamente a pensare a tutte le volte in cui, andando a trovarla mentre lei era in casa, la mia amica doveva avermi accolta con il sedere tutto gonfio e livido sotto alla gonna, senza che io potessi nemmeno saperlo.
Era veramente una ragazza sciagurata; ma dal momento che non cambiava mai, ero sicura che quella non sarebbe stata nemmeno l’ultima volta in cui le avrebbe prese.
Mentre pensavo al didietro di Sophie, cullata dolcemente dal canto, con il gruppo delle fanciulle del coro che dondolava gentilmente tintinnando dei piccoli campanelli, mi abbandonai ad alcuni ricordi della mia adolescenza.
Guardavo Sophie, e la mente mi trascinava verso i pensieri più lontani e nascosti, di tutti quei begli anni andati; poi ripensavo alle botte che il signor Eric le aveva appena dato, e subito rivedevo me stessa insieme a mio padre, nella vecchia magione di campagna dove trascorrevamo le nostre vacanze.
Erano ricordi leggermente sfocati, ma c’era qualcosa che in maniera sempre più nitida tornava ad affollarmi i pensieri, bussandomi con insistenza dentro alla mia mente confusa.
Provavo a scacciarlo, ma ogni volta che gli occhi ricadevano su Sophie, e sulle sue guance ancora rosse e livide per l’umiliazione appena ricevuta, era come se quel ricordo volesse tornare prepotentemente in cima ai miei pensieri.
Allora mi abbandonai ad esso, e contemporaneamente sentii nuovamente dell’umido in mezzo alle cosce.
Rividi così il cortile e la stanza che dava sul giardino della casa di campagna; doveva essere due anni addietro, e stavo giocando con André e con un altro bambino più piccolo, rincorrendoci e schiamazzando per tutto il tempo.
A un certo punto però, nella concitazione del gioco, inavvertitamente sospinsi il bimbo, che fece così un gran ruzzolone, finendo dritto per terra in mezzo a tanti piccoli rametti, ferendosi leggermente e mettendosi a piangere.
Giammai avrei immaginato che un piccolissimo incidente come quello, potesse indurre il bambino a piangere e a disperarsi in modo così accorato; doveva essere il figliolo di una coppia di vecchi amici dei miei genitori, e quel pomeriggio era stato lasciato lì con noi per giocare assieme.
Mi voltai ma di mio fratello non vi era più nessuna traccia; dopo un po’ compresi che era entrato in casa per riferire la cosa a mio padre. Mi voltai nuovamente, per provare a rimediare al danno fatto con il bambino, ma subito vidi che mio padre era uscito nel cortile e veniva rapido verso di me.
Vidi la sua ombra che mi sovrastava, e senza nemmeno il minimo preambolo, mi trascinò subito via per un braccio, stringendomi al punto da farmi davvero molto male, fin dentro al salone antistante il giardino.
Il bambino continuava a piangere, ma era come se a mio padre la cosa non interessasse affatto; era completamente concentrato su di me, e sulla mia camicetta stropicciata.
Osservai nuovamente Sophie, e poi anche Bianca accanto a lei: nuovamente provai quella sensazione di umido tra le cosce, pensando a come dovevano sentirsi in quel preciso istante. Poi il mio sordido ricordo riprese il sopravvento.
In altre circostanze, mio padre mi avrebbe già mollato un fortissimo schiaffone, subito, lì dì fuori, proprio dinanzi al bambino, per punirmi dell’errore che avevo appena compiuto. Ma giammai l’avevo visto così adirato e risoluto nei miei confronti, e quella volta iniziai a temere, che le cose potessero anche andare a finire in modo diverso.
Non mi era mai accaduto prima, ma questa volta me lo sentivo bene, che erano in arrivo le botte. Infatti mio padre non mi mollava, tenendomi sempre stretta per un braccio, mentre mi trascinava tutta intorno al piccolo tavolo quadrato di marmo, posto al centro della sala.
André si era solo apparentemente allontanato, ma in realtà stava osservando la scena di nascosto, dalla stanza accanto; quasi certamente era stato lui a fare la spia con papà.
Iniziai a temere il peggio, e ne ebbi triste conferma quando papà mi strinse fortissima la mano, dentro alla sua manona destra, mentre con l’altra spostava l’antico sgabello in vimini, posto esattamente sotto l’orologio svizzero a cucù.
Mi lasciai trascinare a peso morto, senza nemmeno reagire, ero ancora incerta su cosa avrebbe voluto farmi; ma a scanso di dubbi e proprio come in un baleno, mi ritrovai da subito con il ventre riverso sui suoi pantaloni in velluto e sulle sue ginocchia, il viso rivolto verso la parete del camino sul lato della porta, e le spalle girate verso la stanza di André.
Le braccia ed il seno mi penzolavano verso il polveroso pavimento antico, mentre mio padre con un gesto assai perentorio, che a me dovette apparire lentissimo, mi sollevò da dietro e mi tirò su la gonna nera, stretta ed attillata, rovesciandomela tutta attorno ai fianchi. E solamente in quell’istante, io compresi di ritrovarmi completamente spogliata, con il sedere tutto di fuori.
Tentai per l’ultima volta di respingere quell’umiliante ricordo, fissandomi con lo sguardo su alcuni dettagli e sui volti bellissimi di alcune ragazze del coro; ma non c’era più alcun modo di tornare indietro nei miei pensieri.
Riprovai allora quell’odiosa sensazione, il mio sedere tutto esposto davanti agli occhi di André, che smisurata vergogna.
Provai a reagire un po’ timidamente per intenerirlo, supplicando accoratamente mio padre di lasciarmi andare; ma come tutta risposta, mi sentii dire, che di lì a poco mi avrebbe tirato giù anche le mutandine e mi avrebbe fatta piangere. E così fece immediatamente, abbassandomi lo slip con un semplice gesto, rapido e imperioso, e scoprendomi così tutto quanto il didietro, bianco e pallido come il latte.
Ricordo ancora benissimo, quella strana sensazione di gelo sui miei glutei completamente esposti, e la stretta forte dell’elastico bianco, teso tutto intorno alle cosce.
Guardavo Sophie, ma in realtà rivedevo solamente me stessa, e tra le gambe stavo per bagnarmi sempre di più. Provavo vergogna e avrei voluto rimuovere completamente quei pensieri, ma certamente non potevo cambiare i miei ricordi. Mi voltai allora, per un solo istante a fissare il signor Eric, e notai come stesse parlottando sottovoce con sua moglie tutto il tempo; immaginai che stessero ancora discutendo animosamente dei fatti accaduti in casa poco prima.
Con le mani potevo quasi sfiorare il pavimento, mentre la mano sinistra di papà mi reggeva i fianchi, tenendomi la gonna sempre sollevata; docilmente reclinai in basso la testa.
Lui sollevò la destra, e prese a darmi tante sculacciate, scuotendomi tutta quanta sulle ginocchia. Mugolavo miseramente, nel vano tentativo di non piangere.
Passai così immediatamente, dalla sensazione di gelo sui glutei, ad un caldo bollente che iniziò ad impadronirsi di me; era in realtà il calore delle botte che mi stava dando, ma potevo sentirmelo tutto dentro nel corpo, fin giù anche in fondo alla nuca. Mi stava punendo e umiliando.
Presi a mugolare più forte, e potevo sentire benissimo lo schiocco degli sculaccioni, rimbalzare contro le pareti, man mano che mio padre andava castigandomi.
A un certo punto provai pure a divincolarmi, ma per tutto risultato, mio padre mi strinse un braccio ancora più forte, facendomi un male tremendo che andò a sommarsi al calore delle botte. Poi riprese a sculacciarmi sempre più forte, con la sua robustissima mano aperta.
Mi disciplinò per bene e assai a lungo, fino a farmi piangere davvero come una bambina. Ma questa volta me le ero davvero meritate, come ebbe modo di ripetermi più volte.
Quando alla fine mi liberò, ero tutta rossa sul didietro, e nemmeno riuscivo a camminare per quanto botte mi aveva dato; mi precipitai così nella mia camera da letto senza nemmeno sistemarmi la gonna, inseguita del suo sguardo severissimo, e dalla risata divertita di mio fratello.
Mi chiusi da sola dentro alla mia stanza, e voltata tristemente verso lo specchio, ristetti ferma a guardare i miei poveri glutei, che erano tutti lividi e deformati.
Continuai a piangere amaramente, prima di rivestirmi; e mentre mi rassettavo la gonna, giurai a me stessa, che quell’amarissimo giorno sarebbe stato per davvero, una delle ultimissime occasioni in cui ne avrei indossata una.
Avevo completamente rimosso quel ricordo dalla mia mente per tantissimo tempo; ma adesso potevo risentirlo talmente bene, il calore delle sculacciate, che osservando ancora una volta la mia povera amica Sophie, potevo ora ben comprendere, quanto potesse sentirsi umiliata in quell’istante.
Uno scroscio d’applausi mi distolse immediatamente dai miei sordidi pensieri; la platea si ravvivò ed iniziarono ad invocare alcuni nomi di ragazze, che si esibirono singolarmente solamente per qualche breve ritornello. Sophie e Bianca erano invece sempre immobili in mezzo al gruppo, e tenevano lo sguardo sempre basso; si capiva benissimo che erano ancora abbacchiate per le botte prese.
Mi soffermai ancora una volta sui loro fianchi, e sulle loro misere gonnelline a scacchi: ripensai per l’ultima volta, a come dovevano sentirsi in quel momento, con il didietro tutto fasciato, ancora gonfio e completamente pieno di bozzi.
Il ritorno in macchina fu silenzioso esattamente come lo era stata l’andata; provai a dire qualcosa per interrompere quei lunghissimi istanti d’imbarazzo, ma non c’era davvero alcun verso di far parlare le due ragazze.
I genitori di Sophie furono particolarmente gentili con me, e decisero di accompagnarmi in macchina fino alla stazione, non lontano dal luogo in cui mi ero congedata da Pascal, poco più di un mese addietro. Salii allora sul tram, che già era sera; certamente ero ancora leggermente scossa, da quella giornata così piena di immagini penose e di umilianti ricordi.
Giunta in casa rividi infine mio padre, e provai nuovamente un profondissimo senso di disagio verso di lui; ero lo stesso sentimento messo da parte per tutto il tempo, e che adesso riaffiorava vivo e prepotente, dentro alla mia mente confusa.
Ma lui mi salutò in modo frettoloso, stava seduto davanti alla televisione e non amava affatto venire disturbato, mentre guardava le ultime notizie del telegiornale.