(13°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

L’osservazione

Il risveglio fu particolarmente difficile quel sabato mattina; avevo ancora nella testa le follie del pomeriggio precedente in casa di Pascal, e la grandissima emozione di avere finalmente provato, anche se in un modo di cui mi sarei dovuta piuttosto vergognare, il piacere del sesso.
Mi sentivo molto provata, come se avessi scalato una montagna altissima, e con la testa completamente persa tra le nuvole.
Avevo anche dimenticato quale fosse il mio proposito iniziale, di scoprire una volta per tutte se Sophie mi avesse raccontato una marea di frottole, sulla sua presunta vicenda amorosa. Come se non bastasse, quella mattina non la vidi nemmeno a scuola, dal momento che si era presa un giorno di assenza per recarsi in gita a Namur assieme alla famiglia.
Avevo capito che il signor Eric era rientrato dopo un lungo periodo di lavoro a Parigi, ed aveva infine promesso a Sophie e Bianca di organizzare una bella gita in macchina durante il fine settimana, approfittando anche del clima mite che anticipava la primavera oramai alle porte.
La domenica mi fece stemperare un po’ le mie emozioni, ed anche la rabbia di essere stata lungamente presa in giro da Sophie con le sue bugie; giunsi così a scuola, il lunedì mattina, intenzionata a spiegarle con fermezza come stessero le cose, ma senza arrivare fino al punto di litigare con lei.
Tuttavia prima ancora che io le potessi parlare, o che quantomeno decidessi in che maniera approcciare con lei il delicato argomento, la mia amica fu nuovamente interrogata dalla professoressa Chenot: e proprio come in quella lontanissima mattina di ottobre, anche stavolta Sophie se ne tornò al banco completamente impreparata, e con un pessimo voto sul registro.
La professoressa, questa volta senza alcun tipo d’ironia, disse a Sophie che dopo soli due giorni si sarebbero riuniti professori e genitori, per discutere assieme il programma di Osservazione degli studenti valutati in maniera insufficiente; le fece intendere che avrebbe partecipato anche lei, e che avrebbe completato la scheda riferendo della situazione poco positiva della mia compagna anche in materia di storia.
Era evidente come Sophie si sarebbe dovuta mettere a studiare per bene e tutti i santi giorni. Arrivò così l’intervallo, e io avrei a quel punto dovuto rincarare la dose, rinfacciandole tutte le frottole che mi aveva raccontato relativamente a Pascal.
Scelsi allora di adoperare i guanti di velluto, ed esordii dicendole che avevo fortuitamente incontrato proprio Jeanne, il venerdì precedente, mentre mi trovavo per caso alla stazione.
Vidi Sophie impallidire immediatamente in viso: dovette provare in quel preciso istante, una paura tremenda di essere stata definitivamente smascherata; ma a quel punto invece, io la tranquillizzai, dicendole solamente che la sua amica mi era apparsa in buona forma, e che semplicemente mi aveva riferito di avere avuto alcuni recenti problemi col suo ragazzo; ma che adesso sembrava tutto fortunatamente in procinto di risolversi.
Sophie evidentemente si rese conto, di non poter più fare null’altro che porre fine alla sua stupida finzione; e così immediatamente si imbarcò dentro l’ennesima, e forse ultima, assurda bugia, raccontandomi con disinvoltura di come in effetti le cose non stessero andando più così bene, tra lei e Pascal.
In poche parole, la loro liaison era già finita. E mentre simulava un’espressione triste del viso, Sophie non poteva nemmeno immaginare che io sapessi per intero tutta la verità, ovvero che la sua presunta vicenda d’amore tantomeno fosse mai iniziata.
Ma nonostante la grande rabbia, provai comunque anche un bel po’ di compassione verso di lei: vera o falsa che fosse, quella sua storia le aveva indubbiamente riempito le giornate di pensieri frivoli e giocosi, e adesso se li sarebbe dovuti togliere definitivamente dalla testa, e ritornare subito immediatamente coi piedi per terra.
Il giorno successivo rividi in casa anche il signor Eric, e mi parve un po’ meno socievole rispetto a quanto mi era apparso nelle precedenti occasioni; in ogni caso, era sempre assai cordiale e gentile nei miei confronti, ma potei anche cogliere in lui una leggera vena di disappunto, come se volesse in qualche maniera, farmi pesare almeno in parte, le difficoltà della loro sciagurata figlia.
Ci rinchiudemmo nella camera da letto con il testo di storia, e non ne uscimmo finché Sophie non finì di ripetere per intero tutta la lezione.
L’indomani c’era il consiglio dei genitori, e il signor Eric sarebbe giunto a scuola apposta per parteciparvi. Sophie non sembrava affatto preoccupata, ma certamente la circostanza era piuttosto delicata, dal momento che i suoi genitori non erano mai stati precedentemente a colloquio con i nostri insegnanti.
Sedute al banco parlammo nuovamente e a lungo di Pascal: Sophie andava ancora mettendo in scena il suo presunto rammarico, per la fine prematura della sua vicenda d’amore; mi fece ritornare tantissima voglia, di rinfacciarle tutta la verità e di litigare pesantemente con lei; ma una volta di più, e non so per quanto ancora l’avrei potuta sopportare, mi trattenni a stento dal rovesciarle addosso tutto ciò che realmente pensavo di lei: che era una bambinona stupida e viziata senza cervello. Sarebbe stata senza dubbio la precoce fine della nostra breve amicizia.
Al termine della lezione, Sophie avrebbe aspettato a scuola fino alla conclusione del consiglio dei genitori, per ritornarsene poi a casa in macchina insieme al signor Eric.
Avvisai André, e decisi così di rimanere lì per farle un po’ di compagnia; ci sedemmo su una panchina al sole nei pressi del cortile per qualche minuto.
Finalmente il telefono di Sophie squillò, rispose e subito le vidi aggrottare le ciglia e farsi improvvisamente scura in volto; dall’altro capo del telefono c’era la voce del suo genitore, e sembrava essere davvero assai poco accomodante: si esprimeva per monosillabi, in modo deciso e senza tollerare alcun tipo di confronto.
Vidi Sophie guardarsi frettolosamente attorno, stava provando a comprendere in quale luogo il signor Eric la stesse aspettando. Osservò l’altro lato della palazzina, ed infine prese a camminare lentamente attraverso il cortile assolato; la seguii che ancora parlava sommessamente al telefono.
Quando finalmente attaccò, mi riferì che il genitore ci stava attendendo, dentro un’aula ubicata giù nel sottoscala; era proprio in prossimità dei bagni, dove avevo dovuto masturbare mio fratello tanti mesi addietro. Discesi così le scale con Sophie, rammentandomi di quel giorno con infinita vergogna.
Pensavamo probabilmente di trovarvi il signor Eric insieme ad altri genitori, in un’assemblea affollata e rumorosa; ed invece, di tutto contro, il sottoscala era piuttosto buio e assolutamente silenzioso; sentimmo solamente la voce del genitore di Sophie, in lontananza, che parlava al telefono nominando la figlia in continuazione; quasi certamente stava conversando in quell’istante con sua moglie.
Lungo il corridoio vi erano diverse aule, illuminate attraverso piccole serrande quasi tutte socchiuse, e con tantissimi banchi accatastati dentro; lo trovammo infine all’interno della penultima stanza sulla destra, che era meno grande delle altre e leggermente claustrofobica.
In mezzo alla stanza vi era disposta una sedia in legno, mentre tutto il resto ero ammucchiato contro le pareti, in modo piuttosto ordinato, probabilmente da diversi anni.
Non appena ci vide, il signor Eric ci venne incontro e mi strinse la mano, prima di rivolgersi a Sophie, con un tono di voce totalmente privo di emozione: “… non so se sei mai venuta in una di queste aule, ma mi ha detto il tuo professore di matematica, che questo è uno dei luoghi meno conosciuti e frequentati di tutta la scuola … è così?”.
Era stranamente sereno e disteso, al punto che io credetti che alla fine il colloquio con gli insegnanti non fosse andato in fondo così male. La mia amica rispose di non essere mai scesa lì giù, ed anche io lo confermai, continuando a provare vergogna.
Allora il signor Eric riprese: “… quindi è proprio come dice il professor Ricardi … sono stato io a domandargli se vi fosse in tutto l’edificio, un luogo tranquillo e appartato per poterti parlare subito dopo”. Vidi Sophie farsi più scura e decisamente preoccupata in volto.
“Vedi Sophie … i tuoi professori sono brave persone, e vorrebbero che tu studiassi un po’ di più, e andassi molto meglio a scuola …”.
La mia amica continuò a tacere, e probabilmente iniziò a temere che il genitore avesse intenzione di volerla punire; ma certamente le stava parlando in modo affabile, e non l’avrebbe mai fatto in un luogo pubblico come quello in cui ci trovavamo.
“Ma tu non solo non studi abbastanza, ma in più sei sempre perennemente distratta … non è vero ?!? … hai tantissimi pensieri per la testa diversi dalla scuola … non è così Sophie?”. Arrivai a pensare in quell’istante, che la signora Claudia avesse anche potuto udire alcune delle nostre lunghe conversazioni su Pascal, mentre eravamo rinchiuse nella camera da letto.
La paternale stava prendendo una piega assai brutta per Sophie; e soprattutto il signor Eric pareva non ammettere alcuna replica, procedendo come se stesse leggendo un canovaccio.
“Ho poi appreso solamente oggi, dei tuoi pessimi risultati anche in storia e in architettura. Come la mettiamo allora ?!? …”.
Vidi la mia amica tremare tutta, probabilmente non aveva detto nulla ai suoi genitori dell’ultimo giudizio disastroso del lunedì.
“Vedi Sophie … io e tua madre vogliamo solo aiutarti a diventare una ragazza seria, brava e preparata … ma sembra proprio che tu ti stia impegnando sempre di più, per vanificare dal principio tutte le nostre migliori intenzioni !”.
Si voltò mettendosi a camminare in avanti e indietro dentro la piccola stanza polverosa; poi riprese: “la vedi questa sedia qui? … è l’ultima cosa che avrei voluto dover fare, in tutti questi anni, per poterti correggere …”.
Non avevo il coraggio di guardarla, ma potevo immaginare benissimo come poteva sentirsi in quell’istante.
Tra i vari oggetti accatastati sui banchi, vi era anche uno specchio rettangolare, probabilmente proveniente da uno dei bagni in fondo al corridoio, gli stessi in cui mi ero chiusa con mio fratello quel lontano giorno di tanti mesi addietro.
Il signor Eric allora si sfilò la giacca rimanendo in maniche di camicia, e sollevando lo specchio che doveva essere anche piuttosto pesante, lo ripose infine sul pavimento, appoggiato in modo leggermente reclinato, contro un grande bidone di plastica; poi avvicinò la sedia allo specchio.
Sophie da parte sua taceva e tremava vistosamente, coi suoi delicati boccoli biondi leggermente scomposti; il signor Eric allora le suggerì amorevolmente di togliersi il cappotto, forse pensava che la figlia stesse tremando a causa del caldo afoso di quel luogo chiuso. Sophie obbedì immediatamente e se lo sfilò di dosso, riponendolo su un attaccapanni leggermente sbilenco, e rimanendo così nella sua camicetta bianca, con una piccola cravattina nera sul davanti, e con la solita gonna, piuttosto lunga e tutta attillata attorno ai fianchi.
Sentivo caldo anch’io, ma non avevo il coraggio di muovermi; qualsiasi cosa avessi fatto, il signor Eric avrebbe potuto rivolgermi parola, e forse persino rinfacciarmi di non aver saputo aiutare la figlia nello studio come avrei dovuto: mi sentivo in qualche modo anch’io sul banco degli accusati, anche se non vi era da parte sua alcuna espressione di rimprovero verso di me.
Poi il signor Eric riprese ancora: “Da questo istante le cose cambieranno completamente Sophie !”, e poi: “sarò io stesso a seguirti personalmente giorno per giorno, e a controllare con attenzione tutti i tuoi risultati !”.
Ed infine: “Io e tua madre non possiamo affatto tollerare, che nostra figlia perda solo tempo, e che non abbia degli ottimi risultati a scuola ! … da ora in avanti dedicherò tutto il mio tempo a te, per farti studiare come devi !”.
Pensai che avrei così finito una volta per tutte di passare i miei pomeriggi a casa di lei, e che da quel momento in avanti Sophie avrebbe studiato solamente assieme al suo genitore; ma in fin dei conti, si trattava di un‘idea davvero inverosimile, conoscendo il tipo di professione e gli assai frequenti impegni fuori città di quest’ultimo.
Adesso Sophie era leggermente piegata su un lato, e teneva le braccia dietro alla schiena, torturandosi il palmo di una mano con le unghie delle dita; azzardò per la prima volta una timida replica, biascicando a bassissima voce: “… ti prometto che studierò tantissimo … e che non farò più errori fino agli esami … ma adesso per favore lasciami andare … te lo prego …”.
Il signor Eric aveva la mano destra appoggiata sulla spalliera della sedia in legno disposta in mezzo alla stanza; rispose con tono ironico e distaccato: “Mi prometti? Sophie mi prometti? Da quanto tempo prometti a me e a tua madre che avresti iniziato a comportarti come una ragazza seria e a studiare !?! … da quanto tempo lo prometti, eh !?! …”, e poi: “La verità è che tu non impari mai Sophie, e con te parlare è davvero inutile !”.
In quell’istante si udì un rumore lungo le scale, qualcuno si avvicinò lentamente alla porta: era il custode della scuola, che vedendoci dentro alla stanza, ci avvisò che entro venti minuti avrebbe completato il giro dell’edificio, e sarebbe ritornato per chiudere il cancello.
Il signor Eric rispose cortesemente, dicendo che venti minuti gli sarebbero stati senz’altro più che sufficienti per concludere la sua lezione; e non appena i passi del custode si dileguarono su per le scale, afferrò senza perdere un solo istante la figlia per un braccio, ed accomodandosi poi sulla sedia in legno, se la trascinò sulle ginocchia facendola sussultare tutta quanta sulle gambe.
Sophie emise un piccolo urletto, che sembrava davvero una tenera bambina. Poi in un attimo le tirò su la gonna che era tutta stretta, e gliela sollevò fino intorno ai fianchi, scoprendole completamente il didietro, che era avvolto dentro ad una mutandina bianca non troppo sottile.
Sophie prese a mugolare, volgendo la testa con i suoi graziosi boccoli biondi verso di lui, ed ansimando: “… ti prego … ti prego nooo …”; lo implorava di liberarla, ma il signor Eric la tratteneva ben salda con la mano ferma sulla sua gonna rovesciata, mentre le braccia di Sophie penzolavano giù senza arrivare a toccare il pavimento.
Nello specchio che il genitore aveva riposto lì di fronte a lei, la mia compagna poteva rimirare se stessa, piegata carponi sulle ginocchia di lui.
Restai bloccata sulle gambe senza muovermi e senza dire nulla; in quel frangente era come se per il signor Eric, io nemmeno esistessi, e cosi mi decisi a fare di modo che la mia presenza non fosse minimamente d’intralcio per quanto egli aveva deciso di farle.
Così, mentre Sophie continuava ad implorarlo, tenendo il capo girato verso di lui, il signor Eric noncurante concluse la sua paternale dicendole: “… da ora in avanti ti insegnerò io a studiare … sì, ti farò studiare io … ti farò camminare dritta a forza di sculaccioni !”.
E con il palmo della mano aperta, le colpì il sedere facendolo immediatamente schioccare con grandissimo impeto; Sophie emise un urlo che dovette sentirsi fin su per le scale.
Poi la colpì nuovamente, e una terza volta ancora, sempre più forte.
La mia amica abbassò il capo, e in quell’istante poteva vedersi per bene dentro allo specchio, mentre il genitore la batteva in modo costante e inesorabile; ad ogni sculacciata, Sophie rimbalzava con il capo leggermente in avanti verso lo specchio, e poteva vedere anche la forma dei glutei scuotersi dietro alla gonna arrotolata; era una scena davvero penosa ed umiliante per lei.
Riprese a mugolare, e un gridolino dietro l’altro – mentre continuava a venire battuta – mi riportò alla mente i mugolii di piacere della sua amica Jeanne: conclusi così, che vi erano alcune ragazze molto più intelligenti e fortunate di altre.
Il signor Eric, mentre la sculacciava, ribadiva severamente che da quel momento, la figlia avrebbe studiato come voleva lui, e alternava le sue promesse di future e ulteriori botte, ad altrettanti colpi molto precisi e ben assestati.
Apriva il braccio e con il palmo della mano aperta, la sculacciava facendola schioccare per bene ad ogni colpo, con grandissima forza e precisione; Sophie prese a ululare e a piangere, con lo sguardo sempre rivolto verso lo specchio.
Nonostante le misere mutandine le ricoprissero il didietro, ben presto il colore dei glutei iniziò ad arrossarsi, soprattutto alla base dove la pelle bianca e molle era maggiormente esposta; un tonfo dopo l’altro, con un rumore sordo che andava diffondendosi tutto fuori dalla stanza, lungo il corridoio e fin sopra alle scale, il signor Eric le stava facendo un sederone enorme.
Questa volta vidi veramente la rabbia più cinica sul volto del genitore; tratteneva la figlia immobilizzata con un braccio, e con l’altro la sculacciava sempre più forte, senza tregua; Sophie provava miseramente ad alzare la testa, ma subito veniva colpita nuovamente sul didietro, costretta a rimbalzare mestamente in avanti verso lo specchio.
Il signor Eric smise di punirla, solamente quando si accorse che stava per soggiungere il custode; questi chiaramente aveva potuto udire benissimo il tonfo delle sculacciate, e i gridolini disperati di Sophie mentre veniva battuta.
Il signor Eric allora la liberò, in tempo utile per sistemarsi la gonna, proprio mentre il custode si avvicinava alla porta per chiederci cortesemente di abbandonare la sala; Sophie provò con immensa fatica a trattenere le lacrime, ma era tutta rossa in viso e si vedeva benissimo che le aveva prese.
Il custode fece un cenno al signor Eric, come se avesse inteso per bene ciò che era accaduto; era un uomo anziano assai alto e robusto che tutti gli studenti conoscevano con il nome di Maurice. Allora il genitore di Sophie chiosò ad alta voce dicendo: “… le chiedo scusa se abbiamo approfittato della sua pazienza … la prossima volta l’avviseremo per tempo se sarà necessario utilizzare quest’aula di nuovo”.
Risalimmo le scale mentre il custode ci seguiva leggermente indietro, con un enorme mazzo di chiavi in mano; io li precedevo, mentre il signor Eric trascinava Sophie su per un braccio. La mia povera amica, punita, adesso piangeva in continuazione, con una mano aperta sulla guancia, e con la gonna tutta fasciata attorno ai fianchi; doveva avere il sederone ancora tutto gonfio e dolorante.
Giunti infine fuori dal cancello, il signor Eric mi diede precise disposizioni per l’indomani, confermando così di non avere nessunissima intenzione di liberarmi dall’incombenza di dover studiare insieme con la figlia; poi afferrò Sophie nuovamente per un braccio, e la trascinò via come un sacco di patate, verso la macchina parcheggiata lì di fronte.
La mia compagna si lasciò trascinare un po’ goffamente, inciampando nei piedi, tutta piegata in avanti e fasciata dentro alla sua gonna strettissima.

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