Pomeriggio d’eros

(di Skiavo)

Richiamai Paola alcuni giorni dopo il nostro primo incontro: decidemmo di rivederci a Verona. Abbiamo preso un caffè e girato la città. Ad un certo punto le ho detto che mi piaceva: lei mi rispose la stessa cosa. Eravamo in una stradina solitaria: ci siamo baciati con trasporto, attaccandoci le bocche senza quasi respirare. Le strinsi i seni mentre lei si premeva sul mio cazzo duro. “Ti voglio, mi disse, ma come piace a me, senza remore morali. Scatenatamene. Mi dovrai fare quanto ti chiederò. Ti piacerà. Vedrai.” Decidemmo di incontrarci il prossimo sabato e di trascorrere eroticamente l’intero pomeriggio. Arrivai da lei verso le due: suonai il campanello con una certa emozione, perché non sapevo che cosa poi sarebbe accaduto. Mi aprì subito: aveva un maglione nero e pantaloni attillati. I capelli biondi sciolti sulle spalle. “Baciami a lungo” mi disse “e mentre mi baci sculacciami, prima leggermente e poi sempre più forte. Te lo dirò io quando smettere.” La proposta mi eccitò molto: cominciai a baciarla, contemporaneamente dandole colpetti sul sedere che via via divennero veri e propri schiaffi violenti. Continuai la danza per altri cinque minuti, tanto che le mani già mi facevano male. Del resto il sedere di Paola era ben caldo: accarezzandolo pur ricoperto dei pantaloni me n’accorsi subito. “Ora andiamo in camera” mi disse. Si stese sul letto a pancia in giù e mi chiese di toglierle i pantaloni e le mutandine. “Ora accarezzami le natiche riscaldate dalle tue percosse, guarda come sono rosse….. toccale, mordile, ricoprile della tua saliva. Tendile, passa la mano lungo il taglio. Ma in modo brutale, con durezza.” Non mi era mai capitata una donna simile: l’esperienza erotica che stavo provando era davvero straordinaria. Ma la cosa che più mi colpiva era la carica libidinosa e masochista di Paola, il suo desiderio di soffrire, d’essere dominata, di raggiungere il piacere attraverso la sofferenza: e ancora non si era scatenata del tutto e le cose che mi chiederà di farle hanno ancora al pensarle una carica d’eccitazione incredibile.

Dopo averle baciato ed impastato in vari modi le natiche sode e lisce come una dea greca, mentre lei emetteva gemiti, si toccava la clitoride, si contorceva, si apriva in modo impudico il buchino invitandomi a sodomizzarla senza pietà, mi disse: “Ora prendi la pinzetta per le ciglia che è sopra il tavolo, straziami le natiche, il buchino, le cosce….. Non aver paura di farmi male, brutalizzami al massimo. Mi piace godere attraverso il dolore più intenso inflittomi da un uomo. Scatenati senza alcuna pietà. E sì t’implorerò di smettere, mi raccomando, non lo fare assolutamente. Anche se piangerò, sì griderò…”

A questo punto mi abbandonai alle sue richieste. Presi le pinzette e cominciai a stringerle le rosee carni: lo feci con violenza, senza più controlli inibitori, premendo a più non posso, con volontà di fare male, un male cane. Affondavo le punte aguzze nelle carni, con sadismo, contemporaneamente calando dure sculacciate in ogni parte del culo. Paola gridava per il dolore e m’implorava di smettere, mi supplicava di smettere e le lacrime iniziavano a rigarle il volto. Ma io non la ascoltavo, come all’inizio lei mi aveva detto di fare. Le mani ormai mi bruciavano, tante erano le forti sculacciate che avevo dato: il culetto di Paola era un mosaico di lividi, di segni di mani. Ma mancava tuttavia l’impronta decisiva della frusta. Il suo eccitante sibilare sulle carni femminili, il sobbalzare e il loro contrarsi. I profondi segni che lascia se i colpi sono dati con determinazione e severità. Tolsi allora la cinta dai pantaloni: e via ai bei colpi sul culo. Colpi precisi, forti, vibrati con desiderio di fare molto male. Del resto non era questa la richiesta di Paola?

La cosa però che più mi eccitava erano le contrazioni delle natiche nel ricevere la frustata: Paola le stringeva e le rilasciava quasi come il membro le stesse violando il buchino proibito, chiudendosi ed aprendosi ritmicamente. Soffriva, soffriva davvero molto: lo si vedeva anche dai profondi segni che ricoprivano le natiche, in più punti vere e proprie vesciche. Ma pure iniziava a godere: ormai si era introdotta due dita dentro la fica ed aveva iniziato un intenso ditalino. N’approfittai: non esiste, infatti, miglior momento di questo, quando la donna inizia a godere, che aprirle violentemente il culo ed introdurre il membro turgido.