caldo&freddo_racconto_erotico


“Hai freddo?”.
Le parole sono l’ultima cosa che abbia sentito; la prima è decisamente il freddo.
Le lettere escono miste a fiato sfiorandomi l’orecchio.
Una notte ho sognato un grosso lupo che uccideva chiunque lo incontrasse mordendolo dietro al collo, stritolandolo fino a soffocarlo, finché non toccava a me; mi sento come in quel momento: fragile, vulnerabile, invincibile.
Stringo i denti ma non riesco a rispondere.
Deve aver percepito la mia esitazione come un invito. La mia gola era vuota ma io devo aver detto “scaldami”. Sono sicura di sì; lo sento dal palpitare incessante che produce calore sopra le gote e tra le cosce. Lo sento perché tremo mentre le sue mani gelide esitano violando il mio cappotto. Il contrasto termico dei nostri corpi sembra elettrico.
“Forse – da cosa scappi con quel forse? – forse dovremmo cercare un modo per uscire”.
Resto immobile, non voglio vederlo ora; rimango di schiena. “Hai paura di prenderti un raffreddore?”. Mormoro tra i brividi. Sibilo sarcasmo: rivoglio la paura di prima, come ti sei permesso di portarmela via?
“Non hai paura a rimanere chiusa qui con me?”.
Si.
No.
“Dovrei?”; per favore non rispondermi più ora – Eros gesticola, non parla.
Lentamente il suo braccio scavalca la mia spalla. La lentezza con cui lo fa ha del magico e dell’inspiegabile, e più attimi trascorrono, più penso a quanta ubbidienza lui abbia già instillato in me, per potersi permettere di afferrarmi con tutta questa lentezza.
La mano arriva al mio collo e piega in alto il mento. Questa volta non è una calda piuma: preme la sua bocca fermamente sul limitare del mio zigomo.
“Ti farò desiderare di non avermi risposto così”.
La sua voce ha consistenza: mi è così violentemente vicino che distinguo la lingua muoverglisi contro il palato.
Poi si allontana e io non mi sono mai sentita tanto abbandonata. Lo fa con passi pesanti, perché possa sentire i metri che ci separano, e si ferma.
Non so cosa fare. Cosa si aspetta da me? Tutto quello che vuole.
Trattengo quasi il fiato per concentrarmi sui rumori, e di secondo in secondo riconosco tubi che vibrano, ventole che fremono e altri colpi di tosse del sistema che scorre in tutto l’edificio, ma non lui.
Quando ormai uno strano panico di solitudine si sta impadronendo di me, lui sussurra “girati” e io riprendo a respirare.
Mi guarda a braccia conserte, rigonfio del compiacimento per la mia resa confusa. Non c’è in me alcuna volontà con cui potrei oppormi: ti prego dimmi cosa voglio.
“Spogliati”.
Torno lucida: ci saranno meno di tre gradi qui dentro e non sappiamo nemmeno tra quanto qualcuno ci farà uscire; non posso spogliarmi.
Io esito e lui sorride; un sorriso rabbioso, pieno di fuoco, di assoluto, di brutale incorruttibile certezza.
Si avvicina a me con quel sorriso che mi fissa: non so se dovrei avere paura ora.
La sua mano passa tra i miei capelli e li stringe tanto che con un movimento di polso potrebbe farmi dire “sì” con la testa. Mi trascina in ginocchio fermamente e senza farmi più male di quanto non meriti.
Quando sono inginocchiata mi spinge la guancia sul pavimento. Il freddo è cocente, stordente. D’istinto provo a risollevare la testa, ma lui la preme saldamente senza che io possa più muovermi.
“Cosa senti?” alza per la prima volta di poco la voce.
Provo ad aprire la bocca ma non so cosa dire. Allora mi rifà la domanda, spingendo più forte, finché lo zigomo contro il cemento non inizia a farmi male e stringo i denti, e fa freddo, e continua a fare male.
“Freddo!”.
Allora lui mi riporta in ginocchio e si alza. Mi guarda dall’alto in basso incollandomi a terra. Non riesco ancora a comprendere. Prende il mio viso tra le mani e mi sputa sulla guancia ancora nostalgicamente fredda come il pavimento.
“Adesso cosa senti?”.
Chiudo gli occhi e non penso ad altro se non alla mia guancia e posso distinguere una macchia di vivido tepore che come una lumaca mi attraversa lentamente il viso. Quando riapro gli occhi devono essere rigonfi di questa scoperta perché si limita a sorridermi e ad asciugarmi con inaspettata pazienza.
Non c’è bisogno che dica altro: da inginocchiata mi sbottono il cappotto, e sfilo la sciarpa, il maglione e il reggiseno. La cassa toracica non riesce quasi ad inalare da quanto il calore nel mio corpo si rifiuta di disperdersi nei respiri, ma non mi alzo per sfilarmi i jeans finché lui non accenna il sì con il capo, e ligia e rapida proseguo. Spogliarmi è facile, è movimento, ho il terrore di fermarmi; come se potessi poi, riuscire a non tremare e fermarmi davvero.
“Quattro zampe” sottolinea con un cenno di lato non appena l’ultimo indumento, le mie mutandine, sono finite nel mucchietto accanto a me che mi vestiva un attimo fa.
Per cercare di respirare regolarmente e trattenere i tremiti stringo i denti così forte che le mandibole iniziano subito a dolermi.
Esitante scivolo finché i palmi, gli stinchi e le punte dei piedi non baciano quel bacio gelido che solo il cemento riesce a dare.
Con un rapido movimento della gamba mi sovrasta restando in piedi. Io sono agnello, lui è lupo e pastore; potrebbe proteggermi o sgozzarmi: il mio battito è nelle sue mani. Si china afferrandomi per il collo e di nuovo bisbiglia entrandomi in testa.
“Vorrai che ti faccia male. M’implorerai. Anzi, voglio fare una scommessa con te: tra meno di due minuti mi starai supplicando di colpirti”.
Chiudo gli occhi. Quella promessa m’inebria: ti prego, dimmi ancora cosa voglio, confessami un altro mio segreto.
I muscoli sono rigidi e tesi, come se stessi per diventare marmo: ugualmente freddo e ugualmente bianco. Inizio a pensare a me stessa come a un nodo che si stringe ogni attimo più avviluppato, più stretto a se stesso.
Comincia in un punto molto preciso, di poco sopra l’ileo destro, sulla mia schiena: la sua lingua mi assaggia. Sento dal suo respiro quanto si sta trattenendo: siamo vittime e carnefici della medesima disciplina. Questo ci rende complici? Io mi sento così.
La sua bocca è calda, lo è la sua lingua, lo è la sua saliva; ma appena si separa da me il segno del suo bacio, crea umido e freddo, e io gelo e ho un nuovo brivido.
Dopo il primo bacio ne seguono altri il cui fuoco lascia bracieri agghiaccianti, che pungono, che fanno male. Follemente io ne voglio ancora, e di quei baci amo tutto: adoro il prezzo che devo pagare per averli; non li amo nonostante quello, se mai per quello li amo di più.
Poi si fermano. Sento ancora le loro impronte bruciare, ma è un dolore-piacere che non si rinnova più. Di nuovo quel vuoto cosmico, quella solitudine profonda, quel freddo così agghiacciante. Ancora bruciano e già dubito che lui mi abbia mai toccata, dubito profondamente che lui mi voglia di nuovo, anzi, che mi abbia mai voluta del tutto.
Dimentico l’increspatura della sua voce, non esiste più quella nota strozzata di auto disciplina, non trema più quanto tremo io.
Sono nuda, fredda e lo voglio e lui può attendere, può attendere perché non lo vuole quanto me.
Mi giro a guardarlo. I miei occhi sono lucidi ma lui mi fissa ancora con quel mezzo sorriso. Le labbra mi tremano terribilmente; ripeto nella mia mente quella frase ancora e ancora e mi sforzo di immaginare la mia voce che segue la voce nella mia mente: “Cosa voglio?”. Lo dico.
Non risponde. Io rimango voltata verso la mia spalla, sempre più contratta, sempre più incerta.
“Cosa vuoi? – finalmente il suo sorriso si scioglie per rispondermi – perché ti sei spogliata?”.
Questa è facile, la so: “mi hai detto di farlo”.
Il sorriso si distende di nuovo, più largo di prima. Non dice “no”: si limita divertito a schioccare la lingua e a dissentire con la testa.
“Ho io una domanda per te: cosa vuoi che faccia?”.
Il fiato mi muore in gola; ovunque solo smarrimento: non è così che dovrebbe andare.
Torno a guardare dritto davanti a me. Gli occhi velati, il freddo: non riesco più a comprendere cosa stia succedendo. Sono ferma da così tanto che le mani a malapena rispondono alle mie contrazioni.
Qualche passo, si china e mi guarda negli occhi.
“Vuoi che ti rivesta?”.
Una sola rigonfia lacrima tracima.
“È così? No, non credo. Vuoi altri baci? Vuoi venire? Vuoi farmi godere? Vuoi che io ti faccia godere?”.
Annaspo lievemente in cerca di ossigeno.
“Voglio che tu mi colpisca” riesco infine a bisbigliare scappando dal suo sguardo, fissando il cemento tra i tremiti che non sento quasi più.
“Che ti colpisca” risponde con quello che mi suona come un accenno di schernimento.
“Si” rispondo stringendo più di prima i denti.
“Come vuoi essere colpita?”.
Questo è troppo. Sono furente. Sta rovinando ogni cosa.
Stringo gli occhi per un interminabile momento. Non riesco nemmeno più a guardarlo e lentamente sondo la possibilità di alzarmi, risvegliando piano piano muscoli e nervi.
Lui afferra con forza il mio mento.
I miei occhi tornano a lui. Il sorriso se n’è andato e rimane uno sguardo basso e affilato a puntarmi come un lupo mira a una giugulare.
“Ti ho fatto una domanda”.
“Voglio essere sculacciata” rispondo scandendo incerta le parole.
“Come?” m’incalza tenendo sempre stretto il mio viso.
“Con tutta la forza che hai” e mentre lo dico, mentre lo dico entrambi sorridiamo.
Si alza. Mi guarda dall’alto e, più potente di come lo abbia mai potuto immaginare, mi rivolge due semplici parole, che per me contengono un mondo: “Ora supplicami”.
“Ti prego…” sussurro trattenendo a stento un sorriso.
“Ti prego cosa?” scandisce inflessibile.
“Scaldami”.
Lo vedo prendere un lungo respiro. Quel lungo respiro. Poi torna dietro di me, e mentre lo fa, con un breve cenno dell’indice sottolinea un basso “guancia a terra”.
Lo ascolto. Riecco il freddo che ora si è mescolato al sudore febbrile che ancora mi anima. Così chinata, così fragile: eccomi a un passo dalla libertà.
Mi colpisce forte. Anche le sue dita sono fredde. Ci scalderemo entrambi.
Sono tanto fredda che ancora non riesco a sentire.
“Più forte” bisbiglio piano, parlando sempre più a fatica con la guancia adesa al pavimento.
La seconda sculacciata brilla come una scintilla. Un po’ di sangue si richiama. Torno a scorrere, torno viva.
Subito ne voglio ancora.
“Più forte” domando ancora, più languida e più febbrile.
Di nuovo vengo accontentata. Un altro alito di vita vibra insieme a un altro colpo.
La guancia fredda inizia lievemente a riprendersi dal torpore. Così lui mi sculaccia di nuovo.
Non gemerò finché non ne potrò fare a meno. Ma quel dolore, quel calore, sempre più mi scalda i glutei ma scalda anche me: posso sentire il mio sesso fremere, volere, intensamente. Lo sento bagnarsi e pulsare.
E lui, solennemente continua, con ritmo dilazionato, perché possa sentire quel bisogno viscerale di sentirmi colpita un’altra volta. Per sentire di nuovo quel dolore, quel calore, che è vita, che è vivido.
“Colpiscimi ancora” e sento, che non avrei potuto non dirlo, che questa è una vera supplica, che ne ho bisogno come dell’ossigeno, come ho bisogno di quel calore per non congelare.
E prima che me ne accorga, tra una forte sculacciata e l’altra, inizio a gemere. Inizia a fare tremendamente male. E ne voglio ancora.
Ogni increspatura della mia voce, ritrovare tutta quella densità, quella perdita totale di controllo.
Pompa nelle mie vene, dentro di me, un contatto dolorosamente inspiegabile di cui ne voglio semplicemente ancora e di più.
E lui quasi ansima. E le mani gli faranno male, come a me lui fa soffrire. Siamo complici.
Vorrei non smettesse mai, vorrei non ci trovasse nessuno e rimanere semplicemente qui, in questo attimo in cui tutto è così intenso, e quello che vuoi è così puro e lampante, che tu non puoi che supplicare per averne sempre e solo di più, finché il mio corpo non mi implorerà di smettere.
Finché i segni su di me non si moltiplicheranno.
Finché i gemiti si faranno singulti.
Finché le sue mani non sentiranno altro che il sangue rincorrersi e bruciare.
Finché con la stessa fame con cui l’ho implorato di cominciare, dovrò implorarlo di smettere.
“Ne vuoi ancora?”.
“Sì…ti prego”.