audio_racconto_MILLY


 

È almeno la terza volta nell’ultimo mese.
Sono le tre di notte e sento provenire dal mio ingresso un rumore simile a quello che farebbe un cane che voglia entrare in casa.
Non è mai durato tanto a lungo.
Non ho paura, non lo trovo nemmeno particolarmente fastidioso, se non per il fatto che mi spezza il sonno. Non sono mai andato a controllare.
Ma non è mai durato tanto a lungo.
Decido di risolvere la questione una volta per tutte: accendo la lampada sul comodino, calzo le ciabatte e recupero la maglia del pigiama e, con la pelle d’oca di chi è scivolato fuori dal piumone con quindici gradi, arrivo davanti al mio ingresso.
La luce scivola da sotto la porta, e posso chiaramente vedere che l’ombra che si muove dall’altra parte è più grande di quella che proietterebbe un gatto o un cane di piccola taglia; visto che altri animali non sono ammessi nel condominio, la curiosità prende velocemente il sopravvento.
Apro la porta e, difficile riportare la mia incredulità: una giovane donna, nuda, mi guarda dal basso in alto con due occhi enormi e persi.
Rimango a fissarla, probabilmente a bocca aperta. Lei fa altrettanto.
La sorpresa l’ho quasi assorbita ormai, la verità è che non so cosa dire.
“Sta…bene?”.
Risponde solamente abbassando lo sguardo verso le mani, appoggiate con il dorso sulle sue cosce.
Mi sporgo dallo specchio della porta e guardo a destra e a sinistra per verificare se nessuno sia ancora uscito a controllare, o, chissà, che non ci sia nessuno a filmarmi per una candid camera.
Mi chino e, con la voce che userei a una bambina, le domando se posso vederle le mani. Senza rispondermi o fare alcun cenno le allunga davanti a me: come immaginavo un po’ di sangue si è raggrumato attorno alle unghie. Niente di grave ma deve comunque essere fastidioso.
“Vuoi entrare?”.
Mi sorride.
Mi sorride e a quattro zampe percorre il mio corridoio di moquette.
La situazione è sempre più surreale, ma nonostante questo non posso non notare il modo in cui si muove. Non parlo tanto del fatto che non si sia mossa su due gambe (dopotutto non è più strano di una ragazza nuda che ti gratta la porta alle tre di notte), parlo della grazia e della naturalezza con cui riesce a farlo.
Di minuto in minuto sono più sveglio e lucido e mi sorprendo a chiedermi se non si tratti di un rapimento. Ripasso uno ad uno i volti dei miei vicini di pianerottolo: mi viene difficile immaginare il mio vecchio e burbero dirimpettaio che rapisce una ragazza e la tiene segregata sotto al letto.
Le faccio segno di accomodarsi sul divano ma lei siede composta sui talloni, accucciata sul mio tappeto, guardandomi di nuovo languidamente dal basso in alto. Decido di assecondarla, per quel che ne so potrebbe anche essere in stato di choc. Forse sto facendo confusione con i sonnambuli.
In ogni caso non voglio turbarla.
“Allora… – prendo un lungo respiro cercando di riorganizzarmi le idee – cosa ci facevi davanti alla mia porta alle tre di notte?”.
Lei accenna un sorriso.
Dio, il modo in cui mi guarda.
Sembra in tutto e per tutto un gatto. I suoi occhi comunicano una totale, dedita attenzione alla mia persona: non mi ha perso di vista un solo secondo da quando siamo in salotto e se le rivolgo la parola gli iridi scuri saltellano dal mio sguardo alla mia bocca in movimento, come se le parole non avessero alcun significato per lei.
Riprovo: “Qualcuno ti trattiene contro la tua volontà?”.
Inclina la testa leggermente da una parte, e nient’altro.
Raccolgo un momento le idee nascondendo la fronte nei palmi, poi, sospirando, quasi tra me sussurro: “Forse dovrei chiamare la polizia”.
All’istante lievi colpetti picchiettano il mio ginocchio; sollevo lo sguardo e lei, con il broncio di una bambina, scuote con vigore la testa implorandomi di non farlo.
Sollevo le mani incredulo, ma lei non accenna a lasciarmi andare fino a quando infine non cedo, e la rassicuro sul fatto che non chiamerò la polizia. Beh, mi trovo in un’impasse: non vuole dirmi cosa ci faccia in casa mia, non vuole che chiami la polizia, è nuda, non parla e sono le tre di notte. “Vuoi che ti prepari qualcosa? Un the?”.
È tornata tutt’a un tratto a non parlare la mia lingua, e ha assunto di nuovo quell’espressione idolatra e vacua.
Spazientito sospiro e decido che farò un the per entrambi.
Tempo che il bollitore incontri la fiamma del fornello e un forte rumore di vetri rotti mi fa sobbalzare.
Corro preoccupato in salotto e la vedo sorridere davanti ai cocci del vaso di cristallo che stava poggiato sul mio tavolino.
“Cristo il vaso” mi sfugge dalla bocca nel momento esatto in cui lo penso. Ma lei non pare dispiaciuta, al contrario: come una bambina capricciosa, a grandi falcate quanto le quattro zampe le concedono, si dirige verso il mobiletto dove sono riordinati tutti i miei DVD. Sotto al mio sguardo incredulo infila il piccolo braccio dietro all’ultima fila in basso e la tira tutta verso di se, sul pavimento.
“Cosa fai?” le domando completamente spiazzato e sempre più indisposto.
Lei non risponde, mi guarda, sorride, e un’altra fila di DVD ricopre il pavimento.
Prima che possa riavermi e avvicinarmi per fermarla, si alza in piedi. Così, semplicemente.
È incredibile quanto per me sia naturale e assurdo che lei stia in piedi.
Mi riprendo un minimo dalla sorpresa e mi avvicino afferrandole un polso, ma non posso fare nulla ormai perché l’altro braccio e già dietro l’ultima fila di DVD che si rovescia ancora una volta a terra. Rimane intatto un ultimo ripiano: quello della TV.
Questa volta però sono più veloce io: catturo anche l’altra mano e la spingo sul divano.
Lei si divincola capricciosamente sotto la mia stretta ma premo saldamente entrambi i polsi sul suo petto. Inizia quasi a sfuggirmi e sono costretto a usare anche il mio peso per placarla. La sento agitarsi e gemere sotto di me e, per la primissima volta da quando l’ho vista, la tenerezza non è il primo sentimento nei suoi confronti.
Finalmente si calma; respira ansante sotto di me per lo sforzo, sfiancata dallo scontro impari.
Vorrei non profumasse così tanto.
Vorrei non mi guardasse così.
La teiera emette un basso, costante e quasi impercettibile fischio.
Mi alzo e mi ricompongo. Innervosito e imbarazzato dai miei stessi pensieri, le agito l’indice davanti al naso come se rimproverassi una bambina: “Non so cosa ti sia preso ma vado a togliere il the dal fuoco. Tu – non – muoverti” scandisco chiaramente.
I suoi occhi non sono mai stati tanto indecifrabili.
Esco dalla stanza senza perderla d’occhio e mi dirigo più velocemente possibile in cucina.
Il tempo di spegnere il fuoco e attenuare il fischio che un tremendo tonfo mi scuote fino nelle viscere. Ripeto nella mia mente ossessivamente “non la TV – non la TV – non la TV” ma so perfettamente e irrevocabilmente che la troverò sul pavimento. Cerco di colmare la distanza da quella certezza il più rapidamente possibile correndo verso il salotto.
Come temevo lo schermo è riverso faccia in giù e del leggero fumo grigio esce dal retro.
Lei.
Lei è a quattro zampe sul tappeto davanti a me, e sorride. Sorride di nuovo, davanti ai resti della mia povera televisione.
Sono davvero fuori di me.
Sono così fuori di me che mi avvicino a lei e ho in mente una sola cosa: farle sparire quel sorriso.
Con una discreta rincorsa il mio palmo destro finisce rovinosamente sulla natica corrispondente della mia bizzarra ospite. Ho impartito tanta forza che ha quasi perso l’equilibrio in avanti.
Un breve e interno lamento le esce a bocca chiusa.
Sono già pentito.
Guardo il mio palmo che diventa più acceso, e la fotocopia nello stesso colore che comincia ad emergere sul suo sedere. Ma lei non prova a sfuggirmi, non è spaventata: appare di nuovo totalmente indecifrabile ai miei occhi.
“Scusa…la TV…” sono le uniche parole che riesco a pronunciare.
Lei scuote la testa e, se prima era in equilibrio su palmi e ginocchia, ora scivola con le braccia in avanti. Si accuccia sugli avambracci, ma non si limita a quello: separa di poco le cosce lasciandomi in piena vista quello che fino ad ora mi ero imposto di non guardare.
Ci sarà un limite a tutto questo?
Ancora una volta provo a leggere in quegli opachi dischi scuri e vedo chiaro e limpido un invito. “L’hai fatto di proposito – bisbiglio quasi in trance – volevi che ti…” Punissi? Sculacciassi? Scopassi? Non ho idea di come terminare la frase. Non ho idea di quello che voglia da me. Perché io poi?
Riguardo la mia mano, i DVD sparsi sul pavimento, la carcassa della mia TV e poi lei. Lei accucciata nuda davanti a me con la mia mano che le sparisce di secondo in secondo dalla pelle. E il suo sesso. Il suo sesso chiaro, piccolo e simmetrico che immagino terribilmente accogliente, terribilmente caldo e profumato.
Non penso ad altro.
Mi avvicino lentamente a lei, che continua a spiarmi da dietro la sua spalla; m’inginocchio davanti al suo corpo, a tutto quello che vorrei prenderle.
La sua pelle è morbida, non riesco a credere di poterla toccare, ed è già difficile per me non abbandonarmi completamente. Non so perché resisto, eppure cedo di poco ogni secondo; è una discesa: se non freni in principio, non potrai più farlo.
Ricalco lo stampo della mia mano. Sono intrecciato a questo momento; non c’è altro se non questo e io sto imparando. Imparo la sensazione di schiaffo nel mio palmo e il lieve bruciore; imparo la pelle d’oca che emerge su di lei insieme al rossore; imparo il lieve mugolio che le sento vibrare in gola anche con la bocca chiusa; imparo la sua totale e cieca sottomissione.
Ora è così chiaro.
Lei lo vuole più di me e io, senza nemmeno pensarci, divento ciò che lei vuole. Sono il suo mondo, la sua legge, la sua protezione e il prezzo da pagare, il prossimo e l’irraggiungibile.
La punisco più forte, perché sento quanto ne ha bisogno. E a ogni sculacciata sempre più il mio sguardo scivola tra i suoi glutei e tremo al pensiero di penetrarla e di goderne, ma non ancora, non ora.
Finalmente la bocca non rimane più chiusa e il primo vero gemito è un’altra rivelazione: la cosa più prossima ad una parola che le abbia sentito pronunciare. Lo rivoglio e la sculaccio ancora, con tutta la mia forza, perché voglio imparare ogni cosa di lei, devo sapere tutto. Devo sapere come soffre, come gode, che espressione ha quando entri in lei, che sapore ha il suo sesso e voglio la sua voce, ne voglio ancora. Devo farla gridare.
E un’altra forte sculacciata.
Un altro segno.
Un altro gemito.
E un altro colpo.
Altro rossore.
Altro fiato.
Bussano alla porta. Sono le tre e mezza della mattina e nel mio appartamento si è rotto un vaso, sono caduti dei DVD e una televisione; ora bussano alla porta.
Rimango immobile sperando di richiamarmi in me e bussano di nuovo.
Mi alzo e le ginocchia mi dolgono tremendamente.
Il bussare prosegue ed è sempre più impaziente.
Apro e davanti alla mia porta compare una figura femminile alta e slanciata con uno sguardo tra il severo e il disgustato.
Dopo avermi rivolto un’occhiata fugace inizia a guardare dietro di me e con tono asciutto si limita a domandare: “dov’è?”.
Aggrotto la fronte e ancora stordito rispondo: “cosa?”. Lo so cosa. Anzi, chi.
Lei torna a guardarmi e mi sorride con un sarcasmo che tradisce vero divertimento e d’improvviso la mia strana interlocutrice diventa conciliante: “non mi fa entrare?”.
Ormai ho deciso che asseconderò questa follia, oppure semplicemente non saprei nemmeno da dove cominciare se volessi fermarla: mi faccio da parte e la invito a entrare.
Raggiungo il salotto dietro la donna e non appena siede compostamente sul divano realizzo che lei non c’è, che la donna-gatto è sparita.
Sono visibilmente preoccupato ma la mia nuova ospite continua il suo piglio posato e affettatamente gentile: “sento profumo di the; ne gradirei una tazza”.
Non appena arrivo in cucina la sento parlare come se si stesse rivolgendo a qualcuno, ma non riesco a distinguere le parole. Prendo la tazza e mi avvicino alla porta del salotto senza fare rumore. “Dovresti smetterla di combinare pasticci per attirare l’attenzione, mh? Milly? Vieni fuori, la mamma non è arrabbiata, vuole solo riportarti a casa”.
Entro di slancio con la tazzina e la trovo in piedi nel mio salotto con le mani dietro la schiena. Pensavo di riuscire a prenderla in contropiede ma con una compostezza che inizia a sembrarmi ormai incrollabile si rivolge a me con tono mellifluo: “Lei ha qualcosa che mi appartiene, e io gradirei molto riaverla. Non mi faccia perdere altro tempo”.
“Non è una cosa” sbotto io. Eppure non ci credo, non ne sono convinto nemmeno io fino in fondo. Riesco solo a pensare di possederla e scoprirla, nient’altro.
Sorride come si sorride alla frase ingenua di un bambino.
“Milly? – alza la voce perché anche la donna-gatto la senta – lo sai come finiscono queste cose: sembra un ragazzo gentile, non merita che gli venga fatto del male a causa tua. Sai come finiscono queste cose”.
Dall’angolo buio dietro una poltrona, finalmente Milly torna in scena.
La sua andatura a quattro zampe ha assunto un movimento più morbido e sinuoso, più lento e ciondolante, mentre con il mento verso il basso e i grandi occhi rivolti alla sconosciuta avanza nella sua direzione, fino a raggiungere i suoi piedi.
La donna non si muove di un millimetro se non quei pochi spostamenti della testa per seguire la capricciosa Milly gattonare fino al suo cospetto.
Allora la gatta prova ad allungare una mano verso il suo polpaccio, ma la donna lo ritrae seccamente e l’ammonisce: “Seduta”.
Milly s’imbroncia teneramente e scuote la testa.
Con un rapido scatto la donna le prende il musino tra le mani e la guarda profondamente negli occhi che Milly stenta solo a mantenere aperti. Dopo un’interminabile manciata di secondi la lascia andare e gira dietro di lei, scoprendo quello che pareva tanto assurdo da averlo io stesso dimenticato: i miei segni.
Segni su segni di acceso porpora i cui contorni sono sfumati come il sangue sulla carta igienica, interrotti qua e là da segni bianchi in rilievo simili a strette e lunghe cicatrici delle mie dita.
Dopo averla esaminata, prima con lo sguardo, poi passando le dita sulla pelle rovente, ammirata e sorridente la donna mi rivolge un gesto di assenso.
“La cucina?” si limita a chiedermi ancora china sul sedere di Milly, che quasi vergognosamente si lascia osservare.
“Corridoio, la seconda porta a sinistra; la luce è accesa” rispondo in trance.
Torna prima che possa realizzare di essere solo con Milly che nondimeno mi ha cercato nei miei occhi spenti. La donna nasconde qualcosa dietro la schiena: non come una bambina che voglia farti indovinare in che mano nasconde un biscotto, ma con tutta la scaltra naturalezza con cui un critico d’arte sonderebbe chilometri di musei. Chiede a Milly di mettersi vicino al divano e, non appena si è voltata, vedo apparirle nella mano sinistra il mio bollitore.
Senza dire una parola siede sul divano poi batte la mano libera sulle sue gambe; a quel suono Milly, che aveva appena fatto la mia stessa scoperta, mestamente sale sulle ginocchia della mamma, appoggiandosi con la pancia.
“Cosa vuoi farle?” domando con un filo di voce, immobile non so più da quanto.
La donna mi sorride e poi torna a rivolgere lo sguardo a Milly, passandole le dita tra i capelli: “È scappata; lei sa cosa succede quando scappa”. La mano, da che si muoveva leggera tra i capelli, ha iniziato a surfare sull’unghia del suo indice giù lungo la schiena, accelerando e rallentando a seconda delle forme che incontrava. Poi, arrivata in bilico sulla cima che segna il punto in cui la colonna vertebrale scende nell’osso sacro, si ferma.
Bisbiglia tanto piano che ancora mi sembra impossibile abbia potuto sentirla: “non urlare Milly”.
Nello stesso istante il bollitore scende rapidamente sul sedere ancora livido, producendo un rumore rovente. Milly stringe mani e piedi e vibra un basso e sordo guaito, pur senza aprire la bocca. Ne sono quasi ammirato.
Dopo qualche lungo secondo il bollitore si risolleva dalla carne fremente e Milly comincia una serie di rapidi e lunghi sospiri per riprendersi dal dolore che posso solo immaginare.
La mano destra della donna coccola di nuovo i morbidi capelli e le rivolge anche qualche parola gentile: “Brava piccola, molto brava”.
Poi di nuovo finisce la tregua, ma prima che possa riabbassare il bollitore incandescente su di lei, la fermo con un dubitante “no!”.
Mi avvicino a Milly e mi chino davanti a lei; le sollevo il viso tra le mani, non le parlo, le scosto solo i capelli dal viso e la guardo. La guardo con frenesia, cerco di capire cosa posso fare per lei; lo cerco nei suoi occhi, nella bocca, nelle sue labbra.
“Guarda” si limita a dire la donna prima di appoggiarle di nuovo il bollitore sul sedere.
Milly strizza gli occhi e serra le mandibole; le braccia raggomitolate sotto di lei si stringono, come i pugni. Poi la teiera si solleva. Si solleva e proprio mentre il contatto s’interrompe, tra un ansimare e l’altro che meravigliosamente pronunciano le sue labbra, lei sorride. Un infinitesimale attimo di puro piacere, totale, abbandono, niente freni.
Cerco sulle sue labbra di nuovo quel sorriso. Lo cerco con gli occhi e poi voglio rubarlelo con le dita: le passo freneticamente su quei petali morbidi e rigonfi e, siccome non lo trovo, lo cerco anche dentro la bocca. Sento la sua lingua calda che gioca con il mio dito e penso che quel sorriso debba essere mio ad ogni costo.
“Giocaci se vuoi – mi dice la donna passandosi maliziosamente la lingua sulle labbra mentre intenta sonda i segni che stiamo lasciando su di lei – le piaci”.
Ora le concede più tempo prima di punirla ancora: la pizzica, poi scorre il dito piano sui segni, poi la pizzica di nuovo; io attentamente osservo e apprendo ogni sfumatura d’espressione.
La mano nei capelli mi dice che ci siamo, sta per farlo di nuovo, eppure giusto in tempo per spiazzarmi compare una variante: “Questa volta tieni aperta la bocca”.
Milly schiude le labbra e ora non gemere le diventa notevolmente difficile, cosa che rende lo spettacolo ancora più piacevole.
Non resisto a quel pensiero e lo tiro fuori dai pantaloni del pigiama che avevano da molto tradito il mio coinvolgimento nella scena, poi lo infilo nella sua bocca.
La lunga carezza della sua lingua, turbata dal dolore in qualche scatto, è una deliziosa accoglienza.
Affondo di centimetro in centimetro, sentendo un misto di panico e dolore stringermi e farmi godere.
Poi il bollitore si solleva di nuovo e questa volta la donna lo ripone.
Io non oso muovermi; niente mi farebbe rinunciare a questo. Con me in gola, Milly ansima quanto riesce come dopo ogni dolorosa apnea.
La donna rimane compiaciuta a guardarci, mentre io mi muovo lentamente ma a fondo dentro di lei; poi un’idea le illumina lo sguardo.
“Pensi di preferirla mentre gode o mentre soffre?”.
Con la voce increspata dal godimento rispondo che l’ho sempre e solo vista soffrire.
Assecondandomi passa il medio sulla lingua, poi con forza le infila dentro due dita. Lei subito geme d’apprezzamento. Mette più foga nel darmi piacere: il mento accoglie impaziente i miei movimenti e i gemiti le vibrano in gola.
Io godo incredibilmente, e mi accorgo che la donna mi guarda aspettandosi un responso. Sorrido divertito dalle parole che non ho ancora pronunciato, e poi le pronuncio: “…Non lo so…Non sono ancora convinto”.
La donna asseconda volentieri la mia bugia e, sfilato il dito, una sonora sculacciata si abbatte su quel povero sedere sempre più livido, e poi un’altra, e un’altra, non lasciando nemmeno a Milly il tempo di riaversi.
La gola le si contrae in modo terribilmente piacevole, e scopro che, quando soffre, è ancora più affamata di dolore e umiliazione e spinge per accogliermi ancora più profondamente, fino a farsi mancare il fiato: sublime.
Poi s’interrompono le sculacciate e di nuovo la voce della donna mi richiama: “Milly è stata educata a sufficienza”. A queste parole, che non lasciano spazio a dubbi, a malincuore e più lentamente che posso, la abbandono.
Stordito riesco solo a pensare all’incredibile voglia che avrei di venire e la donna non rimane indifferente: scostata Milly dalle sue ginocchia, si avvicina a me e me lo prende in mano. Vicina al mio orecchio sussurra: “Ti sei preso cura della mia Milly, meriti di essere appagato”.
Mi spinge sul tappeto e, mentre sale su di me, rivolge gli ultimi ordini a Milly che a quattro zampe attende accanto a noi: “Vai a sederti sul pavimento: voglio che stai seduta composta, non devi muoverti finché la mamma non ha finito”. Non appena Milly e la sua espressione sofferente hanno preso posizione, lei scosta le mutande sotto la gonna e mi guida dentro di lei.
Mi possiede fermamente e prendendosi esattamente ciò che vuole. Io godo e la lascio godere, mi lascio volentieri usare, ma lei mi concede di più: prende con una mano il mio viso e lo gira rivolgendomi a Milly, che con le lacrime agli occhi rimane compostamente seduta al suo posto.
In pochi attimi finalmente vengo, in un turbinio convulso di stimoli surreali che ora paiono per magia riassorbirsi e riordinarsi nel mio orgasmo.
Mi sento quasi ipnotizzato quando alle cinque di mattina mi trovo sulla soglia a congedarmi da Milly e la sua mamma. La donna mi sorride ma non mi parla, si limita a dire a Milly di essere educata e salutarmi. Lei si alza sulle due gambe come le avevo visto fare solo un’altra volta e mi da un lunghissimo bacio, poi entrambe spariscono dietro la porta e, per un attimo, rimangono due ombre che non sono ne di un cane di piccola taglia, ne di un gatto.