(10°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Le cose al loro posto

L’indomani era nuovamente un giovedì, e come tutti i giovedì stavamo studiando assieme, io e Sophie, nella sua camera al piano di sopra; come di consueto, ad una cert’ora rincasarono la mamma con la sorella, sempre assai infreddolite e questa volta anche un po’ raffreddate.
Questa volta però era leggermente diverso, dal momento che – avendola veduta nel pieno del suo splendore nella sua bellissima immagine giovanile – la signora Claudia come d’incanto m’appariva adesso assai più vecchia del solito; oltre ovviamente a figurare ai miei occhi come un’autentica sgualdrina, per il modo in cui s’era fatta sbattere e perfino sodomizzare da mio fratello, solamente il giorno prima.
Ma quel pomeriggio era anche decisamente sbrigativa e scontrosa nei modi, contrariamente al suo solito stile cortese ed affabile; non capivo davvero che cosa fosse successo.
Lo capii solamente quando fece rientro con irruenza e senza chiedere nemmeno il permesso, dentro alla stanza in cui stavamo studiando. Allungò il braccio per mostrare a Sophie quello che teneva stretto nel palmo di una mano: era proprio la famosa pallina da ping-pong, quella che la figlia aveva decorato con me poco prima di Natale!
Ristetti immobile sulla sedia: André le aveva raccontato tutto quanto anche stavolta, e senza neppure riferirmelo. Ma quando poi vidi l’espressione di stupore e di paura sul volto della mia compagna, mi pentii amaramente di averglielo chiesto.
La signora Claudia esordì, a voce alta e con tono completamente assertivo: “… Che cos’è questa?”.
Sophie tacque, ma la mamma la incalzò: “… Vuoi dirmi per favore che cos’è questa?”.
Vedendo che la mia amica era rimasta di sale, e che aveva preso a tremare, la signora Claudia passò immediatamente alle conclusioni: “Tu hai colorato questa stupida pallina e hai detto a tua sorella di colorare la racchetta. Non è vero Sophie?”.
E poi ancora: “E’ così Sophie? … o no?”; “Dimmi solo se è così, giacché io lo so che è cosi …”. C’era davvero aria di botte.
Solamente a quel punto la figlia rispose, mentendo: “Non è vero mamma, io non c’entro niente”, e corse a sedersi sul letto sbuffando come una bambina, e lasciandomi da sola alla scrivania, sottraendomi così per mia fortuna, allo sguardo durissimo che sua madre ci aveva rivolto sin dall’inizio.
“Dimmi solo se è così !“ ripeté la signora Claudia, noncurante dell’atteggiamento risentito della figlia.
Allorché Sophie non biascicò nulla, e la madre lo interpretò decisamente come un assenso, senza aggiungere altro.
Chiamò allora ad alta voce la sorella, la quale nel frattempo si era infilata in camera sua per guardare la solita televisione, e le ordinò: “… tesoro ! … In soffitta, lì nello scaffale troverai una borsa gialla con le due racchette per il ping-pong di papà … quella nera per favore !!!” e fece schioccare due dita della mano destra, per darle il via.
La sorella obbedì di corsa, potevamo sentire il rumore dei suoi passi lungo le scale di legno su verso la soffitta; dovette anche provare un po’ di timore mentre prendeva dalla borsa la stessa racchetta per la quale il padre l’aveva così duramente castigata.
Ma aveva perfettamente capito che, come quella rossa era servita per punire lei, adesso l’altra racchetta di colore nero sarebbe stata usata per rimettere le cose a posto con la sorella. Quando infine la racchetta giunse tra le mani di sua madre, quest’ultima la batté contro il palmo della sua mano sinistra per dare il ritmo alla figlia più grande, affinché questa si sollevasse dal letto e s’alzasse: “Forza ! su, muoviti, qua nel bagno … sciò ! forza tesoro, che le devi prendere !”.
Non sapevo nemmeno che vi fosse un bagno nel corridoio della camera da letto di Sophie, molto grande e luminoso e con tanto di finestre rivolte verso il terrazzino; era il bagno padronale ed era decisamente più bello ed elegante rispetto a quello del piano di sotto. Dedussi a questo punto, che l’altro fosse quindi solamente il bagno destinato agli ospiti ed alla cameriera.
Sophie si alzò, scura in volto e si incamminò via velocemente, tanto che mi parve quasi che volesse scappar via lontano dalla madre; in realtà si infilò nel bagno prima ancora che quest’ultima si voltasse per inseguirla; Bianca si accodò saltellando.
Io non sapevo più cosa fare e pensai di restarmene lì in disparte, ma fu proprio la signora Claudia, la quale sapeva benissimo che ero stata proprio io a farle consegnare la pallina da ping-pong, a chiedermi con molta fermezza: “Per favore Edina, vorrei che vedessi anche tu …”.
Così mi aggiunsi anch’io alla carovana, lungo tutto il corridoio e fin dentro all’elegantissimo bagno, dove Sophie stava attendendo in piedi vicino alla finestra con la camicetta bianca, la sua solita gonna scura e le ciabatte ai piedi.
La madre le disse con tono perentorio: “Lì !!! davanti allo specchio e con la gonna alzata !!! … subito !”.
Indicò pertanto con la racchetta, che teneva stretta nella mano destra, il lavandino al quale la mia compagna di doveva appoggiarsi.
Questa volta Sophie obbedì senza fiatare, e si avvicinò allo specchio guardando la sorella, che nel frattempo aveva assunto un’espressione insopportabile; mi sarebbe venuta davvero voglia di prenderla a schiaffi.
Potevo vedere benissimo lo sguardo preoccupato di Sophie riflesso nello specchio, mentre probabilmente attendeva solo che la mamma le ricordasse di tirarsi su la gonna, cosa che la signora Claudia fece immediatamente.
Allora Sophie piegandosi leggermente in avanti, se la tirò lentamente su dalle ginocchia, rovesciando la gonna sul lavandino con un’espressione del viso assai avvilita, e liberando così per l’ennesima volta il culone color latte, che stavolta era avvolto da una sottile e casta mutandina bianca.
Era abbondante ancor più del solito; a quanto pare la mia amica aveva esagerato un po’ troppo con i dolci durante il periodo delle feste, e lo si capiva assai bene per il fatto che fosse tutta quanta piena di cellulite lungo le cosce.
La madre le stava dritta alle spalle e continuava a testare con una mano la superficie della racchetta, sembrava quasi che volesse farle sperimentare per intero tutta quanta l’angoscia dell’attesa; Sophie aveva la labbra leggermente schiuse, taceva e rimuginava, e probabilmente non faceva altro che attendere di ricevere la prima dolorosa scudisciata.
Furono attimi lunghissimi, prima del castigo, e la mia amica provò anche per l’ultima volta ad impietosire la madre, mugolando: “Mammina, ti prego, non me le dare …”. Ma la signora Claudia non aveva davvero nessunissima intenzione di tornare indietro sulle proprie decisioni.
Le rispose quindi: “… anche stavolta le vuoi senza le mutandine vero tesoro !?!” e le afferrò l’elastico della slip, tirandolo e rilasciandolo subito, e facendolo così schioccare sui fianchi della figlia.
Sophie scosse il capo e ululò: “no mamma! senza mutandine no! ti prego mamma …”.
Si ritrovò con lo slippino calato giù attorno alle caviglie ed il culone rivolto verso la madre con la racchetta nera in mano; ancora si potevano notare gli scarabocchi compiuti dalla sorella, mentre la mamma cingendole i fianchi, brandiva saldamente l’oggetto nel pugno della sua mano destra.
Gliela appoggiò sul didietro, tirandole due piccoli colpetti per fargliela sentire, ed infine le assestò una scudisciata nel mezzo, che risuonò nel bagno come se fosse stato uno schiaffo fortissimo. Sophie, che non se l’aspettava così forte, sobbalzò in avanti ululando come un cane.
La cinse poi meglio con il braccio attorno alla vita, immobilizzandola completamente, e prese a batterla ancora più forte, facendole schioccare il sederone in modo penoso. Le grida di Sophie riempivano la casa.
Bianca era leggermente defilata rispetto a me, che invece ero rimasta in piedi vicino alla porta, e continuava a guardare la sorella maggiore mentre quest’ultima veniva punita dalla madre. Faceva in modo di non incrociarne mai lo sguardo attraverso lo specchio.
Pensai di uscire subito da lì; ma ogni volta la signora Claudia m’osservava, ed era come se volesse dirmi che era giusto che anche io guardassi la mia amica, mentre veniva umiliata: ero stata proprio io a darle la famigerata pallina. Nel frattempo continuava a batterla in modo regolare e inesorabile.
Mi sentii come se stavolta avessi sbagliato io, e davvero di brutto; per un istante arrivai perfino a pensare che sarebbe dovuto toccare a me, di venire punita. Lo pensai e subito ebbi un fremito, simile a quello che avevo provato quando m’ero chiusa da sola nell’altro bagno, con la pallina infilata in mezzo alle tette.
Le percosse andavano avanti senza sosta, e Sophie provava disperatamente a non piangere, per non dare soddisfazione alla sorella, la quale invece stava visibilmente gongolando.
Ma si capiva che era oramai sul punto di scoppiare in lacrime. Quando poi fu colpita con un tonfo particolarmente sordo e doloroso, Sophie si mise le mani per un istante sul viso; riassumendo poi subito e con grande disciplina, la posizione reclinata, con ambedue le mani sul lavandino.
La signora Claudia a quel punto si interruppe, e disse a Sophie, che era sempre piegata in avanti, che quello che le stava dando non era nulla, e che gliele avrebbe suonate d’ora in avanti ogni qual volta la mia compagna avesse provato a rifare quelle stupide scelleratezze, le stesse che aveva combinato prima per Flora, e poi con la sorella.
Sophie da parte sua, aveva completamente smesso di parlare e perfino di mugolare; ciò spinse la madre ad impartirle una lunga ramanzina, trattenendola sempre e comunque nella posizione del castigo, senza mai permetterle di sollevarsi.
Potei a quel punto osservare bene e a lungo il sedere della mia compagna, che non era in fondo affatto brutto da vedere; era la prima volta che lo fissavo con attenzione: era davvero enorme, ma tutto quanto tornito, e per quanto apparisse adesso arrossato e pieno di lividi, conclusi tra me e me che non era poi in fondo così male.
Finita la sua ramanzina, la madre riprese a colpire la figlia con la racchetta, facendole ritrovare anche la voce per urlare.
Stavolta si videro le lacrime rigare il volto di Sophie, il dolore era fortissimo ed i glutei dovevano farle davvero un male cane; così finalmente scoppiò a piangere.
La madre le disse deridendola: “E’ inutile che piangi tesoro, ancora non ho neppure iniziato …”, e prese così ad aumentare il ritmo, colpendola una natica alla volta, esattamente come aveva fatto il padre un mese prima con Bianca.
Pensai di uscire dal bagno, l’umiliazione stava diventando davvero eccessiva, ma temevo che la signora Claudia potesse perfino richiamarmi indietro. Cinse nuovamente per i fianchi la povera Sophie, dopo che la gonna le si era leggermente scomposta, e tenendola sempre saldamente ferma, le assestò un’altra decina di colpi con un vigore impressionante, facendole rimbalzare il sederone, tutto gonfio come una zampogna, avanti e indietro senza alcuna pietà.
Alla fine mi defilai in silenzio di lì, oramai non ne potevo più di vedere quella scena: la mia amica che ululava per il dolore, la madre che la derideva mentre la batteva e la teneva stretta, e la sorella che sghignazzava.
Decisi di uscire e mi infilai velocemente sul terrazzino, noncurante del gelo; non volevo neppure sentire più il frastuono delle botte, che risuonava lungo tutto il corridoio.
Ma subito realizzai che nemmeno lì di fuori me lo sarei risparmiato: attraverso la grande grata della finestra, potevo ancora vedere benissimo la mia amica, e sentire le sue urla ed i colpi della racchetta mentre la madre la castigava.
Mi domandai per quanto tempo sarebbe durata ancora quella terribile punizione: il sederone le si stava completamente arrossando, anche se non era davvero nulla rispetto allo stato in cui era stata ridotta Bianca.
Non saprei nemmeno dire, se ciò fosse dovuto alla differente carnagione tra le due, o semplicemente al fatto che il signor Eric era stato assai più severo nel punire Bianca rispetto alla signora Claudia con l’altra figlia; ma certamente i segni di quest’ultima erano assai meno vistosi, anche se un grosso alone rosso le ricopriva oramai tutto il culone rigonfio.
Ma per fortuna della mia amica, dopo solamente pochi minuti, la madre finalmente pose fine al suo castigo. Non fu per pietà, ma esclusivamente perché a quanto pare, un piccolissimo rivolo di sangue era fuoriuscito da una delle sue natiche; poteva dunque bastarle così.
Bianca era scappata via tutta baldanzosa, ed era tornata a guardare la sua solita televisione; questo mi impedì di ascoltare la fine della ramanzina che la signora Claudia riprese a recitare nei confronti della mia povera compagna.
Non la voleva proprio lasciare andare, e brandendo sempre la racchetta nera nella sua mano destra, gesticolava e le dava ordini. Sophie continuava a piangere ininterrottamente.
Notai anche che le mutandine le si erano quasi completamente sfilate via dalle caviglie; la signora Claudia le vide e le raccolse, gettandole infine dentro alla vasca da bagno, lasciandola così senza nulla indosso. Aveva assunto un atteggiamento davvero sprezzante nei confronti della figlia.
Riprese ancora la sua interminabile predica, mentre la mia compagna provava a stento a lenire il bruciore – che doveva essere davvero insopportabile – trattenendo con ambedue le mani i glutei rossi martoriati dalle botte.
Le stava alle spalle, e continuava a parlarle, anche se io dal terrazzino riuscivo solamente ad ascoltare il rumore proveniente dalla televisione di Bianca; Sophie intanto continuava a piangere, reggendosi ambedue i glutei con le mani. Era stata davvero umiliata.
In quell’istante provai nuovamente tantissima pena per lei, il suo pianto dirotto mi causò parecchio dispiacere, soprattutto perché sapevo che era stata punita esclusivamente per causa mia. Anche se probabilmente lei questa cosa non la avrebbe mai saputa.
Dopo tantissimo tempo la madre la fece voltare, e le fece cenno di sistemarsi le gonna e di andarsene via. La figlia le obbedì e si rassettò, piangendo ancora come una disperata.
Poi la donna uscì sbattendo la porta, e gettando via anche la racchetta nera dentro alla vasca da bagno, dove già in precedenza aveva scaraventato le mutandine di Sophie.
Passati un paio di minuti, la mia compagna si volse nuovamente verso lo specchio, asciugandosi del tutto le lacrime dal viso. Poi aprì una mensola, ed estrasse la scatola dei trucchi, proprio quella che io le avevo regalato per Natale. Iniziò a truccarsi gli occhi e le labbra. Si truccava con tantissime dovizia e cura, come se dovesse uscire con qualcuno; non capivo davvero che cosa diavolo stesse facendo.
Non capivo proprio per quale ragione, dopo essere stata castigata in modo esemplare, desiderasse adesso di farsi bella.
Ma in quell’istante decisi che aveva avuto fino in fondo, tutto quel che si meritava, e che da quel momento in avanti avrei provato ad aiutarla, da buona amica e senza più rancori, a comportarsi bene e a non combinare più pasticci come era suo solito.
Riprendemmo così a studiare matematica come se niente fosse accaduto. Doveva avere però, il sederone ancora tutto gonfio e livido, e per di più non aveva neppure le sue mutandine indosso.
Non sapevo proprio come facesse a starsene lì seduta sulla sedia, con tutto il male che doveva farle.
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