La ladra di latte

(di Signor Sculaccioni)

 

La porta del fienile si aprì con un cigolio e Rosa entrò cercando di non fare altro rumore.

Era già la terza volta che entrava nella proprietà dei signori Di Domenico di nascosto, e sarebbero stati guai se l’avessero scoperta.

Guai prima di tutto da sua madre, che già aveva il dente avvelenato per la sua scarsa condotta universitaria, e poi con gli stessi signori Di Domenico.

Erano una strana coppia: lui, Amos, aveva una sessantina d’anni, un omone grande e grosso, con lunghi baffi a coprirgli il volto e un ampio cappello, lei, Iole, piccola e secca, della stessa età del marito, coi capelli color ferro sempe legati in un severo chignon.

Però, per gustare il loro latte buonissimo, strizzato dalle grosse mammelle della mucca Lola, valeva la pena di entrare senza permesso.

Rosa era una ragazza alta e robusta, vent’anni, lunghi capelli rossi e occhi chiari, una vera bellezza.

Andava sempre in giro con una camicia a quadri sbottonata fin quasi al seno, e dei jeans strappati fino a metà coscia, che erano un vecchio reperto del secondo anno di liceo.

Quei pantaloni erano quasi del tutto schiariti e presentavano un sacco di buchi e strappi, molto invitanti per tutti i maschi della campagna circostante.

Era una brava ragazza, a parte il rendimento nello studio e questi piccoli furtarellli non si poteva dire nulla di lei.

Come aveva già fatto i giorni precedenti, Rosa si avvicinò a Lola e le sorrise dolcemente.

La mucca le rivolse uno sguardo disinteressato e riprese a mangiucchiare; allora Rosa le mise il secchio che si era portata da casa sotto le mammelle e si accinse a spremere fuori il buon latte che contenevano, quando un tremendo hem hem la fece trasalire.

<< Guarda un po’, cosa abbiamo qui? >> fece ironico Amos, togliendosi la sigaretta di bocca e osservando la sua ospite.

<< Ah, si-signor Amos, non sapevo che … >> disse Rosa sbiancando. Era stata beccata!

<< Che fossimo in casa? Strano, eppure ormai frequenti così spesso la nostra proprietà! Credevo che ormai fossi più preparata >> la interruppe Amos scuotendo la testa deluso e ironico.

<< Sai cosa mi sembri, tu? Una bella puledrona! >> continuò avvicinandosi e portandola fuori con una mano sul fianco.

La luce del sole colpì il viso rosso di Rosa con cattiveria.

<< Come mai? >> chiese lei provando a sembrare più innocente possibile.

<< Le nostre puledre sono un po’ ficcanaso. Vanno sempre dove non devono e combinano guai. Ogni tanto sono costretto a usare le maniere forti, se non capiscono >>.

Amos contnuò a condurla lungo il sentiero che portava a casa sua e di sua moglie, la mano sulla curva del fondoschiena di Rosa.

<< E, io ho paura che questa volta tu sia stata una puledra un po’ troppo impicciona, e riceverai la punizione adeguata >>.

Rosa inorridì e provò a fuggire, ma l’omone fu più svelto, la afferrò per un polso e le assestò due sculaccioni, che la spinsero in avanti.

<< Cerca di camminare da sola e non fare storie! >> le disse lui puntandole contro il dito.

Lei si portò le mani sul sedere dolorante e provò a fuggire di nuovo, così Amos la prese per i fianchi e se la issò sulle spalle, fischiettando allegramente.

La ragazza prese a strillare.

<< Aiuto, aiuto! La prego, non ho fatto niente! Mi lasci andare! >>.

<< Perchè, il latte che ci hai rubato ti sembra niente? Dai, dai, facciamola finita, e zitta! >>.

CIAFF! CIAFF!

Altri due sculaccioni la colpirono in pieno sedere, così Rosa si convinse a tacere, anche se continuò a mugolare e sbattere inutilmente pugni e piedi contro l’omone.

Quando entrarono nella casa a due piani dei Di Domenico, la signora Iole era intenta a fare la settimana enigmistica.

<< Cos’è tutto questo baccano, marito?! >> fece lei quasi scandalizzata.

<< Moglie, ho trovato la nostra puledrona, qui, intenta a rubare il latte della Lola. Si, come sospettavamo, eh eh … >> rispose lui dando un paio di pacche sul sedere della “puledrona”.

Rosa continuava debolmente a cercare di liberarsi, ma il braccio dell’omone era ben saldo attorno ai suoi fianchi, e quindi non fece altro che dimenare inutilmente il fondoschiena e il busto.

<< Beh, non fare il maleducato e mettila giù! Dovrà pur darci la sua versione, no? >> disse Iole alzandosi, la voce carica di rimprovero.

Il marito fece spallucce, si avvicinò la sedia e vi posò non troppo delicatamente Rosa. Il sedere della ragazza pulsò di dolore a contatto col legno.

<< Allora, ragazza, che ci facevi nel nostro granaio? >> domandò severa Iole.

<< Niente … >> si affrettò a rispondere la ragazza, caricando il peso prima sulla chiappa destra e poi su quella sinistra. Facevano entrambe molto male!

Amos, dietro di lei, scosse la testa divertito e espirò una nuvoletta di fumo dalla bocca ghignante.

<< Stavi rubando il nostro latte? >> chiese ancora la donna, ignorando la bugia e alzando la voce.

Rosa scosse debolmente la testa con lo sguardo basso. Con la coda dell’occhio osservò i piedi di Iole che battevano sul pavimento nervosamente.

<< Smettila con le bugie, ragazza, o peggiorerai solo la tua situazione! Quante volte hai rubato il nostro latte? >>. Iole si alzò il piedi e le puntò l’indice ossuto contro.

<< Ti conviene essere sincera, puledrona, dammi retta >> disse Amos, la voce grave.

Rosa non raccolse il suggerimento e continuò a negare.

Iole la guardò severa per quella che sembrò un’eternità, poi fece il giro del tavolo e le arrivò di fianco.

Da quella prospettiva, seduta e colpevole, la signora Di Domenico sembrava enorme.

<< Visto che ti ostini a non parlare ti dovrò un po’ sciogliere. Alzati >>.

Rosa provò inizialmente a ignorare l’ordine, ma Iole la prese per un orecchio e la tirò su con una stretta dolorosa.

La ragazza strillò e si alzò in piedi.

Nonostante la donna le arrivasse poco sopra al seno, le sembrava ancora gigantesca.

Senza parlare, Iole prese la sua sedia e si accomodò, mentre il marito si appoggiò sul muro di fronte, osservando.

Iole guardò severa Rosa e si batté le mani ossute sulle cosce, un gesto che Rosa non vedeva rivolto a sé da quando aveva una decina d’anni. Sapeva perfettamente cosa voleva dire, ma le sembrava talmente assurdo che rimase immobile. A vent’anni suonati non si sarebbe fatta sculacciare come una bimba!

Iole ripeté il gesto con più forza, gli occhi risoluti come solo una donna d’altri tempi può avere.

Rosa scosse la testa.

<< No, la prego … >> fece, impaurita dal suo sguardo.

La donna ignorò la supplica, la afferrò per i polsi e se la portò sulle ginocchia, poi poggiò la mano destra sulla schiena della ragazza e la sinistra sul fianco morbido; Rosa si trovò squilibrata e quasi sperò di cadere per terra per poter sfuggire a quella posizione così imbarazzante, ma Iole la afferrò saldamente e se l’avvicinò.

<< Dunque, marito, secondo i nostri calcoli, quante volte questa ladruncola sarebbe entrata nella nostra proprietà? >> chiese Iole cominciando a massaggiare il rotondo posteriore di Rosa, che rabbrividì.

<< Dovrebbero essere tre volte, moglie >> rispose Amos dopo un breve calcolo a mente.

<< Bene, e ha avuto la faccia tosta di mentire una volta colta sul fatto. Senza contare le strilla ridicole e il vestiario indecente >>.

Mentre parlava, Iole percorse con le dita ossute i vari strappi sui jeans di Rosa, che rivelavano numerosi scorci della sua pelle liscia e rosea. La ragazza, rossa in viso, si rese conto che quella posizione a pancia in giù metteva in mostra le sue grosse tette, che lei adorava lasciare libero e senza reggiseno.

<< Diciamo che per cominciare 50 sculaccioni dovrebbero bastare. Ogni tuo tentativo di ribellione aumenterà ulteriormente la punizione >> dichiarò la donna.

Rosa inorridì e iniziò a piagnucolare.

<< La prego, non ho fatto nulla di male … le sculacciate no, non sono una … AHI, AHII! >>.

Due sculaccioni la colpirono schioccando sonoramente per tutto il salotto.

<< Sei già arrivata a 60, ragazza. Prega che questo tuo sederone resista, perché non mi fermerò fino alla fine. Conta! >>.

CIAFF << U-uno >>, CIAFF << Due … >>, CIAFF << Tre … basta, la prego, AHII, AHII, quattro, cinque!! >>.

La ragazza scoppiò in lacrime, l’eco delle due ultime sculacciate riverberò sul suo sedere e nelle sue orecchie per qualche secondo.

<< Basta con queste storie e conta per bene! >> la rimproverò Iole. Amos, appoggiato al muro, ridacchiò e si mise una mano nelle parti basse. Era una scena eccitante, non c’era che dire!

CIAFF << Sei >>, CIAFF << Sette >>, CIAFF << Otto >>, CIAFF << Nove >>, CIAFF << Dieci >>.

La donna si interruppe un momento, sciolse la mano indolenzita e prese a dare profonde carezze circolari sul povero sedere di Rosa.

La ragazza seguì debolmente il movimento della mano, in modo tale da dare sollievo ai punti più doloranti, poi … CIAFF!

<< Ahii! Undici >> strillò.

Iole, divertita, massaggiò la chiappa destra dall’alto verso il basso, le diede due deboli pacche, per poi assestare un ennesimo sculaccione. Rifece la stessa operazione anche sulla natica sinistra.

Carezza, carezza, pacca, pacca, CIAFF, sculaccione!

<< Aaah, dodici! Mmmh, tredici! Ahii! >>.

<< Non sei mai stata sculacciata molto, vero? >> chiese la donna. CIAFFCIAFF!!

<< Quattordici, ahii! Quindici! No, signora >> rispose Rosa dolorante, ancheggiando per scrollarsi di dosso il dolore, come con una mosca.

<< Si vede! >> commentò Iole, per poi colpirla di nuovo. CIAFFCIAFF, CIAFFCIAFF!!

<< Sedici, haii, diciassette! Ohii, diciotto, ahii, diciannove! >>.

Iole l’accarezzò di nuovo dolcemente, poi chiuse la seconda decina con una sculaccione in mezzo al sedere.

<< Ahii, venti … >> gemette Rosa, le lacrime calde come le sue natiche che le arroventavano il viso.

La donna le passò una mano sulle chiappe doloranti, come stesse lisciando la tovaglia sulla tavola prima di apparecchiare.

Le sue dita si soffermarono sugli strappi più ampi, uno quasi al centro del didietro e l’altro che tagliava orizzontale nella parte più bassa e tonda.

<< Vediamo un po’ di che colore è diventato >> fece Iole.

Senza preavviso, infilò due dita, fredde al contatto con la pelle di Rosa, nello strappo orizzontale, e tirò con tanta forza da lacerare il tessuto, rivelando una bella chiappa, nuda e arrossata.

Rosa, vergognandosi, cercò di coprirsi la parte scoperta, ma Iole le diede prima un colpo scattante sulla mano e poi due sculaccioni.

<< Non azzardarti, sai?! Amos, passami un paio di forbici >> abbaiò prima alla ragazza e poi al marito.

Lui fece un verso di approvazione e si diresse verso la piccola cucina, dove, tra le altre cose, era appeso un paio di forbici molto grosse.

Rosa seguì spaventata i suoi movimenti, e quando lo vide tornare e passare le forbici alla moglie, prese a mugolare.

<< No, no, vi prego, ci tengo a questi pantaloni, per favore … >>.

<< E ti sembra il modo di tenerli? Anche noi teniamo alla nostra Lola, e il fatto che tu abbia preso il suo latte ci ha offeso molto >>.

Mentre parlava, Iole stava tagliando con precisione i pantaloni laceri, fino a che, a lavoro finito, buona parte della parte posteriore era stata rimossa, lasciando il sedere rosso di Rosa completamente nudo e incorniciato.

Iole poggiò le forbici per terra, poi, incurante dei tentativi di liberarsi della ragazza, se la risistemò sulle ginocchia e riprese a sculacciarla.

CIAFFCIAFF!!

Il suono della carne nuda era leggermente diverso da quando era protetta dai jeans, meno ovattato, e la natiche ballonzolarono come due budini, eccitando in maniera evidente Amos.

<< Ah, moglie, è difficile resistere! >> commentò un po’ a disagio un po’ divertito l’omone, sistemandosi nelle mutande.

La moglie lo ignorò e diede un pizzicotto alla chiappa destra di Rosa.

<< Beh, non conti? >> chiese minacciosa aumentando la forza della presa.

<< Ahii, venti! >> ricominciò Rosa, le guance di nuovo irrigate di lacrime.

CIAFF << Ventuno >>, CIAFF << Ventidue >>, CIAFF << Ventitré >>, CIAFF << Ventiquattro >>, CIAFF << Venticinque >>.

Iole interruppe un attimo, poi ricominciò con la mano sinistra, alternando due sculaccioni a destra e due a sinistra, poi altri due in mezzo.

<< Ventisei, ah! Ventisette, oh … oohi ventotto! Aah, ventinove, aah trenta! Ahii, trentuno! >>.

Iole la fece alzare in piedi, le gambe la reggevano a stento, il dolore la inondava dalle natiche alle dita contratte.

Le fece posizionare le mani dietro la nuca, poi sollevò la camicia a quadri e ricominciò alternando chiappa destra e chiappa sinistra con entrambe le mani, tempestando letteralmente il povero sedere che oramai sembrava un budino di fragole.

CIAFFCIAFFCIAFFCIAFFCIAFFCIAFFCIAFFCIAFFCIAFF!!

<< Trentadue! Ahii, trentatré! Aah, trentaquattro! Aah, trentacinque! Aah aaah, trentasei! Ooh, trentasette! Ooih, trentotto! Basta, ahii! Trentanove … aaargh, quaranta! >>.

Rosa quasi cadde a terra, ma la sua aguzzina la resse con una forza insospettabile, costringendola a riprendere la posizione che le aveva imposto.

Iole le massaggiò le natiche bollenti con dolcezza.

<< Fanno male, vero? >>.

Rosa annuì piangendo.

La donna la guardò con un misto di pena e rimprovero, poi le fece poggiare i palmi delle mani sul tavolo per reggersi meglio.

Rosa si poggiò e tirò indietro il sedere come se un po’ d’aria o di luce potessero alleviare il dolore.

<< Come va, puledrona? >> chiese Amos, avvicinandosi e contemplando le rotonde e roventi curve della ragazza.

Lei singhiozzò e lo guardò supplichevole.

<< La prego, ho imparato la lezione, posso andare via? >> chiese, gli occhi grandi e luccicanti.

Amos soppesò la risposta, ma prima di poter parlare, la moglie tornò stringendo tra le mani quello che sembrava un cinturone di cuoio.

<< E’ quello che spero, ragazza. Tuttavia non so se posso fidarmi, e d’altra parte la tua punizione prevedeva 60 sculaccioni, se la memoria non mi inganna >>.

La ragazza mugolò e riprese a singhiozzare.

Iole, senza prestarle attenzione, le arrotolò la camicia fino a sotto il seno, poi le calò i pantaloni ormai a brandelli, rivelando il sedere tondo e tornito della ragazza.

La donna le accarezzò le natiche ancora una volta, poi impugnò il cinturone e la colpì.

SCIACC!

Il dolore arrivo qualche secondo in ritardo dopo lo schiocco, infiammandole il didietro come non mai.

<< Ahiiii!! Quarantuno! >> guaì lei.

Iole sorrise soddisfatta, prese la mira e calò un secondo colpo.

SCIACC!

<< Aah, quarantadue! >> continuò Rosa.

SCIACCSCIACCSCIACCSCIACCSCIACCSCIACCSCIACCSCIACC!!

Le sculacciate continuarono imperterrite, e alla cinquantesima Rosa si sentì cadere la terra sotto i piedi; si mise in ginocchio e pianse come una bambina.

<< Beh, io per ora ho fatto. Marito, vuoi procedere anche tu? >> fece Iole quasi annoiata porgendo il cinturone al marito.

<< Sciocchezze, moglie! Io non uso mai attrezzi, dovresti saperlo >> rispose lui dando alla consorte una sonora pacca sul sedere.

Lei alzò le spalle con stizza e proseguì.

<< La prego, anche lei no … >> gemette la ragazza tenendosi il sedere tra le mani per proteggerlo.

L’omone tolse facilmente le mani della ragazza, poi la prese per la vita, la tirò su in modo da avere le sue natiche più vicine possibile e cominciò a dare delle pacche che sembravano leggere, ma che sul povero didietro di Rosa parevano colpi di frusta.

PAFFPAFFPAFFPAFFPAFFPAFFPAFFPAFFPAFFPAFF!!

Il sedere le faceva talmente male che perse il conto.

Quando ebbe finito diede un paio di carezze alle povere chiappe e si allontanò.

Rosa, dopo un tempo che le parve infinito, ebbe il coraggio di guardarsi dietro per esaminare che ne fosse del suo fondoschiena. Era così grosso e rosso che sembrava sul punto di esplodere!

Sentì uno squillo, più precisamente la suoneria del suo cellulare.

<< Cos’è questo baccano, ragazza?! >> chiese stizzita Iole arrivandole alle spalle.

Sembrava talmente scocciata della cosa che Rosa ebbe paura che volesse sculacciarla di nuovo.

<< E’ solo il mio cellulare >> rispose timidamente.

Iole annuì mimando la parola “cellulare” tra le labbra, poi prese da terra i pantaloni strappati, frugò nelle tasche e tirò fuori lo smartphone di ultima generazione di Rosa.

La scritta “Mamma” fece arrossire la ragazza ancora di più e ebbe l’istinto di coprirsi il sedere, come se la madre dovesse entrare da un momento all’altro, ma Iole intercettò il movimento e le diede uno sculaccione di rimprovero.

<< Com’è che si usa questo affare … >> fece mentre cercava di attivare la chiamata col dito ossuto, poi alla fine riuscì.

<< Pronto signora, sono Iole Di Domenico! … Ah, vorrei tanto che la sua figliola fosse venuta qui sotto invito, ma devo deluderla! Purtroppo non è la prima volta che succede … >>.

Rosa immaginò la madre che alzava gli occhi al cielo e si vergognò.

<< Ha preso un po’ di latte dalla nostra Lola … oh, direi parecchio, è entrata di soppiatto ben tre volte! … l’ha colta sul fatto mio marito, proprio stamattina, si … beh, signora, lei sa come la penso io, certe cose vanno corrette prima che degenerino … si, se ci avesse pensato lei forse ora avremmo meno grattacapi, cara signora … si, ci ho già pensato io … eh, si, ha un po’ pianto, ma sono lacrime di coccodrillo, signora mia! >>.

Con quelle ultime parole Iole alzò lo sguardo su Rosa, il cui viso aveva assunto lo stesso colore del didietro.

<< Certo, mio marito l’ha trovata e mi sembrava giusto che partecipasse anche lui … beh, signora, sappiamo entrambe che una bella sculacciata non ha mai fatto male a nessuno! Le assicuro che i risultati sono già ben visibili … oh, certo, credo che potrà ammirare l’opera appena sarà tornata a casa … bene, mi auguro di risentirla in una situazione diversa, ma nel caso voglia ripetere l’esperienza non esiti a chiamarmi! Credo che sua figlia ne trarrà solo dei vantaggi … a lei, buona giornata! >>.

Dopo vari tentativi la signora Di Domenico riuscì a chiudere la conversazione.

<< Bene, ragazza, credo di averne avuto abbastanza del tuo sedere, per oggi. Quando tornerai a casa dovrai dare delle spiegazioni ai tuoi genitori, ed è meglio non farli attendere oltre. E rimettiti questo straccio, non lo voglio in casa mia! >>.

Con stizza, Iole le lanciò i resti dei suoi jeans e poi usci dalla stanza.

Sola, Rosa si rinfilò i jeans strappati con forti fitte di dolore; il tessuto, ridotto a laceri brandelli, le strizzava il grosso sedere tumefatto, la ragazza si accorse con orrore che una volta messi, le sue natiche erano completamente nude.

Cercando di abbassarsi il più possibile la camicia a quadri, si incamminò verso il motorino, parcheggiato poco più in là.

Amos stava innaffiando l’orto. Rosa gli passò vicino senza salutarlo e lui, forse per rimprovero o per infierire, le diede un ultimo sculaccione.

Rosa accelerò il passo e quando arrivò al motore si affrettò a metterlo in moto.

Probabilmente quella sera avrebbe ricevuto altri rimproveri, forse una ulteriore sculacciata, ma durante il viaggio di ritorno Rosa non fece altro che pensare a quanto l’aria le rinfrescasse il sedere.