(9°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Jean Vier

Il nuovo anno come di consueto aveva portato con sé tantissimi buoni propositi; Sophie mi aprì la porta di casa, e dopo un lungo abbraccio mi accolse nella dimora che quel giorno era particolarmente silenziosa. Appena sedute in camera sua, mi confidò subito la notizia del recente fidanzamento della sua amica Sonia, che avevo conosciuto durante la sua festa di compleanno; non era la notizia in sé a causarmi alcuna reazione, ma il fatto che arrivasse esattamente pochi giorni dopo essermi solennemente proposta, di fare qualsiasi cosa, pur di trovare finalmente un ragazzo nel corso del nuovo anno.
Anche Sophie aveva maturato la medesima convinzione, e a sapere che un’altra delle sue amiche, benché leggermente più grande di noi, si fosse finalmente fidanzata, ci dava indubbiamente un senso di maggiore urgenza.
A dirla tutta, non sapevo assolutamente come avrei potuto fare a rendermi più attraente; non ero particolarmente bella, né credevo di potermi truccare o vestire in modo tale da suscitare particolare interesse nei ragazzi che incontravo; anche mostrando di più le tette, finivo solamente per attirare sguardi morbosi e occhiatacce fastidiose: non avevo mai avuto un vero corteggiamento come avrei desiderato.
Sophie invece mi disse di aver preso una solenne decisione: avrebbe cambiato il colore e l’acconciatura dei suoi capelli, scegliendo un taglio mosso con piccoli riccioli di colore castano chiaro, sarebbe diventata quasi bionda.
Non riuscivo nemmeno ad immaginarla, era un taglio che avrei visto bene indosso ad una ragazza snella e slanciata, mentre a lei che era tutta tonda e sproporzionata, stava sicuramente meglio un taglio di capelli lisci e scuri, come lo era la sua acconciatura naturale. Mi disse che come al solito anche Bianca voleva imitarla, e quindi diventare bionda anche lei; in quel momento mi sovvenne il pensiero della sorella e di come il padre l’aveva conciata per via dei disegni sulla racchetta.
Per fortuna non c’era nessuno dei due in casa, e mi sforzai di non pensarci su, anche se era stata una scena davvero triste e umiliante.
Sophie mi appariva stranamente diversa, era come se le vacanze l’avessero profondamente cambiata nel carattere, rendendola piuttosto arrogante e determinata; non la trovavo più simpatica e disponibile come un tempo, era come se si fosse completamente rinchiusa dentro un suo egoismo un po’ cinico ed individualista.
Il fatto di essere poi totalmente indisturbate, con la sola Flora in giro per la casa, rese quel pomeriggio molto differente rispetto alle circostanze precedenti: le stanze erano avvolte dalla penombra, vi erano accese solamente alcune abatjour. Era come se la conversazione tra noi due, si fosse resa più complicata del solito, e gli argomenti fossero divenuti improvvisamente più faticosi e difficili da sostenere.
Presto compresi che c’era qualcosa in lei che mi piaceva sempre di meno, e provai un profondo senso di tristezza: era in fondo la mia unica vera amica, che frequentavo con grande assiduità in quel periodo; avvertire un senso di distanza nei suoi confronti mi arrecò una sensazione di grande solitudine, che la penombra della casa non faceva che accentuare.
Non avremmo studiato nulla quel giorno, e il colpo di grazia lo diede una telefonata, che Sophie ricevette dall’amica Nicole, proprio a metà del pomeriggio; presero a parlare della cugina Sonia e della sua nuova storia d’amore, alternandosi con domande pettegole e risatine indisponenti.
Finii per alzarmi con la scusa di andare in bagno, e infine discesi le scale senza sapere esattamente cosa fare.
Potevo sentire la voce della mia amica alternarsi incessantemente alle sue risatine, mentre dalla cucina si udiva anche la radio che Flora ascoltava a bassissimo volume, mentre probabilmente stava stirando alcuni vestiti.
Mi ritrovai nella veranda, che adesso era vuota e priva di luce; il tavolo da ping-pong era stato smontato, ed al suo posto era tornato un piccolo tavolino, che a volte avevamo utilizzato per appoggiarvi le tazze con il tè; lì accanto, un piccolo mobiletto stretto e allungato con alcuni cassetti, dove la mamma di Sophie teneva di solito alcune tovaglie piegate.
Ebbi un istinto, di aprire il cassetto più in basso, ed era proprio, esattamente come ricordavo: immersa tra due tovaglie ripiegate, era ancora nascosta la pallina da ping-pong che Sophie aveva decorato, l’ultimo giorno che ero stata lì, poco prima delle feste.
La mia amica continuava a parlare con Nicole, assolutamente noncurante del fatto che io stessi girovagando per casa sua in preda alla noia, e senza sapere che io avevo casualmente ritrovato la pallina con cui aveva ingannato l’incauta sorella.
Inizialmente, pensai di farla sparire del tutto, ma poi realizzai di avere tra le mani una prova della sua colpevolezza, e di poter facilmente dimostrare che era stata proprio la mia amica a indurre la povera Bianca in errore. Conoscevo ormai perfettamente bene, la rigorose regole di disciplina domestica vigenti dentro quella casa, e subito compresi tutto quello che avrei potuto combinare con quella stupida pallina.
Avrei potuto ancora una volta far pagare a Sophie il prezzo della sua stupidità; in fondo, sarebbe stato anche giusto per la povera Bianca, che era stata tratta in inganno proprio dalla sorella.
Decisi quindi di tenere la pallina: ma avevo lasciato la giacca nella camera di Sophie al piano di sopra, e non potevo certamente mettermela in tasca, chiunque avrebbe potuto riconoscerne la forma; allora la nascosi nell’unico posto dove nessuno avrebbe mai potuto notarla, in mezzo al decolté dentro al reggiseno: la pallina vi scivolò mollemente infilandosi nel morbido.
Fui colta da un fremito inaspettato, e senza domandarmene la ragione, avvertii repentinamente l’urgenza di chiudermi da sola dentro al bagno; quando poi mi ritrovai proprio di fronte al lavandino dove Bianca le aveva prese, sentii che avevo già dell’umido in mezzo alle cosce.
Presa da una certa agitazione, feci quello che giammai mi sarei aspettata di dover fare: sbottonai i pantaloni che erano di velluto nero, e li lasciai scivolare fin giù attorno alle ginocchia; la pallina che avevo in mezzo ai seni era gelata, ma immediatamente mi riportò alla mente il bastone durissimo di André, immerso nel lattice del preservativo, quella mattina nei bagni della scuola.
Mi inarcai leggermente in avanti, e con ambedue le mani mi iniziai a toccare il didietro: indossavo un perizoma bianco, e i miei glutei erano anch’essi gelidi. Mi inarcai e pensai a come doveva essersi sentita Bianca, quando il padre le aveva tirato giù i pantaloni, e al calore improvviso sul sedere, quando infine aveva preso a punirla.
Improvvisamente provai un’infinta vergogna verso me stessa e verso i miei pensieri, e non resistetti più: mi rivestii immediatamente e corsi di sopra, dove Sophie continuava noncurante la sua lunga conversazione con Nicole.
Senza farmi notare, misi la pallina nella tasca della giacca, e infine mi accomodai seduta alla scrivania, dove i nostri libri erano accatastati; finalmente Sophie salutò l’amica dandole appuntamento per il fine settimana: avrebbero conosciuto il fidanzato di Sonia, e si capiva che non stavano più nella pelle per la curiosità.
Dopo pochi minuti rincasarono la signora Claudia insieme all’altra figlia: erano assai infreddolite, e la madre di Sophie mi diede un bacio sulla guancia, con le labbra freddissime.
L’arrivo di André alla fermata del tram pose fine alla giornata di studio, assolutamente improduttiva e per di più anche noiosa; per la prima volta pensai che forse era il caso di smettere di studiare insieme a Sophie in maniera sistematica, ma certamente non sarebbe stato per nulla semplice spiegarlo ai suoi genitori.
L’indomani fui interrogata dalla professoressa Chenot, e non andai per niente bene; la cosa mi turbò parecchio, dal momento che era tutta colpa del fatto che non avessimo studiato nulla il pomeriggio precedente. Provai così ancora maggior disagio ed avversione nei confronti della mia compagna, la quale invece mi parve tutt’altro che dispiaciuta o costernata per il mio pessimo risultato.
La volta successiva pretesi dunque che riprendessimo a studiare con grande rigore e disciplina, e la presenza della madre in casa sicuramente ci aiutò a non distrarci per nulla; rividi Flora in tutto il suo splendore che lavava il pavimento del salone, e Bianca che invece aveva ripreso a molestare la sorella e a disturbarci tutto il tempo mentre eravamo sui libri.
A un certo punto Sophie mi disse che Bianca era peggiorata moltissimo nel corso degli ultimi tempi, e che secondo lei era stata tutta colpa dei suoi genitori, che dapprima l’avevano viziata, e solamente dopo molti anni ripresa ed educata come avrebbero dovuto fare sin dall’inizio.
Era strano sentirla parlare dell’educazione di sua sorella; in fondo credo che non fosse stata affatto differente rispetto alla sua, soprattutto quando Sophie aggiunse l’aneddoto che Bianca era stata raddrizzata e corretta dai genitori infinite volte, e sempre a colpi di sculacciate. Non osai commentare, ma avrei giurato che Bianca non fosse affatto la sola in quella casa, ad averle prese diverse volte.
Riprendemmo a studiare, e non ne parlammo più.
I giorni volavano via, e le difficoltà a scuola andavano aumentando; iniziavo ad essere preoccupata, ed anche l’approssimarsi del giudizio di metà anno previsto per la fine del mese di febbraio, non mi lasciava per nulla tranquilla.
Un giorno ne parlai anche con mio fratello; e questi mi suggerì di lasciar perdere fin da subito, la mia amica culona, e di smetterla di buttare via i miei pomeriggi a casa di lei; non sapevo se me lo dicesse affinché lui stesso potesse finalmente liberarsi da quel fastidioso impegno, di venirmi a riprendere in centro per ben due volte alla settimana, ma certamente non aveva tutti i torti nel pensarlo.
Un giorno poi, mentre eravamo in tram diretti a casa dopo la scuola, ricevette un nuovo messaggio da parte della signora Claudia; e questa volta me lo mostrò con un certo compiacimento. Vi era scritto: “Vieni qua che la poltrona del capoufficio è libera …”, seguito da un sorrisino.
Rispose subito di sì, anche se mi confessò di essersi appena masturbato, solamente pochi istanti prima mentre era a scuola; lo guardai con ribrezzo, ma soprattutto rimasi meravigliata dalla disinvoltura con cui la mamma della mia amica si proponeva così spudoratamente, nonostante fosse al lavoro nel suo ufficio.
Chiesi anche a mio fratello se si masturbasse spesso nei bagni della scuola, e mi rispose di sì, soprattutto quando vedeva la sua professoressa di disegno tecnico, che a detta sua era la donna più eccitante che avesse mai visto al mondo.
Mentre mi descriveva i dettagli anatomici della sua professoressa, visibilmente stimolato come potevo anche notare dalla massa che premeva dentro ai suoi pantaloni, per qualche ragione mi sovvenne il pensiero della pallina da ping-pong che un paio di settimane prima mi ero infilata in mezzo alle tette.
Forse era proprio il pensiero del suo bastone durissimo a farmi ricordare della pallina, ma fu solamente un caso che io associassi ora quella pallina al fatto, che André fosse in procinto d’incontrarsi nuovamente con la mamma di Sophie; non ci pensai nemmeno un solo istante, e gli raccontai tutta la storia dello scarabocchio di Bianca, e di tutte le botte che le era costato, sempre a causa della mia sciagurata amica.
La pallina da ping-pong alla fine era rimasta esattamente nel luogo dove l’avevo nascosta, quel pomeriggio in casa di Sophie, in una delle tasche della mia giacca; e la consegnai ad André affinché la mostrasse alla signora Claudia.
Questi inizialmente mi disse che stavolta non avrebbe fatto la spia, che gli sembrava di essere un vero mediocre; dovetti insistere con lui, e ricordargli che sarebbe stato un mediocre a non fare in modo che venisse riabilitata la dignità della povera Bianca, esattamente come aveva voluto che accadesse per Flora.
Mi rispose che non gli interessava e che non l’avrebbe fatto; ci rimasi malissimo, ma non osai insistere.
Giunti a casa poi, dopo che già era trascorsa più di mezz’ora, André mi abbandonò giù davanti all’ingresso, e corse nuovamente a riprendere il tram, senza neppure cambiarsi. Era vestito con un pantalone blu scuro abbastanza lercio, e la giacca della tuta; a vederlo così malmesso pensai che non l’avrebbero nemmeno fatto entrare dentro al tribunale, dal momento che si trattava stavolta di un normalissimo giorno feriale.
Durante il tragitto, ricevette una chiamata da parte della signora Claudia, la quale era evidentemente assai impaziente: questa volta l’avrebbe atteso nella stanza del suo capoufficio, nientedimeno che al terzo piano della palazzina principale. André dovette richiedere un pass alla ricezione del tribunale, dalla quale la mamma della mia amica fu contattata per confermarne la visita: la sentì dall’altro lato del telefono, impeccabilmente professionale e con voce soffice e suadente, mentre confermava che il suo ospite si chiamava per l’appunto André Pérez, e che era un operaio chiamato lì per sistemare il computer del suo capo.
Prese l’ascensore e già non stava più nella pelle; arrivato poi di fronte alla porta della stanza 311, bussò e udì la voce della mamma di Sophie, in un francese morbido e soave, dirgli di aprire e di venire avanti.
Lo attendeva in piedi, vestita con un abitino di raso perfettamente aderente, colorato con fiori rossi e viola; era un po’ stropicciato, e su un lato già si vedeva che le calze scure che la donna indossava terminavano all’altezza della coscia, lasciandole una piccolissima striscia di nudo in cima ala gamba, dove la stringeva il vestitino attillatissimo.
Nonostante si fosse masturbato poche ore prima, al vedere la donna fasciata con tutte le sue forme in quel vestito così stretto, e con le calze autoreggenti indosso, questa volta André si sentì trascinare come un treno e fu subito durissimo dentro ai pantaloni.
Si voltò ma solamente per serrare la porta alle sue spalle con due energici giri di chiave, e poi le fu subito addosso, iniziando a palparle i seni e soprattutto il sedere, come un maniaco; la donna si mise a sorridere per tanto impeto.
Fu facilissimo tirarle su la gonna che era completamente elasticizzata e si lasciò sollevare fino a tutto intorno ai fianchi. Aveva solamente le calze indosso, e allora André prese ad affondarle più volte le mani forti da operaio, in quei glutei bianchi e maturi che tanto lo eccitavano.
La signora Claudia gli sorrise nuovamente, e preso il controllo con un gesto molto deciso, lo accompagnò fimo alla grande poltrona in pelle del suo capoufficio, invitandolo a sedere, non prima di avergli però sbottonato per bene i pantaloni.
Poi, quando André fu comodamene seduto, con l’uccello che quel giorno sembrava davvero non finire mai per quanto era lungo e grosso, la donna si inginocchiò davanti all’elegante scrivania in noce, con il sedere di fuori e la gonna alzata; glielo afferrò alla base con ambedue le mani, e dopo aver emesso un dolce sospiro, lo prese tra le labbra morbide, iniziandolo a succhiare con la bocca.
André stava quasi per impazzire; poteva vederle il didietro che andava su e giù mentre la donna, chinata con il capo su di lui e con i lunghi capelli biondi sparsi sopra i suoi pantaloni, lo succhiava e sospirava.
Temette più volte di non riuscire a resisterle oltre, e di doverle esplodere subito nella bocca, ma fece un enorme sforzo per trattenersi; solamente in un certo istante, in cui sembrava che lo sperma fosse sul punto di scoppiargli dentro, si tirò repentinamente su, lasciando la donna sollevata sulle ginocchia e leggermente meravigliata per tanta fretta.
Era arrivato il momento di sbattere. E prendendo la signora Claudia su per un braccio, la fece alzare in piedi; lei era un po’ goffa con la gonna arrotolata attorno ai fianchi ed una delle due calze che l’era leggermente scesa; la trascinò sul sofà di fronte alla scrivania, dove forse la donna era solita sedersi per riferire al suo capo, e senza chiederle nemmeno il permesso la fece voltare, spingendola infine con le ginocchia sopra i cuscini.
La mamma di Sophie si trovò così immobilizzata con le mani aggrappate alla spalliera, ed il volto quasi appoggiato all’elegante parete, tappezzata di rosso bordeaux. André la penetrò in un istante, facendola sussultare sulle ginocchia.
Quel giorno mio fratello era davvero incontenibile, e la donna se ne accorse fin da subito; il pene la stava letteralmente squassando, facendole provare spasimi di dolore e brividi di godimento indescrivibili. Era lunghissimo e rigonfio di vene bollenti, e le spingeva la povera vagina dilatandola senza tregua.
André la reggeva per i fianchi e la sprofondava senza pietà: ad un certo punto la vide con il volto schiacciato contro la parete e le mani schiuse appoggiate al muro; mugolava e godeva, ma provava a trattenersi per non rischiare di venire scoperta dai colleghi dell’ufficio, sarebbe stata certamente licenziata. Il telefono in quel preciso istante iniziò a squillare, ma lei nemmeno se ne rese conto, continuando a mugolare.
Fu proprio allora che André estrasse il suo smisurato bastone bollente, che uscì dalla vagina lentamente come un animale vivo e pulsante; e tenendolo ben saldo alla base, allargando dolcemente con l’altra mano uno dei glutei della donna, fece infine per infilarlo nel buchino più piccolo.
La donna ansimò ed emise un gemito che doveva essere di paura; André seppe che non lo aveva mai preso nel didietro prima di quel giorno.
Volle sfondarla subito, e spingendo un poco alla volta le fu dentro, che sembrava quasi di romperglielo per quanto era caldo e stretto; poi una volta penetrata per bene, le divaricò leggermente le caviglie che erano appoggiate sul sofà.
I mugolii della donna erano adesso diventati dei profondi guaiti di dolore intenso, nemmeno si capiva se stesse godendo o semplicemente soffrendo come una cagna; André era perfettamente noncurante, pensava esclusivamente al proprio piacere, e spingeva come un ossesso.
Ogni volta che spingeva di più, notava come la donna alzasse per istinto, la sua elegante scarpetta nera col tacco; decise allora di trattenerle ambedue le caviglie, per farla soffrire e gemere ancora di più. Con il risultato di farla immediatamente sprofondare in un orgasmo tremendo, con le lacrime che le rigavano il viso.
A quel punto estrasse l’uccello, che mai aveva visto così lungo e rigonfio; oramai era divenuto leggermente molle ed il limite era stato superato: guardò dunque il forellino della mamma di Sophie che era ancora perfettamente tondo e dilatato, e le buttò fuori tutto lo sperma giallo e schifoso che gli era rimasto dentro. Era bellissima così, con il didietro appena rotto ed i capelli biondi tutti sparpagliati sulle spalle e sul divano.
La signora Claudia lo mandò via urgentemente, forse aveva altre visite programmate di lì a breve; ma chiese a mio fratello di attenderla dentro il bistrot dell’isolato accanto, per poter bere qualcosa di caldo assieme, solamente un poco più tardi.
Si rimise in ordine, ma non doveva affatto esser facile per lei, stare al lavoro con tutti i buchini ancora caldi e martoriati; André l’aveva fatta godere come una cagna di strada.
Quando mio fratello tornò a casa, puzzava tantissimo di sudore, e mi raccontò di tutte le raccomandazioni che aveva ricevuto mentre erano al bistrot, relativamente a Flora: la signora Claudia gli avrebbe consentito di vederla in perfetta solitudine, e per giunta proprio in casa loro; ma solamente di lì ad un mese, dopo i vent’anni della bella cameriera.
Voleva dunque che completassero quello che avevano dovuto bruscamente interrompere, durante quel famigerato pomeriggio di novembre.
Inoltre, gli lasciò una sua fotografia di quando lei era giovane, che teneva come segnalibro dentro l’agenda, e che mio fratello aveva vista aperta sulla scrivania mentre la donna gli stava inginocchiata in mezzo alle gambe.
Era talmente bella, che mi domandai come mai nessuna delle due figlie avesse ereditato, se non in minima parte, quasi nulla della sua naturale e giovanile bellezza.
Mi domandai anche se fosse normale, che la signora Claudia tenesse quella bella foto al posto di un normale segnalibri; probabilmente la mamma di Sophie aveva molta nostalgia del suo passato, e del resto chissà quanti amanti e quanti corteggiatori doveva avere avuto, con quei bellissimi capelli biondi. Era bella quasi come una diva del cinema.
Nonostante tutto, André mi disse ridendo, che quello non era affatto il suo tipo di donna, ma che preferiva decisamente le donne mulatte con i capelli scuri. La mamma della mia amica gli avrebbe aperto di nuovo le porte della sua dimora, per fargliene gustare una mai sfiorata da nessun’altro prima di lui.
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