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Allontano di qualche altro centimetro la tazza di caffè fumante sulla scrivania.
Ctrl + A e importo tutti i file nel nuovo progetto: backstage_1.
È la prima settimana di ferie e ancora non sono abituato all’ozio. Al terzo backup del mio parco hard disk inizio a vagare tra i byte dei lavori degli anni passati.
2014; passo il pollice sullo scotch lucido che copre l’etichetta di carta e pennarello.
Niente da anacronismo quanto le ferie a settembre. Non piove, ma poco ci manca.

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Il primo giorno di riprese.
Ci sono io che parlo alla troupe prima di cominciare (che razza di capelli avevo).
Era un progetto piuttosto personale, un cortometraggio. Molto autobiografico in effetti.
L’abbiamo inviato a diversi contest ma non abbiamo vinto nulla. Poco importa.
È strano come tutti seguano la tua visione fino a farla diventare la loro visione (come devono sentirsi a riguardo?).
Il produttore è il mio migliore amico. Si gira verso la camera e saluta. Segno un appunto del minutaggio: di sicuro questo lo devo inserire da qualche parte.

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Chi ha fatto queste riprese? La più breve dura 8 minuti. Mando avanti veloce per vedere se c’è qualcosa d’interessante.
La mia ragazza mi da una mano sul set. Ha molto gusto: make up e style sono compito suo.
Torno a una velocità umana. Lei non guarda mai dritto nell’obiettivo (non l’avevo mai notato prima). Una forma di pudicizia forse; davvero dolce.

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Pausa pranzo del primo giorno.
Il mio collega entra con una pila di cartoni di pizza in mano mentre la telecamera continua a riprendere (che fame).
Chi stava riprendendo ha appoggiato sul tavolo la telecamera che è andata avanti a registrare. Il ragazzino apre la birra con un colpetto sul bordo del tavolo e se ne va. Rimaniamo solo noi tre: lei, io, il mio migliore amico. E la telecamera, ovviamente (o la quarta parete).
È sempre strano rivedersi, a maggior ragione se ti hanno ripreso senza che te ne accorgessi.
Mi alzo e mi allontano (cos’ero andato a fare?).
Mi è sembrato di vedere una cosa. Non è niente. Probabilmente.
Il video continua a fluire. Guardo i numeri del minutaggio proseguire nella loro staffetta. L’8, il 9, e poi ritorna lo 0.
Fermo schiacciando la barra spaziatrice. Fughiamo ogni dubbio: sposto il cursore al momento in cui me ne sono andato. Mi rivedo alzarmi e uscire dalla stanza.
Lei sorride. Un sorriso lungo. Lui le guarda le labbra (le MIE labbra), poi lei abbassa lo sguardo.
Torno indietro ancora una volta e di nuovo la scena si ripete identica (cosa mi aspettavo?).
Non è niente.
Mi alzo. Tengo la mano nel mento. Torno a guardare lo schermo immobile, la scena immobile: lei gli sorride e lui le guarda le labbra.
Lotto con me stesso per tornare seduto (e calmarmi).
Forse sto esagerando (è sicuramente così).
Mi risiedo.
Sposto il cursore avanti con il mouse per evitare di riguardare la scena di nuovo.
Mi vedo rientrare nella stanza. Lui mi sorride, lei continua a mangiare senza sollevare lo sguardo. È tutto solo una mia impressione.

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Sono al pomeriggio del secondo giorno.
Al terzo sguardo sospetto ho deciso di cominciare a salvare degli screenshot. Alla fine sarà tutto molto più chiaro quando avrò un quadro generale della faccenda. Sono arrivato a 5 irrevocabilmente maliziosi, 7 che potrebbero essere anche solo sguardi amichevoli e 2 in cui sono troppo lontani perché si capisca con chiarezza come si stanno guardando.
Non so da quanto sono al PC.

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La sera del secondo giorno.
Mentre stanno smontando le loro mani si sono toccate.
Ho visto il rossore salirle sulle guance.
Non posso perderla.

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Fuori è buio.
Non ho fame.
Ho finito di visionare l’intera prima settimana.
Ho perso il conto degli screenshot quando sono arrivato a 60 (o 63? 62?); credo siano sull’ottantina. Comunque il deskstop ne è colmo. Trovo quasi ilare che coprano il salvaschermo di me e lei.
“Io non ti ho mai tradito, questo lo sai vero?” immagino la sua voce carezzevole, la mano nei miei capelli, il suo peso sulle mie gambe dolenti.
“E come mi spieghi quegli sguardi tra di voi?” la ammonisco.
“Sei stanco tesoro, lo sai che non lo faremmo mai. Chiamami, io ti dirò lo stesso.” prosegue sorridendomi e accarezzandomi.
“Come puoi dirmi una cosa del genere? – balzo in piedi e comincio a camminare nervosamente su e giù per la stanza mentre lei (l’immagine di lei) rimane preoccupata, appoggiata alla scrivania – Ci sono quasi cento fermo immagine di voi che…non lo so cosa fate, ma sicuramente non sembrate due amici che si comportano da amici!”.
“Ma non pensi che te ne saresti accorto prima? – anche lo spettro di lui entra dalla porta e le cinge la spalla – le riprese risalgono a più di un anno fa”.
“È vero, sono stato un idiota! È una vera fortuna abbia aperto questo progetto o avrei potuto non scoprirlo mai!”.
Lei prova a farmisi incontro e, di nuovo, ad ammansirmi.
Mi sembra quasi di sentirle, le sue dita sul mio petto, ma so che se solo provassi a stringerle, stringerei la mia camicia. “Amore calmati, per favore”.
“No, non posso calmarmi! Dio, com’è potuto succedere?!”.
Poi li vedo uno accanto all’altra, il loro sapore mescolarsi in un bacio. Forte, appassionato, inscindibile. Non riesco a immaginare nulla che possa separarli da quel bacio. Sembra infinito, eterno, e non c’è angolo buio dove possa posare lo sguardo senza vederli; anche con le palpebre serrate e strette quell’unione sacrilega continua a consumarsi, ma senza mai esaurirsi, davanti a me.
Guardo in basso e tra le mie mani c’è una pistola. Ogni istante la mia mente riesce a connotarla di un nuovo e più reale attributo: ne sento il peso, ne riconosco il metallo freddo, la vedo scintillare sotto la luce se la rigiro tra le mani.
Forse questo li farà smettere.
Alzo la mano e la sento leggerissima.
Loro mi guardano seri e immobili.
Lui si fa avanti: “Una pistola? Non ti sembra di essere un po’ troppo drammatico ora?”.
“Farete quello che vi dico” gli ingiungo con voce ferma. Un po’ di sangue torna freddo nelle vene. Se respiro a fondo posso sentire l’aria che entra lenta dentro di me e poi torna di nuovo fuori, mentre il mio battito rallenta sempre più, fino a tornare regolare (tum tum, tum tum, tum tum).
Lei ora mi guarda spaventata (nella fantasia il braccio non mi duole a tenerlo alzato con la pistola in mano). Lui ha ancora un barlume di sfida nello sguardo, ma vince il timore che possa farle del male, e non si muove.
“Andiamo in camera da letto” sentenzio indicando con un cenno della testa la porta della stanza.
Loro mi precedono. Lui la stringe per le spalle come a rassicurarla. Lei ogni tanto si volta a guardarmi con una preghiera negli occhi, ma non ho dubbi.
Ci fermiamo tutti e tre ai piedi del letto. Io siedo sulla poltroncina accanto all’armadio, continuando a puntare la pistola verso di loro.
“Spogliala”.
Entrambi esitano.
A lei scorre una lacrima, poi fa cenno di “sì” con la testa guardando lui. Le si avvicina lentamente; li separano pochi centimetri che impiegano chilometri ad attraversare. La mano scende sul colletto della sua camicetta abbottonata fin sotto al mento. Uno ad uno i bottoni lasciano le asole, finché non le si scoprono i seni.
Sbottona anche i pantaloni e li fa scivolare lungo le sue gambe, e altrettanto fa con le mutandine. Lei stringe le ginocchia in un brivido, e tenta di coprirsi una volta rimasta completamente nuda davanti a noi.
“E adesso?” trema un accenno di ribellione nella voce di lui, vedendola così umiliata.
Riesco persino a sorridere.
“Adesso guardalo e digli che ti piace essere guardata”.
Le lacrime le tremolano negli occhi, fino a traboccare, lentamente, silenziosamente. Continua a guardarmi cercando un barlume di pietà in me (non c’è).
Non dico una parola e loro neppure, scorrono i secondi finché lei si arrende. Si volta verso di lui e, guardandolo dal basso in alto, bisbiglia quasi impercettibilmente: “Mi piace essere guardata”.
“Voce più alta” scandisco io.
Lei di nuovo guarda me, poi lui.
“Mi piace essere guardata” ripete dopo essersi schiarita la gola.
“ ‘Da te’ – la correggo – ‘mi piace essere guardate da te’ ”.
“Mi piace essere guardata da te” ripete lei.
“Non sembra che ti piaccia davvero però, non sei molto convincente. Proviamola ancora una volta: azione!”.
“Mi piace essere guardata da te” scandisce tentando di alzare la voce e allentando il nodo stretto delle sue braccia conserte.
“Molto meglio – annuisco vistosamente io, soddisfatto – Adesso per la scena 2 dovrai chinarti a novanta gradi sul letto, con i palmi sul materasso”.
Lei nemmeno prova a opporre resistenza. Si limita a guardarlo, e poi a eseguire.
Da dove sono seduto posso vederle tutto. La rotondità dei suoi glutei, smorzata in quella posizione, si chiude a goccia nel suo sesso. Le gambe rimangono strette tra loro, tremolanti.
“Vieni qui vicino a me tu – faccio un cenno con la pistola per chiamare il mio amico – vieni, vieni”.
Serra i pugni e si avvicina guardandomi sprezzante (come posso immaginare un simile sguardo? Non gliel’ho mai visto fare). Il verde dei suoi occhi sfolgora, come una fiamma di rame.
Gli faccio segno di mettersi in piedi vicino a me, e, una volta che ha preso posto alla mia sinistra, appoggio la bocca della pistola al suo ginocchio.
Lo guardo dal basso in alto, lei si volta per cercare di capire cosa stia succedendo. Schiocco la lingua e faccio “no” con la testa continuando a guardare lui. Lei titubante torna a guardare davanti a sé, il muro (o in basso, il materasso).
Poi mi rivolgo di nuovo a lui: “Non guardare me, guarda lei. Quante volte te la sei scopata nell’ultimo anno? – fissa il vuoto davanti a sé, senza rispondere – diciamo…5? 10? 100?”.
Vedo un piccolo moto sotto le guance: digrigna i denti e inghiotte. Di nuovo i pugni si stringono.
“Non ha importanza – esordisco infine – tirati giù i pantaloni ora” continuo a fissarlo sorridendo appena. Ma anche il mio sorriso è un ringhio. Non sento niente. So di essere disperato, ma non sento niente.
Lentamente ubbidisce. I muscoli contratti saltellano sotto la pelle delle sue braccia. Posso respirare l’odio che sbuffa dalle narici dilatate.
“Toccati”.
A questa richiesta chiude gli occhi per qualche secondo.
Colpito.
Manda giù.
Infila una mano nelle sue mutande e inizia a muoversi.
Passa un minuto, poi un altro ancora, alla fine lui sbotta: “Non ci riesco”.
“Questo potrebbe essere molto deludente per lei, ma ho una valida alternativa – proseguo alzandomi in piedi – ti ha mai parlato di quanto le piacciano le punizioni corporali?”.
Lei ha un sussulto e si volta di scatto verso di noi e subito si tira su dal letto.
“Non farglielo fare” mi sussurra lei buttandosi contro di me per supplicarmi. Le afferro le braccia, le stringo i polsi mentre tenta di accarezzarmi, e le chiedo a bassa voce di tranquillizzarsi.
Anche lui viene preso dal panico: “No, posso farcela, ho solo bisogno di più tempo, davvero…”.
“Zitti – taglio corto puntando la pistola verso la faccia di lui, continuando però a guardare lei – non so cosa in questa situazione vi possa aver fatto pensare di avere del potere decisionale, ma è evidente che non sia così”.
“Rimettiti sul letto come prima – attendo che esegua, poi proseguo – e tu invece vieni qui” concludo chiamando di nuovo lui accanto a me.
La mia mano passa sul gluteo di lei, muovendosi piano, assaporando la sensazione della sua pelle sotto i miei palmi.
“Voglio che la sculacci, con tutta la forza che hai, per tutto il tempo in cui ti dirò di farlo”.
“Non voglio farlo” prova a ribellarsi.
“Non m’interessa” lo gelo.
Non c’è nemmeno bisogno che gli ricordi ancora della pistola, esitante spinge le maniche della camicia su per i gomiti e stringe i pugni come a rilassare le dita.
Poi la colpisce per la prima volta.
Lo schiaffo non è stato molto forte, ma la pacca ha comunque risuonato piacevolmente nella mia mente.
“Questa è tutta la forza che hai?”.
La seconda è più soddisfacente.
Siedo accanto a lei sul letto.
Lui si ferma e mi guarda.
“Non ti ho detto di fermarti”; sottolineo il nervosismo che si sta impadronendo di me per questi tentennamenti stringendo i capelli di lei nel pugno che non tiene la pistola, per poi premerle con forza il viso nel materasso. Arriva solo un lamento indistinto e soffocato, mentre le sue dita spasimano attorno alla mia morsa per provare a liberarsi.
Lui le da una sculacciata finalmente della giusta intensità, e io faccio riemergere il viso di lei dal materasso che boccheggia come dopo un’immersione in acqua gelida. “Così va meglio”.
Mi lascio cadere sdraiato a pancia in su, con i piedi che toccano il pavimento, mentre ascolto con attenzione ogni flebile fiato che le esce dalle labbra.
A ogni colpo il letto trema leggermente sotto di noi. Posso persino sentire le mani di lei che afferrano quanto più lenzuolo riescono a stringere, e il labbro che si morde forte sotto i denti lucidi e bianchi. Da questa posizione posso vedere anche le espressioni sofferenti di lui che, lentamente ma con costanza, le rifila uno scapaccione dopo l’altro.
Quando i gemiti iniziano a diventare lamenti, solo allora, volto il viso verso di lei per guardarla. I capelli le scivolano in avanti ogni volta che lui la colpisce, gli occhi sono sbarrati e lucidi e, a volte, dopo un altro colpo, insieme ai capelli ondeggia anche una lacrima, finché non si separa da lei e macchina il lenzuolo.
“È lui che ti sta facendo soffrire, non io”.
Lei tace; lo sguardo è vitreo e sempre più lontano.
“Se solo avesse avuto un’erezione prima…le cose sarebbero potute andare diversamente”.
La fronte le si aggrotta, gli occhi si stringono lasciando cadere un’altra manciata di lacrime.
“È tutta colpa sua”.
Di nuovo il suo corpo trema sotto un altro colpo.
“…E tua”.
Questa volta non ondeggia, non geme: nessuna sculacciata.
Non faccio a tempo a girarmi che lui si getta su di me, stringendomi il polso della mano che impugna la pistola. Lottiamo ma non ho forze (mi sento svuotato). La pistola, così pesante, fredda e lucida, all’improvviso non è più nelle mie mani. Una massa inesistente mi preme a restare sul letto, e io non posso che cederle.
L’aiuta a rialzarsi dolcemente, mentre la bocca della pistola continua a seguire il centro della mia fronte. Senza perdermi d’occhio raccoglie da terra i vestiti, e le li porge. Lei li afferra tirando su con il naso e dirigendosi a passi svelti in bagno per rivestirsi. Solo allora noto gli aloni quasi violacei che le ricoprono l’intero fondoschiena. Anche lui per un secondo la guarda con un inevitabile espressione di rimorso misto a disgusto.
“Girati!”.
Mi urla con la voce scossa.
“Girati!” ripete scuotendo la pistola davanti a me.
Io lo faccio, mi giro, scivolando con le ginocchia giù dal letto, prostrandomi a novanta, con il corpo abbandonato sul materasso.
Sfila con foga la cintura dai suoi passanti e, prima che si estingua il breve tintinnio, una lancinante scossa mi attraversa. Ha colpito a metà della schiena. Il braccio si torce per cercare la parte lesa e trovo la mia t-shirt lacera. Ma lui non mi lascia nemmeno il tempo di trovare la ferita che un’altra frustata si abbatte sul mio palmo, che ritraggo fulmineamente. Guardo la mano e distinguo una lunga strisciata rossa cocente.
Aggiusta il tiro e prende a colpirmi sul sedere (è incredibile non riesca nemmeno a pensare a una parola per farlo fermare).
Colpisce con forza sopra i pantaloni per tre volte, poi lo sento parlare, parla con lei: “Tiragli giù i pantaloni”.
Un brivido mi scuote quando riconosco le sue mani cingermi i fianchi e scivolare fino alle ginocchia insieme a quel che resta di pantaloni e boxer. Per un secondo distinguo persino il suo respiro sfiorarmi la coscia.
Poi il dolore si fa di nuovo improvviso e accecante.
L’averla di nuovo sentita accanto a me rianima un po’ della mia combattività, ma lei carponi sale sul letto. I capelli sono raccolti e curati, il vestito quello giallo a fiori che indossava (ne sono sicuro) in uno dei video che ho guardato.
Appoggia con forza i palmi sopra i miei e, accoccolata a uovo di fronte a me, guarda a fondo nella mia anima.
“Tu vuoi soffrire”.
Bisbiglia con un filo di voce, velatamente sadico, ma leggero, insinuante.
“Tutto questo solo per elemosinare un po’ di dolore”.
Le cinghiate ormai sembrano entrarmi a fondo nella carne. Non sento lo scorrere del sangue ma posso percepire il suo calore. Ogni colpo cade più a fondo, come se ora potesse intaccarmi le ossa.
Una sofferenza così totale che mi sembra di non poter sentire nient’altro. Mai più.
Nessuna sensazione sarebbe altrettanto intensa, nessuna sensazione avrebbe ancora senso dopo questa.
“Le persone a cui tenevi di più nella tua vita…le hai costrette (immaginate) a farti questo”.
Il suo viso si fa vicino al mio, vicinissimo. I suoi bei lineamenti diventano confusi e sfocati.
Un’altra sferzata scalda con forza il mio sedere; il mio corpo è esausto.
“E dimmi ora: ne hai avuto abbastanza?”.
Un’altra cinghiata.
Io nemmeno più tremo, tutto intorno è solo dolore.
Eppure dico: “No”.
E di nuovo vengo accontentato.
Di nuovo un altro colpo.
Ora persino le sue morbide mani che tenevano saldamente le mie sono diventate unghie conficcate sui loro dorsi.
“Vuoi essere ancora punito?”.
E la sua voce è diventata un tormentoso sibilo, come la voce di un serpente. Mi strega, non posso rinunciare a sentirla nella mia mente, a riascoltarla ancora.
Riesco a dire solo: “Si”.
Quando si risolleva la mano di lui, ormai, posso sentire le goccioline di sangue che cadono ovunque attorno a me.
“Perché?”.
Mi domanda. Le nostre bocche sono talmente vicine che nemmeno posso distinguere il mio corpo dal suo.
“Perché ti ho tradita”.