la_cenere_il_sudore


Bi: la finta ingenua

“Non è male” inclina la testa come a voler cambiare prospettiva.
“Chi?” domando smarrita guardandomi attorno.
“Il ragazzo dietro al bancone. ‘Chi’!” bisbiglia incontrando in parte la resistenza della cannuccia in un buffo e lieve fischio.
“Non lo so…” cerco di farmi un’idea senza fissarlo.
In due o tre occhiate ho di lui un ritratto semiastratto con un accenno di connotati.
Sembra carino.
“Secondo te ci sta?” non so nemmeno da quant’è invece che ho perso il suo di contatto visivo.
“Con te? Non vedo perché non dovrebbe” le rispondo tirando una lunga annoiata sorsata di mojito.
“Perché dici così?” finalmente gli ha scollato gli occhi di dosso e guarda i miei.
“Cos’è, hai un calo di autostima? Devo farti l’elenco dei tuoi pregi? O è una cosa tipo coach e pugile e devo caricarti per bene prima dello scontro finale?”.
Fa una smorfia, riempie i polmoni, apre la bocca, Elle ci interrompe.
“Vi state divertendo ragazze?”.
“Parecchio!” rispondo io con tono sarcastico decisamente malcelato.
“Tutto bellissimo, come al solito! Dov’è Pi?” risponde Ti; ormai m’ignorano, non mi danno neanche la soddisfazione di sgridarmi.
“È un po’ che non lo vedo. Sarà in giro. Sa badare a se stesso – risponde Elle con un sorriso, poi prosegue irrigidendosi – Ch si sta comportando bene?”. Allunga la mano sulla sua spalla che la supera di almeno una quindicina di centimetri, anche indossando i tacchi.
Lui pare gelare.
“Sì, è stato impagabile” sorride maliziosa Ti.
Sorrido anch’io, amara.
“La tua prima preoccupazione stasera sarà fare felici queste due signore, chiaro? Anche se magari con Bi potresti averla più difficile”; si scambiano complicità mentre io e il povero cameriere condividiamo l’imbarazzo.
Elle se ne va e restiamo noi tre, giusto quell’attimo, come indecisi su come intrecciare i nostri destini.
Poi ognuno alle sue cose, al suo alcool.
Ai suoi pensieri.
Che prontamente Ti interrompe.

 

Erre: la donna in più

La guardo allontanarsi da dietro il bancone mentre le altre due continuano a confabulare.
Mentirei se dicessi che mi fa pena.
Il bicchiere mi guarda vuoto dal centro del tavolino.
L’orologio del cellulare segna le 21.45. Perché non arrivano le 22?
Decido di incamminarmi.
Sfilo i sandali e godo a lenti passi della sabbia finalmente fresca. Lascio che i piedi sprofondino. Il cielo non è ancora del tutto buio, ed un piccolo e compatto alone violetto è l’unica cartolina del Sole.
Qualcosa mi richiama in me. Non è stato un rumore, solo una sensazione. Mi volto.
“No…peccato: eri così bella”.
“Due donne chiedevano di te” gli sorrido mentre si avvicina.
“Sono molto richiesto; la cosa ti stupisce?” mi cinge i fianchi e sono già confusa.
“Hanno chiesto di te a LEI” un filo di voce mi sfugge dalle guance arrossate.
Lui sospira. Mi stringe. Mi bacia sulla testa e mi sento una bambina.
Poi torna a guardarmi. Il dorso della sua mano misura le forme del mio viso. “Non mi va ora di parlare di lei”.
Mi bacia. Che bacio.
Finiamo contro il muro del magazzino. Senza lasciarlo provo a trovare tentoni la maniglia. Trovata: apro.
Lui mi ferma. “È una serata bellissima: non chiudiamoci in quel forno”.
Mi prende per mano e io lo seguo.
Le luci della festa tremolano lontane, e anche la musica si fa ricordo sbiadito.
La sabbia è dappertutto: con l’umidità ci rimane incollata. Non m’importa. Non è più mio questo corpo: ormai l’abitiamo entrambi.
Prende i polsi ed entra in me con più forza. Mi sfugge un gemito di dolore.
Lui trasale, poi rallenta, chiede “scusa”.
Lo fermo. Non capisco nemmeno io fino in fondo perché dico: “a lei fai male, vero? Prendimi come prendi lei”.
Pi mi accarezza piano, fermandosi ma restando. “Non voglio farlo”.
“Per favore – continuo quasi con le lacrime agli occhi – voglio conoscere ogni parte, ogni aspetto di te”.
Mi fissa ancora a lungo, indeciso.
Sono assolutamente determinata nella mia scelta. E lui si convince.
“Va bene, se la cosa ti fa felice. Ma in qualsiasi momento fermami se ti faccio troppo male”.
“Non lo farò” lo interrompo io entusiasta. Morbosamente curiosa.
Passiamo un lungo momento immobili ed in silenzio. Poi lui si sfila, solleva lo sguardo e mi chiede “girati”.
Non riesco a non sorridere.
Mi volto a pancia in giù e ritraggo le braccia sotto al seno.
Riconosco la sua mano calda muoversi a circoli sui miei glutei. “In effetti non abbiamo mai sfruttato questo bel culetto quanto si sarebbe meritato”. Lo sento eccitarsi di una fame diversa da quella che ho sempre sfamato. Ecco: ora non la riconosco più, la sua mano calda.
Mi colpisce con un forte schiaffo. Trasecolo. Resisto alla tentazione di voltarmi per paura di farlo smettere.
Lui mi sculaccia ancora. Io mi stringo in me.
Nemmeno mi muovo, non un fiato.
La terza sberla inizia a farmi davvero male. La bocca non sta più sigillata. Le labbra si separano. Serro le palpebre e ancor più i pugni. Eppure.
Eppure si fa eco lontana la sua voce.
Eppure il mio dolore è il suo dolore.
Eppure il mio corpo non è mio, non è nemmeno suo: è di Elle. E io sono solo una spettatrice.
“Fai più forte”. Sono io ma la mia voce non è la mia.
Rimane un momento attonito ma poi mi appaga.
La sua mano colpisce ancora. Forte. Più forte. Le pacche risuonano in quel silenzio. Ancora. Più forte. Ancora.
E io? Io godo.
Sento gemere e non sono io.
Ogni colpo finisce su di lei. La rabbia, l’odio, gli colano sulla fronte.
I segni s’intrecciano al buio, come guizzi luminosi. Il calore espande, il corpo si piega, si contorce. Ma io ne voglio di più. Farla soffrire ancora, gemere ancora.
“Prendimi da dietro, forte!” lo supplico.
“Credo che dovremmo rallentare un po’” risponde nella sospensione dei suoi colpi interrotti.
“No! – protesto io – no! Mi sta piacendo, non fermarti” prego.
“Questa non sei tu…”.
“È vero. È vero…è proprio questo il punto, questa non sono io. Smettila di vedere me. Dovresti vedere lei.
Dovresti immaginare il suo dolore, i suoi gemiti, i segni sul suo corpo.
Io lo sto facendo ed è…liberatorio. Ora che la immagino qui è forse la prima volta in cui non senta la sua presenza opprimente mentre io e te facciamo l’amore.
Quindi continua. Falle male, feriscila. Non togliermi questa soddisfazione”.
Lui ammutolisce.
Rimango immobile anche io, saggiando l’aria.
Lo sento prendere un profondo respiro e, neanche ha sollevato il braccio, che di nuovo ha sferrato una sculacciata con tutta la sua forza.
Le mie labbra si contraggono un momento e poi tornano distese in un sorriso.
“Vuoi che ti prenda da dietro? – passa pesantemente il palmo sui miei glutei, afferrandoli, stringendoli, poi si avvicina al mio buchetto – qui?”. Domanda velatamente sadico mentre il suo dito disegna un circolo attorno a dove lo vorrei sentire.
“Si…” riesco solo a dire. Sono inebriata.
Preme con forza il dito dentro di me. Mi contraggo istintivamente e sento quanto questo l’abbia eccitato.
Inizia a muoverlo dentro di me. Pensare quanto farebbe forte mi fa perdere la testa.
“Lo vuoi nel culo perché vuoi che ti faccia godere, vero?” questa volta il sadismo è più che velato.
“Si…” ripeto ancora.
Lui mi sculaccia con tutta la forza che posso sopportare.
“Ripetimelo”.
“Si…”.
Mi sculaccia ancora.
“‘Si’ cosa?” dice inasprendo la voce.
“Si, voglio che me lo metti dentro”.
“Mi stai davvero facendo arrabbiare – mi volto e lo vedo prendere uno dei miei sandali – sei una bambina? Hai dodici anni? Ti vergogni a dire ‘culo’?”.
Una scarica di colpi inferti con la suola mi sconvolge.
Rimango zitta. Da una parte è lo stupore, dall’altra voglio semplicemente lui continui.
“Dillo” continua a bassissima voce, devo tendere l’orecchio per riuscire a sentirlo tra quei gemiti increspati.
Un altro colpo.
“Dillo” prosegue ancora, spingendo il dito a fondo dentro di me.
Di nuovo sulla pelle, più forte di prima.
“Dillo”.
“Cosa te ne fai di due puttane?”. Non sono io, non è lui.
Silenzio.
Poi riprende. È ancora lì.
“Capisco che una ti serva per scopare ma…due? Almeno una delle due dovrebbe fare la signora”.
“Elle…” Pi di fretta se lo rimette nei pantaloni.
Il dolore sui glutei mi cade addosso come un macigno. Istintivamente porto la mano alla zona lesa. Il calore mi accarezza le dita. Non pensavo fosse così…intenso.
“Cosa? – lo incalza lei – ‘Elle’ cosa? Risparmio a tutti e tre il grottesco spettacolo delle bugie che sappiamo entrambi tu non vuoi nemmeno inventarti”.
Il mare è l’unico che continui a parlare.
In quello sciabordare le nostre bocche sigillate moltiplicano le parole non dette.
Non mi sono mossa dalla mia posizione; un po’ per l’imbarazzo e la sorpresa, un po’ per il dolore che mi morde i glutei.
La sento allontanarsi a passi stanchi sulla sabbia.
Poi all’ultimo si gira: “Continuate pure comunque. Godetevi il finale”.

 

Ti: l’affamata.

“E tornando a prima: dovresti fare più sesso” la fulmino compiaciuta.
“Non credo siano affari tuoi” risponde Bi senza scollarsi da quel mojito.
“No davvero, sono tua amica, lo dico per te. Un po’ di svago ti gioverebbe” provo a smussare il tono, ora che mi sono presa la mia rivincita.
“Mh mh” si limita a rispondermi guardandomi attraverso, il mare alle mie spalle.
Un lungo momento di silenzio, e poi: l’idea.
“Potremmo condividerlo”.
Sono tutta a un tratto tornata opaca.
“Condividerlo?! Ma chi?” fa lei sbigottita.
“Il cameriere! Ch! Ma in che mondo vivi?”; mi sta spazientendo questa ragazza.
“Ma in che mondo vivi tu! Io non faccio sesso a tre con te” chiude discorso e braccia. (E gambe, penso tra me con ironia).
“Non ti attacco nessuna malattia sai? Guarda e basta” scrollo le spalle e mando giù l’ultimo sorso di amaro.
Il suo silenzio esita. Questo è interessante. Torno concentrata.
“Guardalo: è un ragazzino; creta nelle nostre mani. Lascia fare a me, tempo fine della serata e avremo qualcosa da raccontare ad Elle domani”.
E tempo metà della serata e alcool a fiumi per la mia gola e ho quasi mantenuto la mia promessa.
Ch mi sorregge fino al bagno. Ma quanto è alto questo ragazzo?
“Dov’è Bi?! Bi! Deve esserci anche lei!”.
“Sono qua scema, cosa urli?” si avvicina e mi tiene per l’altro braccio.
“Ma tu non hai bevuto?” le domando provando a rimettermi in piedi come si deve.
“Reggo meglio di te, questo è fuori discussione” mi lascia ma rimane con i palmi a qualche centimetro dal mio corpo, come se avesse davanti una tremolante torre di jenga.
“Ce la faccio!! Ce la faccio…” e finisco proprio dove volevo stare: tra le braccia del cameriere. Sono una volpe.
“Si sente bene?” mi afferra impacciato.
“Ora benissimo” gli sorrido.
“Dovrei tornare a lavorare” prova a rimettermi in piedi.
Scuoto la testa sorridendo e mi abbandono ancora di più per non lasciarlo andare.
“Davvero, Elle s’infuria se scopre che non sto servendo” la cortesia lascia il posto alla preoccupazione.
“Elle! Quella sì che è un’ottima argomentazione! Cosa aveva detto prima? Mh?”.
Nessuno collabora o mi hanno lasciato la cortesia di una battuta ad effetto: “‘Devi fare felici queste due signore’ ha detto! E così farai tesoro…”.
“Siete due donne davvero affascinanti ma non credo sarebbe appropriato…” prova a giustificarsi e a lasciarmi tra le braccia di Bi perché mi sorregga.
“No piccolo, la mia non era una domanda. Portaci in un luogo appartato” e questa volta niente biascichii, niente incertezze o spazio a dubbi. Adesso entriamo nel mio territorio.
Persino Bi rimane stupita. E se non avessi bevuto azzarderei anche un: divertita.
Ch apre lo spogliatoio.
Bi entra dopo di lui e accende la luce.
Sto per entrare ma m’interrompe una figura che viene dall’ombra alla luce.
“Cosa fate?” mi domanda Elle.
“Ci divertiamo un po’ con il tuo cameriere-galoppino, si può?” rispondo con tono dolce e un po’ stupito.
“Basta che lo riportiate intero dietro al bancone quando avete finito” quasi nemmeno s’è fermata. Con lo stesso ritmo, prima un passo poi l’altro, finché non se la mangia la notte.
E la notte non è l’unica ad avere fame.

Epilogo: brindisi al mare
Parla Elle

Comincia ad albeggiare. Tra le mie dita un calice vuoto. Verso l’ultimo goccio dalla bottiglia e qualche timida bollicina si aggrappa di nuovo al mio bicchiere.
Lo mando giù senza sentirne quasi il sapore. Tutto ormai ha lo stesso sapore oggi. Domani.
Mi sfugge un sorriso e poi me ne sorprendo.
All’improvviso ho quasi voglia di brindare. Non è l’alcool.
Il cielo schiarisce ad ogni minuto. Il fresco umido impregnato dalla salsedine piano piano si riscalda nel pallore di rosa e arancioni.
Non fa più freddo.
Non fa ancora caldo.
L’alba è una promessa.
Ancora tutto può capitare.
E ora il brindisi non mi basta più per festeggiare.
Scosto il tessuto bianco e leggero che mi arriva fino ai piedi.
Il vento sembra aver accolto il mio invito e scivola sotto la gonna. Scendo con il bacino sulla sedia sdraio e sfilo le mie mutandine. La libertà è inebriante. Guarda quante cose posso fare da quassù.
Affondo in me e godo.
Affondo in me e mi basto.
Sussurro il mio piacere al mare e vengo.