Alessia

(di SMile)

A gambe leggermente divaricate, piegata sopra il covone di paglia, Alessia. aspettava.

Al suo fianco il Signor F., con in mano la cintura di cuoio piegata in due che scuoteva ritmicamente lungo la sua gamba; come per saggiarne la consistenza e la risposta, quando, tra qualche istante, gli avrebbe impresso movimento con più forza.

Io, assieme alle altre persone, eravamo gli spettatori, anzi direi i compartecipanti del rito che si stava per celebrare.

F., con sicurezza e grazia sferzò il primo colpo che produsse un suono attutito sopra la gonna di cotone seguito da un breve gemito , più per l’emozione che per vero dolore.

F., fece dondolare ancora una volta la cinghia e poi la diresse ancora con verso il suo obiettivo ancora coperto.

Ora la frequenza dei colpi era aumentata e da dietro vedevamo muovere leggermente la testa da una parte all’altra.

Sapevamo che questa ero solo la parte iniziale dello spettacolo, stava preparando il “terreno”, innalzando gradualmente la soglia del dolore.

F, da buon conoscitore di Cesare Beccaria e del suo libro più famoso, “Dei Delitti e delle Pene”, voleva innanzitutto che lei riconoscesse come giusta la sua punizione; per questo a fronte della sua esperienza e grande conoscenza dell’animo umano , sapeva commisurare e dosare gradualmente i suoi “insegnamenti” affinché rimanesse nella mente di chi li subisse un ricordo si ben marcato ma senza astio.

Dopo un prima serie, F.. si fermò, la fece girare verso di noi e gli chiese, non ordinò, se non era il caso di chiedere scusa di fronte a tutti.

Alessia, deglutì, trasse un bel respiro e poi con una voce del tutto naturale, disse “Chiedo scusa per il mio comportamento.

F. riprese: “ Allora io cosa devo fare”

– Mi deve punire –

“ e come ?”

-A cinghiate –

“Ti sembra che la punizione sia terminata ?, cosa ti avevo detto ?”

Con voce incrinata dall’emozione Alessia rispose: – no signore, devo essere presa a cinghiate, di fronte a tutti ..a…, sedere nudo-

 

Ad un cenno si slacciò la gonna che scese fino ai suoi piedi, F dispiegò la gonna sopra il covone in modo che evitasse di appoggiare il viso direttamente sul fieno ormai secco e ruvido; poi con molta calma infilo le mani tra i fianchi allargò l’elastico delle mutandine e gliele abbassò fino alle caviglie. Lei nemmeno tentò (o non volle) di coprirsi il pube con le mani.

Si dispose di nuovo prona sul covone, F disse: “ora prenderai altri 20 colpi, ad ognuno dovrai chiedere scusa”.

Noi, come devoti adepti stavamo ai lati del sacerdote ammirando colei che era il centro del nostro desiderio.

Le natiche erano rosacee, anche con qualche sfumatura leggermente più carica. Con un movimento plastico il braccio di F si mosse e, a seguire, la cinghia ripiegata della vecchia cintura che dopo una frazione di secondo si abbatté sulle sue prosperose vallate producendo un suono snello e più acuto ben diverso da quello di prima.

Lei trasalì ma con voce sicura disse – scusa –

 

A questo punto permettetemi una breve digressione:

Alessia, era una giovane donna poco meno che trentenne,molto intelligente e dotata, purtroppo spinta dai dei genitori frustrati a dare sempre il massimo a scuola.

Questo, che in effetti era una vera e propria forma di plagio, le aveva inculcato un senso quasi autodistruttivo di competizione che la aveva portata poi a laurearsi con il massimo dei voti alla facoltà di economia , di eccellere pure nel master successivo e iniziare subito una promettente carriera presso la sede milanese di una banca di affari internazionale.

Un mondo dove poteva far valere le sua capacità ma anche dove le sue fragilità interne la avevano costretta a sentirsi in dovere dare sempre di più sacrificando tutto: amicizie e affetti.

Pur di stupire, aveva cominciato ad usare la “magica polverina bianca”:

Stava ormai scivolando sempre di più verso il baratro.

Nonostante tutto il suo capo aveva per lei un certo affetto; avendo capito che ormai la situazione le stava sfuggendo di mano decise, una mattina di chiamarla per un breve colloquio privato.

“Buongiorno dottoressa può venire un secondo nel mio ufficio ?”

“Vorrei parlare con lei di Storia, o meglio di storia di tattica militare; lei sa che l’esercito Romano è stato uno dei più forti, se non il più forte, esercito mai esistito. I legionari era sì puniti in caso di negligenza ma ben pochi sanno che quando si combatteva a ranghi serrati gli uomini in seconda linea trattenevano quelli che affrontavano il nemico per evitare che, presi dalla foga della battaglia, si esponessero troppo. SI doveva combattere tutti uniti rimanendo in vita, nessun generale romano voleva degli eroi morti, bensì dei legionari disciplinati e vivi.”

Era disorientata, il direttore non era tipo da divagarsi su questioni del genere, cosa voleva ?

“Alessia, mi scusi, ma sopra la sua scrivania sono state trovate traccia piuttosto consistenti di cocaina, certo questo non dimostra al 100%  che sia lei la responsabile, ma diciamo che il cerchio si restringe non crede ?

Io sono come i generali romani e vorrei tenerla prima che lei si esponga oltre, anzi spero di essere arrivato in tempo. Non mi interessa che lei lavori tutti i giorni fino alle nove, perché se continua così tra un anno lei e da buttare, come un limone spremuto.”

Il direttore poi, dopo una breve pausa e con un tono più pacato gli parlò anche di foto che circolavano di lei in un locale alla moda dove inequivocabilmente ballava senza intimo e in atteggiamenti, eufemisticamente discinti.

 Infatti, un altro aspetto del consumo di sostanze era il crescere della sua “bulimia sessuale”; alterato il suo stato di coscienza perdeva i freni inibitori e rivelava un lato della sua personalità decisamente esibizionista.

Si eccitava, si eccitava immensamente nel sentirsi osservata, e bramata; desiderio che tentava poi invano si soddisfare ma alla fine sciupava con fugaci rapporti con sconosciuti nei bagni o in angoli appartati delle discoteche che frequentava.

Alla fine le rimaneva solo un grande vuoto. Anche per questo il giorno dopo si buttava a capofitto nel lavoro, per non pensare a che senso avesse la sua vita, per non pensare al suo fallimento affettivo.

Alessia ascoltava in silenzio, incapace di provare a dire qualcosa, di giustificarsi, era rimasta del tutto spiazzata. Stava solo aspettando quello che era ovvio, lampante, che gli chiedesse le dimissioni. invece gli parlò di un centro di recupero nelle campagne del Polesine gestito da un suo caro amico, dove avrebbe gradito la sua permanenza per qualche mese. Ci avrebbe pensato lui a preparare i documenti per qualche mese di aspettativa.

Senza rendersi conto fino in fondo di cosa stava accadendo, si trovò solo dopo pochi giorni davanti al cancello di una casa colonica nel mezzo della campagna vicino alle foci del Po.

Si aspettava una comunità di tipo confessionale, gestita da un sacerdote, invece , altra sorpresa, vide per la prima volta il Signor F. che la invitò ad un breve colloquio nel suo studio.

F. era stato una figura di rilievo nel mondo della finanza , poi a seguito di dolorose vicende familiari aveva deciso di mollare tutto e dedicarsi ad una attività di recupero di persone con un passato difficile.

Si trattava di una azienda agricola che si auto-sosteneva con la vendita dei loro prodotti, e anche Alessia si occupava dell’orto e di tutte le normali incombenze di una vita in comunità .

Erano proprio quello di cui aveva bisogno: tenersi occupata ma al contempo scaricarsi da tutto lo stress accumulato.

Il Signor F. non aveva comunque staccato i contatti con il mondo, anzi spesso da lui avvenivano cene e incontri con artisti ed intellettuali, sue vecchie e nuove conoscenze. Alle cene,Alessia aiutava la domestica facendo da cameriera.

Al secondo incontro, si avviò una accesa discussione riguardo il successo della trilogia delle “cinquanta sfumature”. Il Signor F. pur riconoscendo l’ ottimo intuito della scrittrice, stigmatizzava lo scarso spessore, la pochezza erotica del racconto.

Alessia in disparte silenziosa, ascoltava e, da qualche parte da una piccola fessura che pensava di non avere nel suo animo, penetrava un sottile zampillo di acqua, che abbeverava una piccola e segreta anche per lei, pianta. Quella della lussuria.

La notte passò tranquilla, ma si sa che porta pure consiglio, e il giorno dopo quello che all’inizio sembrava un sottile zampillo divenne una fontana che inebriava il suo ego.

Il Signor F. possedeva  una acuta sensibilità ed intuito, aveva captato il mutamento nell’anima della sua ospite, sottilmente le aveva instillato la consapevolezza che avrebbe dovuto subire in qualche modo una punizione per i motivi che la avevano fatta giungere in quel luogo.

 Il “casus belli” fu la perseverante negligenza nel togliere le erbacce che crescevano in un piccolo orto del quale F. teneva molto.

Fu così quasi naturale accettare per lei la punizione da infliggere davanti ad alcuni testimoni, tra gli amici che frequentavano F., e così in un pomeriggio di fine Giugno, in una parte a riparo della tenuta  ebbi l’onore di essere tra quei testimoni.

F., con maestria torse ancora il busto e la cinghia produsse un altro schiocco le cui vibrazioni giunsero immediatamente anche al mio basso-ventre.

Ad ogni colpo, si dimenava e i fili di paglia si intrufolavano tra le cosce stuzzicando i petali del suo fiore.

Alessia ora ansimava e chiedeva scusa con voce più sottile .

Di impulso mi spostai per spiare il suo volto, per cogliere e assaporare quegli attimi.

Alessia finalmente si era spogliata della corazza che era stata convinta ad accettare, quella di manager in carriera, quella di “donna che non deve chiedere mai”, scimmiottando il più trito del maschilismo.

I suoi occhi erano limpidi, come quelli di una donna che improvvisamente si era liberata di un peso che la opprimeva, non doveva più fingere ne stordirsi per essere quello che voleva: vivere la sua lussuria pienamente, senza sensi di colpa.

Terminata la punizione, il Signor F. , generosamente, invitò i presenti a soppesare ed accarezzare le natiche per poter poi esprimere un giudizio sull’opera compiuta.

F. gli ordinò di ripulire l’orto rimanendo com’era, completamente nuda dalla cintola in giù e si raccomandò che io rimanessi ad osservare che il lavoro fosse eseguito al meglio.

Così, per mia croce e delizia, rimasi ad osservare per un’altra mezz’ora il magnifico culo striato di Alessia, inginocchiata a strappare erbacce.

Come non ammirare il suo fiore sbocciato ?

Come non desiderare di possedere anche il suo occhio scuro ?

 

Mai come quella volta avrei voluto immedesimarmi nel protagonista maschile del film “Così fan tutte” di quel noto sporcaccione che è Tinto Brass.