(6°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

La Cagna

Aveva passato tutto il resto del pomeriggio a lavorare sodo, quasi come fosse una schiava, sapendo bene che ad attenderla c’era comunque un duro castigo, non appena avesse ultimato le proprie incombenze domestiche.
La signora Claudia era arrabbiatissima, e aveva reagito in modo stizzito, fino al punto di rivolgersi a lei non più chiamandola per nome, ma apostrofandola senza mezzi termini, davanti alle figlie, come una cagna.
In effetti, a dispetto della sua religiosità e della grande disciplina che Flora aveva dimostrato nel corso degli anni, era evidente come negli ultimi mesi qualcosa fosse cambiato; erano sicuramente le pulsioni inarrestabili della sua prorompente femminilità, e l’arrivo di André nella casa aveva fatto tutto il resto, tramutandola in una femmina ansiosa di concedersi, senza più freni né inibizioni.
La signora Claudia le aveva ordinato di lavare per terra e di ramazzare per intero il salone ed il corridoio; non sopportava nemmeno la semplice idea che quel luogo, abitato dalla sua famiglia, fosse stato profanato dalla cameriera marocchina insieme ad uno sconosciuto, fino ad un passo dal compiere un atto di sesso plateale ed osceno.
E poi la giovane Bianca aveva visto tutto quanto, soprattutto il pene di André, e ne era rimasta profondamente turbata ed impressionata.
La riempì di lavoro fino alla sera, controllandola a vista, ed incalzandola con ordini precisi e perentori. Flora obbediva mestamente ed eseguiva le disposizioni a testa bassa, trattenendo a stento le lacrime, senza mai fiatare.
Aveva immediatamente compreso di essere caduta miseramente in tentazione e di avere commesso un peccato gravissimo; sapeva anche di meritarsi una severa lezione, e provava profonda paura al pensiero di dover venire fermamente punita.
Già sapeva che da quel momento in avanti, non si sarebbe mai più fatta vedere da André; lo aveva giurato a se stessa, un solo istante dopo essere stata colta in flagrante con lui; ed istintivamente aveva anche provato un profondo senso di odio, verso colui che poco prima era stato sul punto di toglierle la verginità.
Mentre asciugava carponi il pavimento, gemendo sommessamente, poteva ancora sentire il calore del bastone durissimo di mio fratello tra le cosce, e veniva presa da improvvisi tremori, accresciuti dalla paura per l’imminente castigo.
Con l’approssimarsi della cena poi, l’ansia l’aveva completamente travolta, al punto da non riuscire più a biascicare nemmeno una parola; fu allora, che la signora Claudia riprese a parlarle in maniera apparentemente cortese, dicendole: “E brava Flora … hai pulito bene … la prossima volta però non sporcare e soprattutto non comportarti più come una cagna in calore ogni qual volta che vedi un uomo…”; Flora riprese a piangere e a gemere sommessamente.
Poi la esortò: “Adesso va’ pure a preparare la cena … forza ! sciò !” e la sospinse fino dentro alla cucina, irridendola un po’ cinicamente, sempre per via dei suoi tacchetti, che la cameriera non sembrava affatto avvezza ad indossare; e mentre la ragazza predisponeva a grande fatica i piatti e le altre stoviglie, la signora Claudia la incalzava ancora: “ricordati di servire la cena calda alle otto in punto, stasera saremo noi tre da sole, e poi di pulire nuovamente la sala e di lavare per bene sia i piatti che le posate …”.
Il signor Eric era fuori, e non avrebbe saputo nulla fino all’indomani, quando era previsto il suo rientro dalla Francia.
La cena fu leggermente frugale e scivolò via abbastanza in fretta, e così anche il risciacquo dei piatti e la pulizia delle posate; le due ragazze attendevano con sguardi compiacenti e risolini divertiti l’epilogo finale del travaglio di Flora, con la sua giusta ed esemplare punizione.
La signora Claudia non le fece attendere oltre, e ruppe così gli indugi ordinando proprio a Flora di salire in soffitta per portarle il battipanni, che di norma la ragazza adoperava per battere i tappeti.
Fu in quell’istante che la cameriera comprese che per lei si preparava un castigo particolarmente duro.
Obbedì e salì le scale in preda alla paura e con la certezza dell’imminente punizione; ne discese con il battipanni tra le mani facendo molto rumore con i suoi tacchetti.
Entrò in salone con la testa china ed infine lo consegnò alla sua padrona.
A questo punto la signora Claudia ordinò alle due figlie di sedersi sul divano e di non disturbare, tenendo il battipanni in mano saldamente, e piegandolo leggermente in ambedue le direzioni, per saggiarne la consistenza.
Flora era a meno di un metro da lei, e fissava sempre il pavimento tremando per la paura; non si era cambiata e si vedeva che aveva il grembiule ancora leggermente stropicciato.
Aveva le labbra schiuse e continuava a gemere; allorché la signora Claudia, vedendola così annichilita, volle porre fine alla sua umiliante attesa e le ordinò: “… e adesso fila dritta, e muta, con lo sguardo fisso davanti a quello specchio, voglio che ti guardi bene mentre le prendi ! … andiamo !” e la seguì compiendo due ampie falcate, e brandendo il battipanni.
Poi riprese subito: “brava Flora … lo vedi che quando vuoi sei brava e diligente … adesso continua a fare la brava … e senza distogliere lo sguardo dallo specchio … vediamo se riesci a tenere la gonna sollevata … forza ! brava così …”
Le assestò un piccolo colpetto sul didietro per ribadire il concetto, doveva alzarsi la gonna.
Mentre nel piccolo specchio ovale si vedeva il riflesso dei suoi occhi neri e impauriti, Flora raccolse il grembiule dalle ginocchia rovesciandolo e stringendoselo sul ventre, tenendo le cosce ferme e strette; al sollevarsi della gonna comparvero due glutei sodi e torniti, con una piccola mutandina di raso nero leggermente larga e sbracata, che la copriva un po’ miseramente dalla vergogna.
Interruppi per un istante il racconto di Sophie, e le domandai se fosse la prima volta che Flora veniva punita. La mia compagna mi rispose compiaciuta, dicendomi che sua madre l’aveva minacciata diverse volte in passato, ma che mai l’aveva castigata da quando la cameriera era con loro.
La signora Claudia si avvicinò e quando le fu di un lato, con la mano sinistra le afferrò la mutandina nel mezzo, stringendola e sollevandola, e liberandole così una buona parte dei glutei; Flora ebbe un fremito, ma non fece nemmeno in tempo a rigirarsi, poiché immediatamente, con il braccio destro la signora Claudia le fece schioccare il battipanni sul didietro, con un colpo secco e deciso.
Flora rimbalzò in avanti, e dovette ricomporsi e assumere nuovamente la posizione.
Le teneva la mutandina sollevata e infilata stretta per poterla battere meglio sui glutei scoperti, e subito con un ampio movimento del braccio le rovesciò nuovamente addosso il battipanni colpendola per una seconda volta nel mezzo, facendola sussultare sulle gambe.
La cameriera fissava lo specchio mentre le lacrime le rigavano le guance rovinandole il sottile trucco nero sotto agli occhi; ma si sforzava di non gridare e di non far vedere alle ragazze che piangeva. Il terzo colpo la colse di sorpresa, mentre era leggermente inarcata in avanti. Emise un mugolio penoso.
Le percosse erano sorde, ed attutite dalla carne soda e robusta delle ragazza, ma le fitte che le provocavano erano intense e lancinanti; Flora era assai compunta e disciplinata anche mentre veniva castigata.
Erano bastati una decina di colpi ben assestati, e la pelle spessa dei glutei di Flora aveva cambiato colore, acquisendo un alone nerastro alla base, dove il battipanni la scuoteva con grande precisione.
La signora Claudia continuava a tenerle la mutandina tirata su e stretta nel mezzo, e a batterla senza sosta, con percosse precise e silenziose che rimbalzavano sul didietro della ragazza come se fosse un pallone di gomma; ma il colore dei suoi poveri glutei, sempre più scuro e intenso, lasciava intendere quale fosse l’umiliazione e la pena che doveva sopportare.
Dopo una ventina di colpi, la signora Claudia mollò la presa delle mutandine, e queste tornarono a coprirle solo in parte le nudità; la cameriera emise allora un lungo sospiro.
A questo punto la padrona si avvicinò nuovamente a lei e le tastò per bene il sedere, per capire se la pelle dei glutei fosse già un po’ troppo calda ed arroventata; difatti era già tutta nera e butterata sul didietro.
Allora decise che poteva bastarle così, ma volle umiliarla ancora un poco, e chiese a Sophie di andare a prenderle una spilla da balia; quando poi la figlia, obbediente e baldanzosa, le consegnò quanto richiesto, la signora Claudia si avvicinò alla povera Flora, e quando le fu alle spalle, adoperò la spilla per congiungerle la gonna con il colletto del grembiule, rovesciandogliela sulla testa e facendo sì che questa le rimanesse sollevata; le restava scoperto in bella vista il didietro, che era tutto gonfio e rovinato dalle botte.
A quel punto, Flora scoppiò in lacrime, e mise finalmente le mani sul viso, mollando così il grembiule che fino a quel momento aveva diligentemente tenuto arrotolato attorno ai fianchi; si allontanò dallo specchio con i suoi tacchetti, ma fu costretta a tornarvi per ordine della signora Claudia, che la minacciò di riprendere a batterla se non fosse rimasta lì, immobile, per altri dieci minuti. Le ordinò anche di tenere il battipanni stretto tra le cosce, e di non lasciarlo mai cadere.
Flora assunse pertanto una posizione un po’ goffa, inarcata in avanti verso lo specchio, con il battipanni stretto in mezzo alle gambe e le caviglie leggermente divaricate.
Le ragazze rimasero sul divano a guardarla, irridendola senza pudore, mentre Flora gemeva miseramente, con la gonna sollevata, la mutandina leggermente scomposta, e il sedere completamente deturpato.
Quando la signora Claudia ordinò loro di salire in camera, la cameriera era sempre immobile davanti allo specchio con la gonna sollevata; fu lasciata lì per altro tempo ancora, punita ed umiliata.
La voce di Sophie era stata ferma e tracotante nel raccontare tutta la vicenda; sapevo bene della sua assurda rivalità in amore con Flora, ma in fondo e per quanto ciò potesse apparirmi singolare, era stata proprio lei a combinare quel malandrino e sciagurato incontro con André.
A meno che non fosse stato tutto quanto, un sordido disegno ordito sapientemente dalla stessa Sophie, proprio per farli scoprire dalla madre!
Fui colta dal terribile sospetto, che la mia amica avesse architettato tutto quanto apposta, all’insaputa di Flora, proprio per fargliela pagare: era davvero un atto spregevole, pensai tra me e me.
Ricordai anche la faccenda dei colori da disegno, che Sophie aveva acquistato nonostante non servissero a nulla per la scuola, e della scusa che aveva raccontato alla madre per giustificare il fatto che noi due fossimo uscite di casa.
Vidi improvvisamente Sophie sotto un’altra luce, come una bambina stupida, arrogante e viziata, che aveva voluto vendicarsi di Flora facendola punire dalla madre, e provai così un profondissimo disagio verso di lei.
Allora non volli più proseguire con lei quella triste conversazione.