L’intervista

(di V.)

 

Il contatto era avvenuto tramite internet come quasi sempre ora avviene, su una chat. Giulia mi era subito apparsa una ragazza allegra e simpatica e la sua storia molto singolare se non unica. Ventidue anni, studi universitari e una robusta dose di sculacciate ricercata e ricevuta poche settimane prima dalla madre. Però sulle chat girano personaggi di assai dubbia credibilità, spesso fake, altrettanto spesso uomini che si spacciano per donne per tacere di altro. Alla richiesta di aprire la cam aveva risposto di no ma questo poteva non voler dire nulla, nessuno è obbligato a farlo tanto più al primo contatto ma Giulia aveva aggiunto che forse lo avrebbe anche fatto ma non era sola in casa e di questi argomenti, ovviamente, non poteva parlare con la certezza di essere sentita. Però alla richiesta di un contatto skype per un futuro appuntamento si era dichiarata disposta a patto che fossi io a dare il mio. Lei mi avrebbe cercato e proposto una data per una chiacchierata tranquilla. Siamo della stessa città ma di fare un incontro non se la sentiva proprio cosicché le diedi il mio contatto senza molte speranze di essere ricontattato. Invece avvenne tramite la richiesta di contatto e un messaggio sulla chat. Fissare un appuntamento non fu comunque facile ma al terzo tentativo ci si accordò per un pomeriggio in cui , con il padre al lavoro, la madre e la sorella minore sarebbero state assenti per ore. Non so se fossi più emozionato io dopo anni di esperienza o lei che non ne aveva praticamente nessuna, però lei stessa aveva detto che aprirsi con uno sconosciuto a volte poteva essere più facile, anche se non certo della stessa generazione. Mi apparve una ragazza bionda apparentemente naturale, dal viso simpatico, la pelle molto chiara, gli occhi azzurri molto grandi e belli, un naso un po’ a patata ma simpatico, i capelli lisci raccolti in una coda di cavallo. Forse la sorpresi un po’ chiedendole di mostrarsi a figura intera, ma si alzò e mi accontentò. Era di altezza media, molto magra e vestiva semplicemente, una ragazza nella tranquillità della sua camera senza nessuno intorno, solo un filo di trucco, tipo un po’ acqua e sapone come si diceva una volta. Cercava di apparire a suo agio ma i movimenti delle dita tradivano un certo nervosismo, del tutto naturale. Chiesi a Giulia di raccontarmi la sua storia ma lei mi disse che preferiva cominciare rispondendo a delle domande e a me stava bene così, dopo qualche convenevole le chiesi di rispondere solo a quello che si sentiva e di dirmi subito se si fosse sentita a disagio. Questa è la trascrizione di quella conversazione.

V:  Allora Giulia, comincia con il presentarti

G: Mi chiamo appunto Giulia ed è il mio nome vero. Ho 22 anni compiuti, non voglio dire dove vivo anche se tu lo sai, né che cosa sto studiando ma sono una universitaria. Vivo in famiglia con mio padre, che ha 53 anni, mia madre che ne ha 48 e una sorella che ne ha 18 e studia al liceo.

V: Sei contenta della tua famiglia?

G: Assolutamente sì, ci possono essere incomprensioni ma c’è sempre stato tanto affetto.

V: Anche severità mi pare di capire…

G: Certo, ma sempre a ragion veduta

V: Come ti è venuto in mente di farti sculacciare a una età come la tua?

G: Non è una cosa facile da spiegare. Intanto ci tengo a precisare che non sono masochista e la cosa in sé non ha niente di sessuale, almeno per quanto mi riguarda. Però mi sono ritrovata molto delusa di me stessa e senza più quel controllo che evidentemente mi serviva. E’ stato un processo lento, durato mesi

V: Era molto tempo che non venivi sculacciata?

G: Circa 3 anni.

V: In che cosa ti sentivi delusa da te stessa?

G: in primo luogo dai miei studi universitari. Avevo scelto io di  fare l’università, avevo scelto io la facoltà, eppure ero rimasta indietro, mi ero ritirata da alcuni esami, in altri avevo accettato voti diciamo non da me, o non da quello che sapevo di potere essere.

V: Carenza di studio?

G: Assolutamente sì, e la cosa andava sempre peggio.

V: E i tuoi genitori non dicevano nulla?

G: Certo che dicevano, ma ormai mi consideravano troppo per grande per quella punizione sebbene non l’abbiano in realtà mai detto.  Ma era evidente. Solo qualche velata minaccia, di quelle che si capisce che sono solo tali, mezze frasi insomma.

V: Il problema era solo lo studio?

G: No. Però era quello che dava fastidio a me, poi c’erano i ritardi la sera, il fumo anche se sempre fuori casa e scroccando le sigarette, altre cose in generale.

V: Da quanto tempo stavi pensando che quello che ti serviva era proprio quello?

G: Me ne sono resa conto poco a poco ma diciamo che ho cominciato a pensarci che sarà stato a ottobre. Mi sembrava un po’ anche che non facendolo  più mia madre, e per estensione mio padre, non avessero più la stessa cura di me.

V: Tuo padre lo ha mai fatto?

G: No, mai, ma era d’accordo quando mia mamma lo ha fatto. Sempre.

V: Ha mai assistito?

G: No, ma se la porta era aperta sai…

V: C’è stato un momento in cui hai preso la decisione definitiva di cercare apposta di essere sculacciata?

G: Sì, a gennaio, quando ho visto mia sorella prenderle per una cosa grave che aveva fatto e che non mi va di dire.

V: Ti ha fatto impressione?

G: Non direi, ci sono abituata, ma lì ho capito che davvero mi serviva ancora quella cosa lì.

V: Quando sei poi stata sculacciata?

G: Mercoledì 15 aprile

V: Però, ce ne hai messo del tempo

G: Certo, ho avuto mille e mille ripensamenti e poi bisognava decidere come fare, calcolare come avrebbe reagito la mamma

V:Avevi comunque paura?

G: Si, ed era strano perché da un lato avevo appunto paura e dall’altra volevo che avvenisse. Mi sono detta mille volte che ero  una pazza, ma in realtà a gennaio avevo deciso.

V: Di cosa avevi paura?

G: Di varie cose, per esempio che venisse usata la cinghia, o qualche arnese. Io volevo essere sculacciata con la mano, ma non è che potessi contrattare.

V: E’ mai stata usata la cinghia?

G: No, mai. Ma sai, a 22 anni e dopo 3 senza nulla…poi chi mi garantiva che non l’avrebbe usata mio padre?

V: Ti sei mai confidata con nessuno in quel periodo?

G: Si, con mia sorella. A lei ho detto che le avrei meritate, le ho spiegato come mi sentissi male. Lei sì ha detto che sono un po’ matta, però mi ha capita lo stesso anche se al mio posto non l’avrebbe mai fatto.

V: Ma cosa cercavi da questa punizione?

G: Un po’ tutto, ma soprattutto volevo pagare le mie colpe e sentire che ai miei importava ancora di me. Volevo soffrire il dolore, volevo la mortificazione. Facile essere presa per pazza vero?

V: Quale è stato il motivo per cui il 15 aprile sei stata sculacciata?

G: Il ritiro da un esame.

V: E non hai pensato che danneggiavi ulteriormente te stessa?

G: Si, mi sono fatta molti sensi di colpa. Ma quell’esame non l’avrei passato comunque

V: Non avevi studiato apposta?

G: Diciamo che non ho fatto nulla per invertire la tendenza del mio non-studio…

V: Ciononostante non sarà stato facile riuscirci

G: Infatti non era il primo tentativo, avevo provato a fare un po’ di ritardi in sere consecutive ma c’erano stati solo rimproveri, anche aspri ma rimproveri. Allora ho chiesto aiuto a mia sorella ed è lì che ho deciso per provare con quell’esame.

V: Cioè?

G: L’ho convinta a dire a mia madre, in mia assenza, che non era giusto che lei prendesse le sculacciate magari per un voto basso e io no per un esame fallito solo perché lei fa il liceo e io l’università…

V: L’hai convinta subito?

G: No, però ci sono riuscita, è stata bravissima.

V: E tua mamma si è convinta subito?

G: Mia sorella dice che le ha detto più o meno di farsi i fatti suoi però evidentemente il ragionamento l’aveva convinta. Sono strasicura che ne ha parlato con mio padre. E qualche giorno prima ha detto a mia sorella che se non avessi passato quell’esame mi avrebbe fatto il sederino rosso, tipica sua espressione.

V: Ah, quindi tu sapevi che sarebbe successo?

G: Si, da qualche giorno, mia sorella me l’ha subito detto.

V: Ti eccitava molto la cosa?

G: Come ti ho già detto non è una cosa sessuale quindi mi sembra sbagliato parlare di eccitazione se intendi in quel senso. Parlerei più di agitazione invece. In due sensi, per quello che avrei subito e per il fatto che poteva sempre cambiare idea.

V: Hai pensato di mandare all’aria tutto a quel punto o no?

G: No, per due motivi. Il primo è che ormai la decisione era presa, il secondo che la mia preparazione all’esame era assolutamente insufficiente per superarlo anche col voto minimo. Era ormai troppo tardi per tornare indietro!

V: Hai dormito la notte prima?

G: Sei tremendo! Ho dormito poco e fantasticato molto.

V: Pensavi a come sarebbe stato?

G: Sì, ma non solo. Pensavo a come mi sarei vestita, a come avrei comunicato il mio fallimento alla mamma.

V: Volevi vestirti in un modo particolare?

G: Sì, io sono una che usa poche volte la gonna, ma non mi sono mai presentata a un esame in jeans, i miei poi ci tengono alla forma. Se mi fossi messa in jeans, magari sdruciti come piacciono a me, la mamma avrebbe forse potuto intuire che c’era qualcosa di anomalo.

  1. E alla fine come ti sei vestita?

G: Ho scelto una gonna beige appena sopra il ginocchio, delle collant scure e delle mutandine rosa, una camicetta bianca e un golf in tinta con la gonna, scarpe basse.

V: A che ora è stato l’esame?

G: Nel primo pomeriggio, ho assistito a qualche esame la mattina, poi ho mangiato qualcosa assieme a un’amica, lei ha visto che ero nervosa e  credeva fosse per l’esame…

V: Hai fatto apposta scena muta?

G: Non del tutto, alla prima domanda ho risposto. Avevo dentro di me scelto di rispondere se sapevo, tanto ero certa di non essere preparata. Infatti alla seconda domanda mi sono bloccata. Il professore ha cercato di aiutarmi ma io non ho più parlato se non per dirmi che mi ritiravo e che sarei tornata un’altra volta.

V: Sei tornata subito a casa?

G: Non dico di corsa, ma subito comunque

V: E a casa?

G: Ho fatto la faccia scura e mamma ha subito capito. C’era anche mia sorella, papà come previsto no. La mamma ha cominciato a rimproverarmi e già la faccia e il tono non promettevano nulla di buono, allora ho pensato bene di darle sulla voce. Quando mi è arrivato uno schiaffetto sulla bocca a una mia risposta ho capito che c’eravamo.

V: Cosa hai pensato in quel momento?

G: Guarda, lì ho avuto fifa. Avevo superato il punto di non ritorno.

V: Continua…

G: Eravamo a discutere in cucina, mamma mi ha presa per un braccio tirandomi verso la mia camera e dicendo “Adesso facciamo i conti io e te! “  Io ho pensato bene di fare un po’ di resistenza per dare credibilità alla cosa e mi sono arrivati i primi sculaccioni sulla gonna. Allora mi sono lasciata portare.

V: Tua sorella dov’era?

G: In quel preciso momento non lo ricordo ma poi era sulla porta di camera mia.

V: L’ha chiamata la mamma?

G: No, è venuta lei, ma credo che l’avrebbe comunque chiamata.

V: In camera cosa è successo?

G: Mamma mi sgridava ma non ha perso tempo, del resto fa sempre così, la sgridata la fa sempre prima, i guai veri cominciano quando ha finito di sgridare. Il mio letto è addossato a una parete e lei mi ci ha fatta sdraiare sopra a pancia in giù

V: Di traverso?

G: No, per il lungo.

V: Era così che volevi?

G: No, sinceramente avrei preferito mi prendesse sulle sue ginocchia, ma ogni tanto faceva così perché i nostri letti sono una eredità dei bisnonni e sono alti, lei ci si trova comoda per sculacciare. Poi mica potevo chiederle di essere presa sulle ginocchia.

V: Hai fatto molte storie?

G: Si un po’…

V: Hai messo in primo piano la questione dell’età?

G: ;L’avevo già fatto prima naturalmente quando mi stava portando in camera.

V: E allora che storie hai fatto?

G: Ho cercato di evitare mi mettesse a sedere nudo. Trattenevo su collant e mutande. Naturalmente in realtà non volevo resistere…

V: Continua…

G: La gonna è salita subito, rovesciata sulla schiena e lei si è messa d’impegno per abbassare collant e mutande. Le ho dato, come ti dicevo, un po’ da fare poi ho mollato e lei ci è riuscita naturalmente…

V: Alle ginocchia?

G: No, alle caviglie, un groviglio unico.

V: Come ti sei sentita?

G: Una vergogna enorme ma era ciò che volevo, ricordo centimetro per centimetro la discesa.

V: Ha cominciato subito a sculacciarti?

G: Si, ricordo il bruciore della prima sculacciata, e il rimbombo, come un esplosione. Chi ha preso le sculacciate lo sa, non tutte “suonano” allo stesso modo, né tutte sono dolorose allo stesso modo. Mia madre mi ha colpita invece subito bene. Ti posso garantire che alle sculacciate non ci si abitua ma ci si può disabituare. Nel senso che non le ricordavo così pazzesche, anche ammettendo che la mamma ci desse dentro davvero forte. Lei sculaccia destra-sinistra e non veloce, tipo una sculacciata ogni 3-4 secondi e alza molto la mano. Mi aveva piantato una mano nel centro della schiena e con l’altra mi sculacciava.

V: Era seduta di fianco a te o in piedi?

G: In piedi, col suo peso su di me.

V: Hai pianto subito?

G: Molto prima di quanto fossi abituata una volta. A 10 sculaccioni ero già in lacrime, il bruciore mi tormentava, mi esplodeva dentro. Mi sono subito pentita di aver provocato quella situazione. In quel momento non ero una ragazza che aveva cercato di farsi sculacciare e ci era riuscita ma una ragazza che veniva duramente punita e soffriva terribilmente.

V: E allora non hai cercato di fare qualcosa?

G: Si, ho cercato di tirarmi su, di coprirmi il sedere ma tu sai come funzionano queste cose. Le mamme che sculacciano sanno come fare in casi del genere e poi io subisco l’autorità materna, in nessun caso l’avrei colpita per liberarmi, così le ho prese fino in fondo.

V: Quante sculacciate avrai preso?

G: E chi lo sa? A parte che non le ho mai contate…Forse 90, forse 100, forse di più, boh

V: Sono numeri alti se ben date, come ti sentivi?

G: Mi sentivo impazzire dal bruciore. Vuoi sapere se ho scalciato, implorato, supplicato? Si, tutte queste cose ed ero sincera. Ho versato litri di lacrime sul cuscino.

V: E dopo?

G: Se ne è andata senza dire una parola, non ha più parlato della cosa. Ma lei è fatta così.

V: E tu?

G: Ho pianto per mezz’ora almeno, non solo per il dolore. Mi sono sentita una cretina, mi vergognavo di me stessa, sia per quello che ero diventata sia perché me le ero cercate. Mi sono rivestita quasi subito dopo avere visto che il sedere era rosso vino.

V: Tua sorella?

G: Nessun commento, ma so che pensa che io sia stata una pazza, lei se c’è una cosa che detesta è prenderle sul sedere…

V: Papà ti ha poi sgridata?

G: No, si è limitato a guardarmi severamente. Ma sicuramente sapeva tutto

V: Pensi che i vicini abbiano sentito?

G: Se erano in casa è sicuro che hanno  sentito, sono stata parecchio rumorosa:

V: A distanza di tempo, a mente fredda, che giudizio dai della cosa?

G: Ho  fatto bene a farlo, ho sofferto ma ne avevo bisogno, e ho nuovamente sentito che ai miei genitori importa molto di me, che mi vogliono bene.

V: Pensi di rifarlo?

G: Davvero non lo so, forse no, forse si, chissà. Forse ci penserà direttamente la mamma se riterrà ci sia bisogno.

V: Vuoi aggiungere qualcosa per finire?

G: Si, all’appello successivo ho passato l’esame con 27…