la-brace-il-sole


Pi: il fidanzato devoto.

Il sudore ci unisce. Torrido. Guarda come gode, la mia bambina.
Il freddo mi trapassa le mani: spingo ancora il mio membro dentro di lei che si lascia avvolgere, muovendo i capelli, come ballando. La penetro un’ultima volta, profondamente, inondandola con il mio piacere mentre lei mi stringe a ondate dentro di se.
Mi sfilo esausto; lei ancora mi guarda infuocata da sopra il grosso frigorifero dal coperchio in vetro.
Con un rapido movimento scende da quella fresca culla, rabbrividendo, e guardandomi si piega, mostrando il suo sesso umido e ancora voglioso.
“Fai forte” dice lei.
Le sorrido ansimante. Mi ha svuotato.
Cerco la fame per prenderla ancora.
Non ne trovo.
Mi avvicino infilandole due dita, con forza. Le muovo e lei langue. Ci annego nel suo desiderio infinito.
“Fammi sentire” implora.
Le nocche baciano con forza le sue labbra.
Ancora. Ancora.
“Sì, più forte!” mi chiede ancora, cercando l’equilibrio sulle punte, per potermi avere di più.
“Così baby?” le domando senza fermarmi.
“Colpiscimi”.
Nemmeno ci penso. Con l’altra mano la colpisco con forza sul sedere.
“Oh sì tesoro, dai, dai” miagola.
Un altro scapaccione mi riporta lentamente calore e sangue per le mani.
I suoi gemiti mi arrivano fino alle punte dei capelli, contornati del sudore caldo come una risaia. La colpisco ancora, la sculaccio ancora; lei rimane docile a godere delle mia potenza.
“Sculacciami più forte, fammi sentire, voglio che mi lasci i segni”.
Sfilo le dita da lei e prendo a colpirla con la destra, con ogni fibra del mio corpo. Ad ogni sculacciata balza in avanti, rabbrividendo con i seni duri a contatto del frigorifero.
“Leccami le dita” mi chiede senza voltarsi, contorcendo il braccio all’indietro. Mi chino e succhio il sapore del suo smalto. Mentre io riprendo a colpirla, inizia a toccarsi con smania, dita e gusto dei miei baci.
“Ah sì, così, fai forte. Dio…” sussurra inarcando la schiena e contraendosi in spasmi sempre più ravvicinati, intensi, pulsanti. Viene sotto medio, anulare e indice che ora la stringono fermamente. Mi fermo anch’io. Nell’afosa penombra dello stanzino la luce che sibila tra le assi in legno del bar le illumina il fondoschiena, sferzato sull’abbronzatura dorata dal mio dolce dolore. Rapidi e secchi gesti rossi che pian piano profondono fino ad abbracciarle i fianchi in una stretta totale e disperata.
Si alza gettando i capelli indietro e con gli occhi al soffitto.
“Faccio tardi, devo proprio rimettermi al lavoro ora”. Mi bacia svelta saltellando nei jeans per battere l’attrito del sudore.
“Va bene tesoro, ci vediamo stasera”. Sorrido guardandola uscire da quella piccola fornace, ravvivata dal mio cazzo.

 

Elle: il capo

Chiusa la porta dello stanzino mi prendo ancora un momento. La pancia è umida della fresca condensa del frigorifero, il culo caldo delle mani del mio fidanzato.
Nessuno mi vede; la spiaggia si sta svuotando, e gli ultimi bagnanti affannano come formichine cariche di ombrelloni e teli mare. Poggio i palmi sui miei glutei e stringo, stringo quanto i jeans me lo permettono. Le unghie protestano quasi facendo una capriola all’indietro mentre quel bruciante dolore mi prende sedere e stomaco e gola. Stringo da farmi mancare il fiato. Per sentire qualcosa. Dolore. Ma è qualcosa.
Inalo a fondo: aria, sudore e sale e fagocito la mia apatia. Dovrebbe bastare. Posso sopravvivere ancora per un po’ ora. Le 18:09. Siamo già in ritardo.
A lunghi passi misuro l’incompetenza di Ch. La sabbia a dita bagnate ricopre le sedute in legno pennellato di bianco, e i tavoli lo stesso. Ad eccezione dei salatini ancora nulla decora l’ampio bancone. Lui se ne sta ingobbito a tagliare frutta fresca che con la sua lentezza forse fresca non lo è già più.
“Tra mezz’ora inizia l’apericena: com’è che è pronto solo quello che non dovevi fare tu?”.
Lo scuote un brivido a quaranta gradi.
“Avevo un esame oggi, mi dispiace molto, ho tardato solo un po’ ma tra massimo mezz’ora…”.
“Tra mezz’ora la gente vorrà essere servita, non avrà tempo di vedere la tua schiena curva che tagliuzza anguria. Hai capito? Sei un incompetente: mi ci metto io a tagliare la frutta e in due minuti sarà fatto. Voglio che vai a pulire i tavoli e le sedie e che accendi le torce. Fallo prima di subito”.
A testa basta e con sulle spalle un carico di odio e paura afferra il canovaccio appeso al bordo del lavello.
“Fallo con le mani” aggiungo senza voltarmi dal tagliere.
“Ci impiegherò il doppio del tempo” protesta vivacemente.
“Il doppio di un minuto sono due minuti, penso tu ce la possa fare” lo gelo. La mia freddezza non gli da sollievo nemmeno in questo torrido inizio di serata.
“Mi riempirò le mani di schegge” prova di nuovo abbassando il tono.
“Non ha l’aria di essere un mio problema”.
Non sentendolo allontanare mi giro.
“Un minuto in più per non aver usato lo straccio ed uno per lamentarti inutilmente, fanno già tre minuti. Se tra dieci minuti non è tutto fatto, quest’ora non te la pago”.
Si allontana svelto, come una ragazzina in lacrime che fugga da un primo bacio negato.

 

Ch: il rancoroso

Sbuffo con tutto il fiato per spazzar via gli ultimi granelli.
Le mani mi pulsano da quanto vorrei usarle. Cosa darei per prendere sabbia a manciate e spargerla su questi fottuti tavoli e altrettanta la cospargerei nei suoi occhi e nella sua bocca. Me la immagino china e legata ai miei piedi con il palato impastato dalla sabbia che tossisce, con gli occhi che le si riempiono di lacrime, con la gola che si contrae e soffoca lasciando morire una richiesta d’aiuto che non riuscirebbe mai a pronunciare.
Intingo il grosso stoppino delle torce nell’olio e accendo le ultime tre mentre il sole si prepara a tuffarsi in mare.
Una.
Due.
Tre.
Le fiammelle tremolano nel vento che finalmente si è alzato allontanando un po’ dell’afa di oggi, mentre il cielo si fa rosato come il vino nei bicchieri dei primi clienti, in anticipo.
Faccio il giro lungo, dietro lo stanzino, e m’infilo nello spogliatoio dei dipendenti evitando che quella troia di Elle mi veda.
Mi libero dei miei abiti macchiati dalla stanchezza della lunga giornata, dall’ansia e dalla bocciatura e mi avvicino in mutande al mio armadietto. Sullo specchio contornato dalla ruggine dell’anta aperta guardo il mio corpo magro e piegato. Non piegato nelle spalle o nella colonna vertebrale: piegato nell’animo. In questo riflesso ho dieci chili in meno e altrettanti centimetri in difetto in altezza. La divisa nera calza a fatica sul mio corpo intriso di calura e salsedine. Mi controllo un’ultima volta. Lo sguardo spento sorveglia divisa e grembiule alla ricerca d’imperfezioni. Non ne trovo. Chiudo.
L’armadietto accanto è serrato male, quello di Elle: una trentina di centimetri della lunga canottiera che indossava prima di venire a cambiarsi per servire pendono facendo la linguaccia tra il metallo.
Dov’ero rimasto?
A lei inginocchiata e con la bocca e gli occhi graffiati dalla sabbia. Quell’immagine nutrita dal mio odio me lo fa quasi venire duro. Avrebbe bisogno di una punizione vera quella puttana. Quella stronza. Quella cagna.
Riesco ad immaginarla ai piedi di quella panchetta. Da in ginocchio la spingerei in avanti, facendola cadere sugli avambracci legati. Anche le caviglie dovrebbero essere legate.
Mi siederei sulla panchetta, anzi, lo faccio. Ecco, ora posso davvero vederla la sua schiena nuda piegata sotto di me.
Potrei prometterle dell’acqua per sciacquarsi la bocca per smettere di masticare i granelli incollati alla sua saliva. Non manterrei. La immagino provare a sputare corolle di bollicine bianche macchiettate di nero come un cielo denso in negativo.
Potrei avere tempo, calma, sceglierei io. Io.
Mi accenderei una sigaretta e distenderei le gambe sulla sua schiena accucciata. Rimarrei in quella posizione, aspirando e assaporando ogni boccata. Lascerei volar via il fumo dalla mia bocca ad “o”, a lente, lentissime nuvole.
Quanto ci metterei? Gli ultimi tiri li lascerei fare all’aria calda e umida: appoggerei la sigaretta sul bordo della panca, accanto a me, e senza alcuna impazienza guarderei la brace divorarla lentamente, fino al filtro. Quando mancasse poco meno di un tiro riprenderei con cura tra le dita il mozzicone, tentando di non far cadere la cenere che ancora rimane aggrappata con silenziosa determinazione.
Mi alzerei e mi chinerei alle sue spalle. Deve essere tutta bella curata e depilata. Così piegata le vedrei tutto. Sceglierei un punto in particolare. Ancora su un gluteo ma non distante da ano e figa. Tenendo il piccolo tizzone dritto tra pollice e indice lo premerei nella sua pelle, non forte da farlo piegare ma abbastanza fermamente da entrare nella carne.
Oddio chissà quanto urlerebbe. E piangerebbe. E singhiozzerebbe. E tremerebbe tentando di sottrarsi a quella sofferenza bruciante. Ma farei il possibile per non spostare il mozzicone in un altro punto: il mio obiettivo sarebbe un cerchio rotondo e perfetto di carne viva.
Non mi fermerei qui. Mi accenderei un’altra sigaretta. Poi un’altra. Almeno tre in tutto.
Ce l’ho durissimo ormai. Immaginarla così addomesticata che finalmente impara un po’ di buone maniere mi fa godere come non avrei mi pensato. Le farei rimpiangere ogni insulto, ogni rimprovero, ogni umiliazione. La farei supplicare, implorare, dovrebbe volere il mio perdono più ardentemente di ogni altra cosa.
Da che avessi spento l’ultimo mozzicone comincerei a colpirla. Mi accontenterei anche solo della mano nuda, facendo però attenzione a prendere proprio i segni impressi dalle bruciature.
Proverei a cogliere le sfumature nelle sue lamentele mutare a seconda che la colpisca su quel marchio con la pacca frustata della punta delle dita, con la sberla più piena del mezzo delle falangi, con la parte alta e dura del palmo, o con quella concava e schioccante della vallata del centro della mano. E quando fossi sicuro di aver riconosciuto la tecnica più dolorosa l’adopererei per ore. Continuerei all’infinito se le braccia prima o poi non mi si stancassero, o se il formicolio sulle mani non me le rendesse completamente insensibili.
Non riesco più a tenermelo in questi pantaloni di eleganza poliestere. Li slaccio e comincio a farmi una sega. E godo da impazzire mentre ascolto quelle suppliche e quei gemiti scossi, sconvolti, disperati. Mentre immagino quelle ferite vivide scomparire in un mare di rossore di pelle battuta e mimetizzarsi in tutto quel dolore.
La disseterei poi, oh si, ma non con l’acqua. A bocca spalancata ancora impastata dalla sabbia verrei sulle sue labbra.
Mi alzo e con questo pensiero avvolgo tra la mano e il mio cazzo il lembo della canottiera che sporge dall’armadietto. Mi sembra di riconoscere la sua pelle a contatto di quel tessuto. Ecco il suo profumo, e il suo calore; ecco la supplica dolce e la rabbia piegata. Ecco l’orgasmo.
Poi sarei gentile con lei. Ormai esausta non avrebbe la forza di ribellarsi a me. La ripulirei dalla sabbia e le sciacquerei con cura la bocca e la lingua. Le scioglierei i nodi e la farei distendere a pancia in su. Dovrebbe essere incredibilmente doloroso per lei ma non durerebbe a lungo.
Starei chino ai suoi piedi e solleverei le sue gambe e il suo bacino caricandomele sulle spalle. Affonderei la lingua dentro di lei e la farei godere fino a farla venire nella mia bocca.
Sarebbe perdonata ed indubbiamente più addomesticata. E se qualora tornasse di nuovo ad essere crudele la punirei di nuovo, più duramente e dolorosamente della prima volta, più a lungo, per tutte le volte che ci vorrebbero per farle imparare la lezione.
Mi ricompongo e apro di nuovo il mio armadietto. Ecco i miei dieci chili e i miei dieci centimetri lì dove li avevo lasciati stamattina, nel riflesso di casa.
Chiudo la porta e sono quasi le sei e mezza.
È tempo di sorridere da dietro un bancone.