Il-collezionista-locanidna


L’elastico per capelli

Mi ci è voluto molto per ritrovarmi nel concetto di feticista. O semplicemente in quello di perverso.
Ho sempre creduto che tutti gli altri covassero nei loro angoli remoti le stesse vibranti pulsioni che agitavano me da tutta una vita.
Se dovessi rintracciare la prima breccia in questa convinzione dovrei tornare a circa una quindicina d’anni fa, quando andavo ancora alle superiori.
Lei era più piccola di me di due anni; aveva gli occhi dolci, con una lieve sfumatura di furbizia che potevi notare sfuggirle da sotto le ciglia solo se la fissavi per almeno dieci secondi.
L’immagine della femminilità per me era ancora molto confusa a quell’età, eppure lei emanava odore di donna.
Mi trovavo piuttosto a mio agio nel frizzante tripudio ormonale che muoveva i fili delle mie fantasie: mentre i miei coetanei vivevano le prime esperienze, io ero completamente disinteressato all’idea di passare alla pratica. I baci che duravano ore, sfiorarsi con impaccio, i primi maldestri tentativi di saziare quelle mani e quelle bocche dei nostri corpi che non c’erano mai state. Nulla di tutto questo mi aveva mai attirato.
Dopo averla vista non ho più pensato ad altro.

La mia vita si è giocata su mille lire.
Scommisi sull’intraprendenza di un mio compagno di classe, sulla sua sfacciataggine, sulla sua destrezza. Sulla sua credulità.
“Mille lire che non riesci a prenderle l’elastico per i capelli” bisbigliai a bassa voce, indicandola con un cenno mentre aspettava in coda alla macchinetta del caffè.
“Andata” mi aveva risposto con un mezzo sorriso, scostandosi dal muro cui stavamo appoggiati.
Si era messo in coda dietro di lei, agitandosi vistosamente e guardandosi attorno come a controllare che nessuno potesse vederlo. Con un rapido gesto pollice e indice scivolarono lungo la coda di cavallo. Lei si voltò stupita mentre lui correva via scompostamente, urtandomi la spalla nella fuga e lasciandomi nel palmo, senza farsi notare da nessun’altro, l’elastico per capelli. Il mio piccolo premio.
Con un velo d’imbarazzo lo nascosi nel pugno chiuso e lo infilai nella tasca dei jeans.
Tornato a casa lo deposi con cura sul comodino e, standomene sdraiato a pancia in giù sul letto, lo scrutai con attenzione.
Era viola chiaro, con la forma perfettamente circolare e come composto da tanti larghi e soffici anelli. Tre lunghi capelli ricordavano il furto.
Quasi vergognandomi l’avvicinai al naso per sentire se quell’odore era rimasto su di lui. L’odore di donna.
Eccolo.
Lo ricordo anche in questo istante e mi eccita di nuovo il solo pensiero.
Ebbi subito un’erezione e a quel punto la vergogna si fece un’ombra lontana e ovattata, che sbiadiva poco a poco nel miraggio di sensi che mi stava travolgendo lentamente ma inesorabilmente.
Tenendomi l’elastico nel palmo poggiato sul naso, continuai freneticamente ad inalare, mentre mi slacciavo i jeans e cominciavo a masturbarmi.
Con gli occhi chiusi potevo sentirla su di me. Attorno a me. Il mio viso tuffato tra i lunghi capelli profumati. Vagavo perso in quella disordinata, strana e morbida vegetazione, ricercando tentoni l’origine di quell’odore forte, penetrante e di cui ero già assuefatto: il suo sesso.
Allontanai l’anello violetto dal mio viso e lo feci scorrere sul mio membro eccitato, nascondendolo nella mano. Potevo sentirla attorno a me. Calda. Fremere. Gemere.
Il suo corpo circondarmi, possedermi.
Non solo il suo sesso, ma ogni parte di lei.
La sua bocca, con la lingua.
Il suo ano, dolorosamente impenetrabile, bollente, proibito.
Quell’immagine, quella sensazione, quel gemito di dolore inudibile che avevo sentito con orecchie di nessuno, e l’orgasmo.
L’orgasmo forse più bello della mia vita. Perfetto. Ideale.
Nessun limite ancora tracciato da nessuna realtà e da nessun ricordo, da nessun rifiuto e alcuna delusione. Non ancora macchiato da alcuna vergogna, alcun senso di colpa.
Solo piacere. Solo piacere. Mi ha cambiato la vita.

 

La sveglia

La consapevolezza era ancora lontana. Nessuna luce in fondo al tunnel, semplicemente nel tunnel ci ero entrato, e vagavo perso nel buio.
Se chiudo gli occhi sento ancora quella sensazione, in cui si rivivono i ricordi sbiaditi dalla polvere. Somiglia all’ubriachezza della notte appena trascorsa: sprazzi d’immagini e lembi d’impressioni, sensi taciuti e riaccesi, sconnessi e ricuciti.
Da quel buio però emerge, piano a piano, un suono prima frammisto ad altri, poi sempre più nettamente distinto e scandito, regolare, rimbombante, come una marcia lenta e severa. Poi il suono si fa più asciutto, secco e meccanico: lancette di un orologio che saltellano tra i secondi.

Lei amava farmi aspettare.
Ricordo la testiera del letto, distante una spanna dall’intonaco bianco, lo scorcio di comodino su cui la sveglia piccola e nera soppesava prepotente il silenzio nella stanza.
In sincronia perfetta si agitava una gamba accavallata che non potevo vedere, ai piedi del letto; riconoscevo lo struscio sulla sedia.
“Riesci a sentire le lancette?” mi domandò.
“Si” le risposi stupito.
“Voltati con la testa dall’altra parte. Ascolta le lancette. Devi aspettare 100 secondi, poi mi avrai”.
Nella mia mente una voce ripassava i tocchi della sveglia, ed un’altra vagava nella stanza, in quell’aria fresca e leggera, in quella luce pallida.
Il suo profumo era lontano eppure lo sentivo. Forse se ne era imbevuto il lenzuolo che la stringeva ogni notte. Doveva essere così, quella carezza.
La pelle s’addormentava fresca e si agitava la notte sudata, bagnata da qualche sogno acceso, vibrante, o da qualche incubo grottesco che pulsa il cuore. Posso ricordare senza averli mai visti, quei movimenti febbrili che le inondavano la fronte e le stringevano le cosce.
Quelle lenzuola sapevano di lei.
Il mio corpo bramava quel profumo. Il materasso era divenuto carne e, senza nemmeno accorgermene, avevo iniziato a strusciarmi lentamente, godendone, eccitandomi ancora di più.
Lei era molto intransigente sulle violazioni.
“Cosa stai facendo?” mi apostrofò.
“Scusami, le lenzuola sanno di te, mi sono eccitato” provai a giustificarmi, tentando di voltarmi verso di lei, a pancia in su.
“Non ti muovere finché non te lo dico io!”.
Mi scusai ancora.
“Sai a quanto sei arrivato?”.
“Credo fossero 90 secondi…all’incirca”.
Lei dissentì con un mezzo sorriso sadico che poteva significare solo una cosa: dovevo abbassare il tiro.
“80?” riprovai mentre la mia erezione continuava a pulsare tra me e il materasso.
“76 –sillabò lei compiaciuta – il che significa 24 secondi in meno rispetto a quanto ti avessi chiesto”.
“Mi dispiace” provai nuovamente a giustificarmi.
Non servì; la verità era che lei era estremamente contenta di dovermi punire. Pregustavo già il momento in cui la sua mano mi avrebbe colpito.
Quella volta però lei aveva in mente qualcos’altro.
Rimasi supino, con i palmi poggiati sul letto, il viso poggiato sulla guancia destra, senza poterla vedere.
Prima di colpirmi sfiorava sempre con la punta delle dita il mio corpo. Chiudendo gli occhi quelle linee curve diventavano letti di fiume, scavavano la mia carne e lasciavano un segno che non si sarebbe mai più rimarginato.
Poi arrivava la sculacciata.
La prima non era mai dolorosa, e lei lo sapeva, quindi rincarava subito la dose.
Le prime cinque me le diede una in fila all’altra, nel tempo di un respiro che naufraga in gola.
Il bruciore affiorò lentamente, sul velo della pelle.
“Stringi la testiera del letto!” mi ordinò tra una sculacciata e l’altra, in prossimità già della prima decina, per quel che ero riuscito a contare.
Con le mani avevo afferrato saldamente i due pilastri che delimitavano il fondo del letto. Stringevo tanto da farmi male alle dita.
I suoi colpi proseguirono incessanti, e potei godere dei miei stessi gemiti, e altrettanto del suo respiro affannato. Il pensiero che lo dovesse a me, e che fosse per me, m’inebriava, in un modo che allora non potevo ancora interamente comprendere.
Il mio bacino assecondava lo schiaffo della sua mano, il che mi concedeva di potermi nuovamente strusciare sul materasso, questa volta senza che lei me lo potesse impedire.
Godevo.
Difficile dire se fosse per i colpi, per la mia erezione che premeva sul materasso o per il fatto di poter provare piacere senza che lei me ne potesse privare.
La nascondevo nel dolore, quell’eccitazione rubata, quello sfregamento su pelle di cotone. Dentro ogni gemito sofferente, un accenno di ribellione goduta, di sfida.
Un’ultima sberla poi si fermò, ansante.
“Sono stato bravo?” le chiesi inebriato.
“Non ho ancora finito con te, mancano ancora 4 colpi”.
“Perché ti sei fermata allora?” mi rivolsi a lei in una supplica permeata però da risentimento.
“Silenzio!” risentimento che non dovette sfuggirle.
Senza aggiungere nulla la sentii dirigersi verso l’armadio, e una cintura tintinnante ne uscì sibilando.
Non mi voltai.
Era un dolore che non conoscevo. Usava sempre le mani con me.
Un guizzo, secco, compatto, come una frustrata. Non saliva lento e bruciante, in ritardo, come le sculacciate; somigliava ad una fiamma viva che divampasse per un secondo e poi si estinguesse.
Il dolore mi fece balzare in avanti mentre dietro di me la sentivo chiedermi ad alta voce di mettermi a quattro zampe.
“La prima te l’ho data! Adesso conta le altre tre!”.
Il tempo di un ansimo e lei di nuovo mi sferzò la pelle ormai incandescente.
“Uno…” pronunciai con un filo di voce.
“Così, bravo” m’incitò lei, mentre la cintura schioccava un’altra volta sulla mia pelle.
“Due…” mi riuscì dopo un interminabile sospiro.
“Voglio che alzi la voce” mi chiese ubriaca di potere. Sapevo, sapevo che non le sarebbe bastato.
Un altro colpo, e la mia voce diligente sillabò un “tre” accompagnato da un sospiro, questa volta di sollievo.
“Di nuovo! Voglio sentirti!”.
Prima che potessi protestare per l’ingiusta punizione, lei mi colpì ancora con la cintura, e il dolore si spanse in ogni poro, accendendomi carne e furore.
La rabbia mi strinse la gola, e non potei dire nulla, nessun “quattro”.
Allora lei rincarò la dose e mi colpì più forte.
Questa volta quasi urlai: “Cinque! Cinque! Ti prego basta!”.
Ripresi a respirare solo dopo aver sentito la cintura cadere a terra. Lei nel frattempo era salita alle mie spalle sul letto, contemplando il suo lavoro. Ora potevo percepire la carne pulsarmi in calore dolente.
“Toccati. Rimani in questa posizione e vieni per me. Vieni sulle lenzuola su cui ti sei strusciato pensando a me, al mio calore. Vieni per me…”.
Iniziai a toccarmi e lei prese a stringermi con forza i glutei, a passare le unghie lunghe e squadrate sul mio corpo dolente.
La sentivo eccitarsi, sgocciolare persino, sul lenzuolo sotto di me. L’aria ne era pregna, il suo godimento mi riempiva.
Continuai a toccarmi fino a venire, finalmente, mentre le sue unghie penetravano ancor più profondamente la mia carne.

Fu l’ultima volta. Qualcosa si era rotto in maniera irreversibile e lo sentivo, anche senza aver capito di cosa si trattasse. Era palpabile mentre lei se ne andava in bagno ed io mi rivestivo dolorante: non sarei più tornato.
Quando sentii l’acqua cominciare a scorrere dall’altra stanza presi tra le mani la sveglia e vi accostai l’orecchio, ascoltando quelle lancette mescolarsi al mio battito tornato tranquillo. Mi sentii profondamente consolato.
Uscii da quella casa per l’ultima volta, con un ticchettio che regolava i miei passi dalla tasca posteriore dei pantaloni.

La pagina

Ci siamo conosciuti alla fermata dell’autobus.
In genere non sono molto confidente. Eppure devo aver sentito qualcosa che mi abbia rassicurata quel giorno.
Dopo meno di un’ora era nel mio appartamento.
È sulla trentina, di bell’aspetto ma passa inspiegabilmente inosservato, come se potesse scegliere di passare al di sotto dei radar.
Ero impacciata: nel momento in cui aprivo la porta di casa ho realizzato che vi stavo introducendo uno sconosciuto. Tentavo di essere gentile ma al tempo stesso volevo che se ne andasse.
“Vuoi qualcosa?” gli ho domandato mentre riponevo la borsa e lo spolverino.
“Berrei molto volentieri un caffè” mi ha risposto standosene in piedi, a braccia conserte nel mezzo del mio salotto, guardandosi attorno come per studiare la stanza. C’è qualcosa di avido nel suo atteggiamento: come se volesse prendere il più possibile da ogni cosa, ogni occasione, ogni incontro. La vita non è mai abbastanza: deve rubarne.
“Mi dispiace, non bevo caffè. Ho del caffè d’orzo però se vuoi. Oppure il tè, dei succhi, acqua…”.
“Va bene un bicchiere d’acqua. Naturale”.
“Perfetto. Intanto siediti pure se vuoi” gli ho detto dirigendomi in cucina.
Tornata con il bicchiere di vetro in mano lui ancora mi guardava eretto dal centro della stanza.
Al mio sguardo interrogativo aveva risposto: “Mi hai detto ‘se vuoi’ ed io non volevo”.
Gli ho sorriso. Non so perché. Iniziava a farmi paura.
“Non appoggi il bicchiere?” aveva domandato avvicinandosi a me.
Non sono riuscita a rispondergli, allora aveva preso delicatamente il bicchiere dalle mie mani e mi aveva bisbigliato “grazie”. A lente sorsate aveva inghiottito metà del contenuto poi, senza scollare gli occhi da me, riposto il bicchiere sul tavolino alle sue spalle.
“Si sta facendo un po’ tardi” avevo balbettato tentando di cavarmi da quella situazione.
“Ah si? Che ore sono?”.
“Credo quasi le 17” ero arrossita, presa in contropiede.
“Cosa succede alle 17?” mi ha domandato sfiorandomi con il dorso della mano la guancia.
“Torna il mio ragazzo” mi aveva lasciato rispondere fissando le mie labbra che si muovevano mentre pronunciavo quelle parole.
Poi aveva sorriso. “Tu non hai un ragazzo”.
“Tu cosa ne sai?” tentavo di difendermi ma ad ogni colpo il dubbio cresceva nella mia voce.
“Sei sola.” Il cuore mi è morto in gola sentendo quelle parole. Avrei dovuto avere paura invece mi sentivo solo compresa.
“Sei sola, non c’è nessuno nella tua vita. Per questo motivo una ragazza prudente e riservata come te mi ha invitato in casa sua senza nemmeno conoscermi. Volevi solo alleviare quel senso di solitudine”.
Credo di essermene rimasta semplicemente con la bocca aperta a guardarlo. Incapace di avvicinarmi a lui o cacciarlo via. Esterrefatta.
“Vedrai che non ti sentirai sola” e detto questo mi ha baciata. Avrei voluto non smettesse mai, quel bacio. Era un muro che si stava sgretolando. La paura mescolata all’abbandono. Annegavo, senza provare a ribellarmi.
E come me l’aveva donato, se l’è ripreso. Senza rallentare, o darmi un ultimo assaggio, si era semplicemente sottratto a me.
“Siediti” mi aveva chiesto con tono autoritario. Ed io, quasi in trance, l’avevo ascoltato.
Mi ero seduta e lui, inginocchiato davanti a me, mi aveva slacciato e sfilato le scarpe. Carezzando tra le mani i miei piedi nudi, osservava ogni piega della mia pelle, ogni movimento sotterraneo di vene, nervi e muscoli, come se stesse costruendo un elaborato atlante di quello che stavamo per vivere.
Quando mi ha sfilato anche i pantaloni sono rimasta come immobilizzata. Una voce ancora lottava, tentava di portarmi alla ragione, eppure il mio corpo chiedeva, pregava perché lo lasciassi continuare.
La sua bocca scorreva sulle mie cosce, inebriandosi del mio profumo quando si faceva più vicino al mio sesso. Lo sentivo inalare e al tempo stesso stringere le dita attorno alle mie gambe quando un po’ di me entrava in lui. La sua fame mi annebbiava, ed anche ora che ne scrivo mi tremano le mani.
Poi ha finalmente scostato gli slip, e sospirato. Mi piaceva mi guardasse, anche se non mi era mai piaciuto prima che qualcuno lo facesse. Era come se non potesse farne a meno.
“Toccami” gli avevo chiesto mentre il suo respiro mi accarezzava.
“Oh lo farò…lo farò. Non qui. Dov’è la camera da letto?”.
Ero riemersa dalla poltrona, intontita. Per un momento ho pensato di raccogliere i pantaloni da terra. Gli ho fatto strada nel corridoio. Lui si è fermato sulla soglia, a guardare. Poi mi ha chiesto di mettermi in piedi con i palmi sullo specchio.
Solo allora è entrato nella stanza, e ho potuto vederlo avvicinarsi a me, alle mie spalle.
Le sue mani ed il suo sguardo sono scivolate sul mio corpo, sui miei glutei. Il modo in cui mi guardava era davvero inebriante.
“Piegati” mi aveva ordinato accompagnando il movimento con la mano, sfiorando il mio sesso.
Io mi ero lasciata guidare, mentre nello specchio rileggevo tutte le mie emozioni.
“Volevi che ti toccassi?”.
Ho accennato un “sì” con la testa.
Ho visto la sua mano alzarsi nel riflesso appena prima di sentire il dolore. Singhiozzai. Senza bene capire perché lo stesso facendo. E nel frattempo lui aveva alzato la mano di nuovo e di nuovo mi aveva colpita.
I primi colpi erano stati tremendamente rapidi. Io ero confusa. La lucidità combatteva freneticamente per riaffiorare, senza riuscirci.
Solo dopo la prima raffica di sculacciate ho iniziato a sentire chiaramente il dolore. Lentamente e pungente emergeva.
Lui mi colpiva con tutta la forza che aveva, con una passione che rasentava la disperazione. Era necessario ed irrinunciabile.
Io continuavo a gemere. Ma non mi ribellavo. Le mani erano fredde del freddo dello specchio, e nei miei occhi umidi rivedevo la mia sofferenza che anche lui, a tratti, veniva a cercare nel mio riflesso. E quanto ne godeva. Socchiudeva gli occhi e liberava un sospiro. Poi mi colpiva di nuovo.
Ad ogni sculacciata il dolore aumentava, tanto da cominciare ad essere insopportabile, tanto che ogni sberla speravo fosse finalmente l’ultima. Invece, instancabilmente lui proseguiva a battermi, ed io, con ormai le gambe tremanti e le braccia dolenti per la posizione, mi lamentavo sommessamente senza muovermi.
Finché ho resistito.
“Mi fai male, basta” e lui mi ha colpita di nuovo, con più forza.
“Basta farmi male, prendimi” era strano trovare un’inflessione tanto dolce in quella supplica, e ho pensato dovesse aver stupito anche lui, perché si era finalmente fermato.
Mi aveva fatta tornare dritta, poi, stringendomi tra le sue braccia con forza, mi aveva fatta girare, in modo che anche io potessi vedere il mio sedere: completamente arrossato, in un confuso sovrapporsi di macchie i cui contorni, proprio ora, cominciavano a sfumare. Il calore stillava cocente, ed io per istinto ho iniziato a sfiorarmi con la mano, per sentire fino a dove emanava quel bruciore pungente.
Dopo qualche minuto che affascinata rimiravo la me nello specchio, ho incontrato anche il suo sguardo, in quel mondo speculare: sorrideva compiaciuto ed ancora eccitato.
“Non ti prenderò oggi” mi aveva bisbigliato all’orecchio.
“Quando?” gli avevo allora domandato turbata da quella negazione.
“Non avere fretta”.
Vorrei solo mi prendesse, con la stessa fame con cui mi ha colpita. Vorrei mi facesse godere con la stessa generosità con cui mi ha fatta soffrire.
Devo rivederlo.

Ho strappato questa pagina dal suo diario, un sobrio diario dalla copertina rigida e nera, satinata, riposto sulla sua scrivania. Era la terza volta che m’invitata da lei. Non ho avuto nemmeno il tempo di leggerla, quando l’ho presa: ho visto la data, e la pagina è diventata mio.
Rubata come rubo la vita.