(4°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Si dice che la curiosità è donna; difatti io volli subito provare a capire che cosa Jeanne avesse comperato come regalo di compleanno per Sophie, prima ancora dell’indomani.
Aprii dunque con molta cautela l’elegante busta di colore rosa, e ne estrassi lentamente un morbido pacchetto color argento; ma in quel preciso istante, a mia insaputa mi scivolò tra le gambe un minuscolo bigliettino giallo, scritto a mano con calligrafia quasi incomprensibile, con una breve frase: “par Edina, appelez moi est important”, seguita dal numero di telefono di Jeanne.
Istintivamente pensai che fosse uno stupido scherzo delle amiche di Sophie, ma poi mi venne il sospetto che potesse trattarsi davvero di qualcosa di urgente ed importante. Impugnai dunque il telefono per chiamare, ma immediatamente realizzai che era già sera e che verosimilmente era oramai troppo tardi per disturbare; pertanto riposi il piccolo bigliettino giallo, insieme al pacchetto con il regalo, dentro alla borsa per la scuola.
Al mattino seguente provai a chiamare Jeanne un attimo prima di uscire di casa, ma nessuno mi rispose, nemmeno dopo un’infinità di squilli; riprovai nuovamente e a lungo, ma ancora niente da fare. Iniziai a pensare che non fosse poi così importante, se Jeanne non rispondeva mai.
Giunta a scuola invece, intravidi Sophie avvicinarsi all’ingresso proprio mentre io scendevo dal tram: così la chiamai e le consegnai da subito l’elegante busta con il regalo della sua amica; lo feci per trovare immediatamente un argomento piacevole, che superasse di slancio il terribile imbarazzo per i fatti del giorno precedente. Ma la mia compagna mi sembrò già subito perfettamente a proprio agio nel vedermi, come se davvero nulla le fosse accaduto.
Sorrise amabilmente come sempre, e mi ringraziò per essere venuta alla festa; allorché decisi che da quel momento in avanti, avrei omesso qualsiasi riferimento al bruttissimo finale e alla severa punizione che lei aveva ricevuto.
Tuttavia quando più tardi in classe si dovette alzare in piedi per andare dalla professoressa Chenot, nell’osservare come Sophie avesse nuovamente indossato le mutandine col filino sul didietro, mi parve anche di notare, come il sedere le si fosse decisamente ingrossato – forse per via delle botte del giorno prima.
Si trattava chiaramente di una mia suggestione, anche se pensai che quel coso doveva essere ancora tutto gonfio e livido, e che doveva farle pure molto male sotto alla gonna, stretta e attillata come sempre. Ne aveva presi davvero tanti, di sculaccioni.
L’interrogazione purtroppo andò malissimo, e stavolta Sophie fu mandata via senza possibilità d’appello, e con un pessimo voto sul registro; la professoressa la liquidò in maniera assai sbrigativa, senza darle apparentemente troppo peso, e Sophie se ne tornò al banco mestamente, con la coda tra le gambe. Commentò il suo disastro, sussurrando che avrebbe dovuto iniziare a studiare molto di più da quel momento in poi.
In quel frangente Sophie mi parve determinata e risoluta nel suo intento.
All’uscita dalla scuola trovammo André che ci attendeva di lato al cancello, fumando una sigaretta, decisamente più allegro e sereno di quanto non lo fossimo noi; nel vedermi con Sophie, si avvicinò a lei con fare piuttosto disinvolto, quando fino al giorno precedente in certi frangenti neppure l’aveva degnata di un saluto; la mia compagna ne fu immediatamente rincuorata, e si avvicinò a lui fino a sfiorarlo più volte, con le sue mossette morbide e femminili, sempre un po’ ridicole ed eccessive.
Quando finalmente ci separammo, chiesi in modo esplicito ad André quali intenzioni avesse con Sophie; lui mi rispose in maniera sbrigativa e con tono ilare: “… ma che dici, quella culona ?!? … ma non scherzare nemmeno …” e rise sadicamente, “… quella lì è buona solo per prenderle … non ha mai visto un uccello in vita sua …” e poi aggiunse, facendosi invece più serio in volto: “… a me Sophie interessa solo come amica … e sai anche perché … perché io debbo riuscire a sbattermi la Flora”.
Ci rimasi malissimo ancora una volta.
Gli dissi che era un mostro, e che non gli avrei permesso di abusare dell’amicizia e dei sentimenti della mia compagna, illudendola per un secondo fine così turpe ed immorale; André tagliò corto, e come tutta risposta, affermò che non mi avrebbe mai più accompagnata da nessuna parte, se io non l’avessi aiutato ad incontrare di nuovo la bella cameriera conosciuta alla festa.
Litigammo di brutto, e quando poco dopo giungemmo a casa, avevo completamente rimosso dalla mente il bigliettino giallo e la telefonata che avrei dovuto fare; lo trovai per puro caso dentro alla borsa della scuola.
Chiamai e stavolta Jeanne mi rispose dopo un solo squillo, con un tono di voce davvero asettico e privo di entusiasmo, sembrava quasi un automa.
Al principio pensai che ci fossero stati dei problemi, ma subito dopo realizzai che probabilmente invece, la ragazza con gli occhi da gatta si trovava in quel momento a casa sua, e non poteva parlare liberamente come avrebbe voluto.
Aveva una voce meccanica ma al tempo stesso intensa e soave, non riuscivo a capire che cosa potesse mai volere da me, parlandomi in quel modo.
Dopo qualche istante di conversazione assai priva di contenuto, finalmente Jeanne mi domandò se io avessi consegnato il regalo a Sophie; risposi di sì e mi ringraziò.
Poi improvvisamente cambiò tono, ma sempre senza scomporsi più di tanto, e mi disse: “Sai che a me e Pascal sei riuscita molto simpatica ? …”, non capivo davvero che cosa intendesse dirmi, ma il riferimento a Pascal mi fece sobbalzare sulla sedia, “molto simpatica e divertente …” aggiunse.
Risposi che anche a me loro due erano simpatici, sapendo di mentire spudoratamente; allorché Jeanne riprese senza lasciarmi completare la frase, e sussurrò al telefono con voce ovattata: “sai che Pascal abita da solo, ogni tanto potremmo vederci da lui, io e te insieme a casa sua …”.
Tacqui per qualche istante, e Jeanne rincarò la dose: “ci sei tanto simpatica Edina … vorremmo tanto poterci divertire un po’ insieme …”.
Mi sentii trattata come un giocattolo, o come una bambola gonfiabile da usare e gettare. Compresi improvvisamente anche il motivo di tutti quegli sguardi rivolti a me, ed in particolare alle mie tette, durante tutto il corso della festa; improvvisamente ricordai anche il modo un po’ morboso in cui Pascal mi aveva scrutata per la prima volta, nella veranda.
In preda ad uno stato di totale confusione, raccolsi tutta la mia calma ed educazione nel ringraziarla, dicendole che ci avrei pensato su, ma che non potevo uscire molto di casa in quel periodo a causa di mio padre; conclusi che ad ogni modo l’avrei chiamata presto.
Attaccai il telefono frettolosamente, e riposi il bigliettino giallo nel cassetto della scrivania; ero delusa e sconcertata. Poi, davanti allo specchio del bagno mi guardai tutta quanta dalla testa ai piedi, e mi domandai per quale ragione al mondo una coppia di ragazzi così felicemente innamorati, avesse potuto spingersi fino al punto di propormi una cosa così indecente; era forse semplicemente a causa della noia.
Mi voltai e mi resi conto che non l’avrei mai fatto, per nessuna ragione al mondo.