Aimantid


 

26 Aprile
Il muro davanti a me è decorato dagli occhielli tondeggianti gialli che forano la tapparella.
Il calore del suo corpo bagna il mio fianco sinistro. Sono sudata, lo è anche lui. L’odore di sesso avvolge ancora noi e le lenzuola. Il brivido dei piedi nudi sul pavimento mi da un insolito piacere, che ricorda l’estate.
Sorrido. Soddisfatta. Appagata. Esco sulle punte, senza fare rumore, non riesco a smettere di essere felice.
Sono finalmente libera.

23 Aprile
Rigira il drink con una lunga bacchetta di plastica trasparente, verde lime, che termina con una stella. Mi guarda e la ricambio.
Quanto ci vuole perché uno sguardo inizi ad essere qualcosa? Smette di farsi accessorio del discorso e diventa discorso a se stante; silenzioso sta in piedi, si sorregge, vive.
Ride e abbassa gli occhi sul turbinio alcolico colorato dalle luci lampeggianti del locale, con un’ombra d’imbarazzo.
“Dove l’hai lasciato il fidanzato stasera?”.
“Come?” si acciglia cercando di sentirmi nel fremente rimbombare delle casse.
Mi alzo dallo sgabello distante un metro dal suo e mi avvicino al suo orecchio.
Non inizio a parlarle subito, lascio prima che il calore del mio respiro le dia la pelle d’oca, poi ripeto la domanda: “Dov’è che hai lasciato il fidanzato? Non ti raggiunge?”.
Mi allontano per lasciarla rispondere. Scuote la testa sorridendomi. “Non ama molto questi posti!”.
Abbiamo qualcosa in comune. Sollevo il mento e annuisco.
Si avvicina di nuovo e aggiunge “Pensavo non piacessero neanche a te in realtà!”.
Bingo. Abbiamo ballato i primi dieci minuti che eravamo qui, poi la pista è diventata impraticabile. Quell’intruglio di corpi fradici che si muovono a ritmo sincopato in uno stato di semi incoscienza, urtandosi in continuazione e rimbalzando via, a dir poco mi stomacano.
Abbiamo aspettato più di venti minuti per riuscire ad avere un drink il cui ghiaccio abbiamo pagato, secondo una mia stima approssimativa, otto euro, e altrettanto tempo perché si liberassero gli sgabelli.
“Non li amo particolarmente infatti! Ma conviviamo da quasi due anni e non usciamo mai insieme, volevo fare qualcosa che potesse piacerti. Una specie di serata tra donne…”.
L’ho stupita, piacevolmente.
“Usciamo a respirare?” mi domanda inclinando la testa da un lato.
Annuisco e, mentre districa i tacchi dal poggiapiedi dello sgabello, le allungo la mano per aiutarla a scendere. Non rifiuta il mio aiuto, anche se le mie attenzioni indubbiamente la stanno confondendo.
Il sudore le imperla la fronte e le fa colare leggermente il trucco nero dagli occhi. Finalmente respiriamo. Gira di nuovo il cocktail e aspira una sorsata.
“L’hai già finito”.
Deglutisce; “era tutto ghiaccio!”.
“Ho notato. Ti stai divertendo?”.
“Non molto” fissa l’asfalto rotto smuovendolo con i piedi.
“Davvero molto gentile” sorrido ironicamente.
“No no! Non dicevo per te! Che sciocca…C’è troppa gente!” mentre lo dice mi tocca leggera il braccio destro, rassicurandomi. Guardo la sua mano, lei se ne accorge. Si ritrae imbarazzata.
È il momento di insistere.
“Decisamente troppa gente…E se ti offrissi qualcosa in un locale? Con veri drink? 80% di ghiaccio in meno!” mi mordo il labbro sorridendo, guardandola leggermente dal basso in alto, cercando il suo sguardo scivolato a terra per la vergogna un po’ infantile che le colora le guance. “Che dici?”.
Evita i miei occhi. Lo vedo che è combattuta. Posso sentirli i suoi pensieri. “Come mai è così gentile? Ci sta provando con me? Che sciocchezza, vorrà solo essermi amica. Se sono maleducata con lei ora, probabilmente non mi chiederà mai più di uscire. E se invece ci stesse provando e io la incoraggiassi in questo modo?”. E bla e bla e bla. Guarda verso il cielo.
“Ti devo pregare?” aggiungo sottovoce.
“Cazzo un drink gratis! Se fossi stata un uomo a questo punto saremmo già là”.
Ride sincera, poi cede.
“Allora andata” ricambio il sorriso.
Ci incamminiamo verso l’auto.

Sediamo in un angolo tranquillo, su una panca di legno. Le spalle coperte e tutto il locale di fronte a noi. Ordiniamo due amari. Le sto vicina. L’ascolto. Il mio sguardo scivola sulle sue labbra.
“Allora?” torno a guardarle gli occhi.
“Scusami ero distratta, puoi ripetere?”. Mi ha chiesto se mi vedo con qualcuno; non ero affatto distratta ma voglio lo creda.
Si bagna le labbra ripensando a me ed io lascio vagare ancora un attimo la mia attenzione, assecondandola. Inizia ad intrigarla questo mio sempre meno celato interesse.
“Vedi qualcuno?”.
“Nessuno di speciale per il momento – bevo un sorso – a te come sta andando?”.
Si compone e allontana leggermente come riavendosi, poi noncurante risponde: “tutto bene, si”.
“Da quant’è che state insieme?” gioco con gli angoli esagonali del bicchiere in cui gira un liquido nero e denso.
“Ormai sono sei mesi”.
Annuisco.
“Sei felice?” bevo una lunga sorsata. Lei, che stava facendo lo stesso, s’irrigidisce per un istante e poi manda giù, domanda e liquore.
Fa sì con la testa prima che le si liberi la gola, poi si affretta ad aggiungere: “Si! Stiamo davvero bene”.
Ascolto la risposta guardando il tavolo, poi inizio a spingere lentamente il mio bicchiere verso il suo, finché si toccano tintinnando. Mi avvicino ancora e inizio a parlare con tono basso e modulato, senza ancora alzare lo sguardo. Deve credere che la risposta a questa domanda conti molto per me. Deve credere mi sia costata fatica formularla: “cosa pensi del tradimento?”.
Ancora non la guardo ma la sento sorprendersi.
“Non lo tradirei mai” parla lentamente senza lasciare spazio per i dubbi.
Ora alzo finalmente lo sguardo, affilandolo. “Pensi che lui lo considererebbe tradimento anche se fosse con una donna?”.
Deglutisce, prende di nuovo fiato.
“Non lo so”.
“Lo so io”. Mi avvicino lentamente a lei, alle sue labbra. Dischiudo la bocca leggermente e l’assaggio, senza fretta. È rigida, non si lascia ancora andare. Io insisto con dolcezza, assaporando il gusto del liquore che è rimasto su di lei, dentro di lei. Mi accoglie finalmente senza riserve. Anche senza vederli li sento, gli altri clienti del locale, guardarci nel nostro angolo protetto e intimo ma anche pubblico.
Prima che sia sazia mi separo da lei e la guardo. L’espressione insieme calda e confusa. Mi avvicino all’orecchio e sussurro “Sei mai stata con una donna prima?”.
Scuote la testa.
“Nemmeno io sai? Magari pensi che io sia lesbica o bisessuale. Niente di tutto questo. È solo che ultimamente non penso ad altro se non a farti godere. Vorrei sentirti fremere mentre vieni nella mia bocca”.
Prende un lungo fiato. Prima che possa dire qualcosa la incalzo ancora: “digli che facciamo tardi, di tornare a casa sua. Quando rientriamo vieni in camera da me”.
“Io non sono sicura…” dubita sottovoce, quasi tra se e se.
Passo una carezza sotto il suo mento, per sollevarlelo “non devi preoccuparti, ok? Non ti obbligherò a fare nulla. Se quello che faccio non dovesse piacerti potremo interromperci in qualunque momento. Va bene?”.
Annuisce e sorride, eccitata e dubbiosa.

Il viaggio in auto è stato surreale. Lento e silenzioso, nessuna delle due ha parlato. Gli sguardi fissi sulle luci giallastre dei lampioni. La casa è buia e muta, come tutta la città che piano piano spegne e assopisce.
La sospingo in camera mia lasciandole il tempo prima per togliersi giubbino e borsetta.
Rimango dietro di lei e inizio a spogliarla. Le sfilo il coprispalle imbevuto dall’odore di corpi sudati della discoteca. Lentamente scorre la cerniera del vestito, fino a metà schiena. Dalle spalle faccio scivolare l’abito giù, fino ai piedi, assecondandone a mia volta il movimento. Sollevo le scarpe ancora fasciate dalle decolté e sfilo il vestito da sotto i piedi. Rimanendo inginocchiata le tolgo anche gli slip, sfiorando la sua pelle con la punta del naso e delle labbra. Mi alzo di nuovo e faccio passare un braccio davanti a lei, per sfilarle gli orecchini. Inizia a tremare leggermente, più per la tensione che per il freddo.
Le bacio la vertebra che sporge di più dove la schiena si unisce al collo, e tolgo anche l’altro orecchino. Mi chino e, scalzate le scarpe, è finalmente nuda.
Mi allontano di due passi e a bassa voce le chiedo “girati, lasciati guardare”.
Si volta lentamente, coprendosi pudicamente.
“Perché ti copri? Sei bellissima”. Rapidamente torno a baciarle la bocca, più appassionata di prima, più libera, più vogliosa.
La spingo sul letto, impaziente. La mia lingua scivola sui suoi seni, sul suo ventre.
Inizia a sospirare piano, si lascia andare.
Scendo tra le sue gambe, senza assaporarla, non ancora. Con la punta delle dita l’accarezzo tra le cosce, pur senza toccare il suo sesso. Mi avvicino, mi allontano. Voglio che si bagni. Sono sempre più prossima al suo clitoride, la mia bocca lo lambisce appena, senza posarsi se non brevemente. Un attimo. Quanto basta per farle trattenere il fiato. Poi di nuovo affannarsi. Con sempre più trasporto. Invece di baciarla accolgo il medio nella mia bocca, e dopo averlo succhiato, la penetro lentamente. Sprofondo fin dove riesco ad arrivare. Lo faccio ancora una volta. Poi un’altra. Lei inizia a godere di un piacere tormentato. Vorrebbe la leccassi ma la lascio attendere ancora. È così calda e bagnata che mi sembra di perdermi confusamente nel suo umore. Comincio a leccarla, rapidamente. Subito inarca la schiena, appagata, sorpresa da quel piacere.
Potrei farla venire subito ma preferisco riempirmi del suo dolce tormento.
Mi separo da lei e la guardo; lei mi guarda. “Perché ti sei fermata?” si lamenta premendo entrambe le mani sul suo sesso, contraendosi.
“Ti piace?” le domando leccandomi il suo sapore dalle labbra e dal dito.
“Si” mi sorride con gli occhi chiusi mentre le dita continuano a fare pressione.
“Girati” le chiedo con fermezza.
Si volta senza obiettare.
Stringo i suoi glutei tra le mie mani, poi mi chino per raggiungere il suo fiore con la lingua. Lei si prodiga per lasciarsi assaporare, separando le gambe e piegandole leggermente.
I primi fremiti iniziano a scuoterla e io immediatamente mi fermo e le sferro una sculacciata che la sorprende. Mugola, più per essermi fermata che per averla colpita. La colpisco ancora sulla stessa natica.
Avevo sentito lui che la sculacciava tante volte, mentre facevano sesso. Li sentivo entrambi raggiungere l’orgasmo mentre le entrava dentro violentemente e schiaffeggiandola. Se è questo che le piace lo avrà anche da me.
Continuo a colpirla finché il sedere non le diventa rosso, poi riprendo a darle piacere con la mia bocca. Ogni volta che sento che sta per venire m’interrompo e la sculaccio di nuovo fino a che non si è calmata.
Dopo averlo fatto una volta ed un’altra ancora, prossima all’orgasmo, smetto di assaporarla e infilo il mio dito dentro di lei. “Ora non muoverti”. Il suo ansimare m’inebria e intontisce. “Come?” mi domanda lei con il fiato rotto, stringendomi dentro di lei.
Le do una sculacciata con l’altra mano, più forte che posso. “Non devi muoverti”.
I suoi mugolii somigliano a singhiozzi. Il desiderio di avvolgermi tutto il dito con il bacino, di sentirmi dentro di lei, l’affama, la consuma. Stringe di nuovo, dentro di se e le gambe. Le sferro un altro sculaccione. Geme e ha uno spasmo per il dolore. Allora la colpisco di nuovo. I muscoli le si contraggono ma questa volta rimane immobile. La pelle chiara è diventata rossa, come quella delle mie mani. Rimango immobile anche io finché il suo fiato non torna regolare, e le macchie sul sedere prima a chiazze si sono fatte delicate e purpuree sfumature.
Decido di concederle il piacere per cui l’ho fatta tanto attendere. Mi chino su di lei per l’ultima volta e assaporo il uso orgasmo sulla mia lingua mentre stringe le cosce attorno al mio viso.
Mi sollevo e mentre lei è ancora stretta nel suo godimento le chiedo “rimani così”.
Siedo in ginocchio sui talloni dietro di lei ed infilo una mano nelle mie mutandine iniziando a toccarmi.
Guardo il suo corpo nudo abbandonato tra le lenzuola, i glutei arrossati dai miei colpi, le gambe strette attorno al suo sesso ancora bollente e pulsante.
M’immagino l’abbia presa lui.
M’immagino le sue sculacciate.
M’immagino lui dentro di lei.
M’immagino la forza con cui l’ha penetrata.
M’immagino di essere lei e finalmente vengo.

7 Aprile
Solo al pensiero mi si rivolta lo stomaco.
I capelli a ciocche nella vasca da bagno, le salviette struccanti maculate dal nero di quel trucco troppo pesante impilate sul lavandino, lo stampo del rossetto persistente sui bicchieri, i vestiti ammassati nella cesta da settimane.
Non mi infastidisce il disordine, odio ogni cosa mi rammenti la sua presenza. Mi logora.
Non è mai stato così. Dopo quasi due anni di convivenza ho iniziato ad essere morsa anche dal semplice suono della sua voce.
Più m’irrita, più lei accorgendosene cerca di essere gentile, più la sua gentilezza m’innervosisce ulteriormente.
Invidio il suo umore, sempre solare. Invidio il suo essere socievole, la quantità di persone che le vedo gravitare intorno, come avvinti piccoli satelliti. Invidio il suo ragazzo, con cui la sento scopare fin dall’altra parte dell’appartamento, almeno tre volte a settimana.
Fisso la luce pallida delle cinque del mattino intromettersi tra le tende verdine della nostra cucina. Un biscotto mi è appena annegato nel latte e cerco di ripescarlo con il cucchiaino, sondando tentoni il bianco imperscrutabile.
Non so bene come mi sia venuta l’idea, o quanto meno il desiderio, di portarlelo via.
Si siede di fronte a me, oscurando la luce della finestra. Gli occhi pieni di sonno. Incrocia il mio sguardo per un attimo, quasi come fosse sorpreso di trovarmi lì, come non mi avesse vista fino a quel momento.
Mi sorride.

25 Aprile
Le ho chiesto di non dire nulla a lui. Sarebbe stato sospetto se non l’avessi fatto. Deve credere che non mi sia bastata, e la voglia ancora.
Sono assolutamente certa che lei glielo dirà, e anche se così non fosse, non farà poi molta differenza.
Risciacquo per l’ultima volta la tazza di ceramica beige rigata dall’irregolare anello di latte del cappuccino che ho appena bevuto.
“Devo parlarti” irrompe lei violentemente nei miei pensieri.
Balzo indietro trattenendo la tazza per miracolo. Il rumore dell’acqua era stato un nascondiglio perfetto per i suoi passi.
“Dimmi pure” esito chiudendo il rubinetto e riponendo la tazza.
“Ne ho parlato con lui”.
Lotto con me stessa per sfoggiare un broncio al posto del sorriso che mi trema sulle labbra. “Ti avevo espressamente chiesto di non farlo”.
“Lo so e mi dispiace – preme entrambe le mani sulla mia spalla destra – ma mi sentivo troppo in colpa a non parlargliene”.
Mi volto verso di lei poggiandomi al mobile della cucina “cos’ha detto?”. Come se il suo sorriso a trentadue denti non fosse già sufficientemente eloquente.
“Ha voluto ogni dettaglio; era davvero molto eccitato dalla cosa”.
“Che sorpresa!” bisbiglio sarcastica voltandomi e continuando a riordinare i resti della colazione.
Si avvicina a me e mi prende i fianchi mentre si allunga per raggiungere il mio orecchio destro. Questo è decisamente inatteso. Piacevolmente inatteso.
“Vuole esserci. Vuole vederci” mi sussurra lentamente, innescando un brivido che dal collo s’incunea dritto nel cervello.
Per un momento mi manca quasi il fiato. Poi cerco di riavermi.
“Quando?”.
“Stasera?” torna con il suo solito tono squillante accostando fianchi e palmi al mobiletto per spiare la mia espressione.
“Va bene”. Mi limito a risponderle con un sorriso sfuggente.

Sono insolitamente tesa.
Forse perché è molto che attendo questo momento.
Forse perché nutro troppe aspettative a riguardo.
Forse perché inizio a credere che desiderarlo sia il mio vero desiderio.
Siamo entrambe sedute sul letto. Gambe strette e mani giunte. Silenziose. Pensierose.
Il nostro mento si alza all’unisono quando sentiamo tintinnare le chiavi di casa. Dei passi lenti  e sicuri procedono verso di noi. Entra e poggiandosi alla porta della stanza la chiude sotto i suoi palmi nascosti dietro la schiena. Rimane un momento lì in piedi, a fissarci.
Mi sforzo di non mostrarmi trepidante. Abbasso lo sguardo per ritrovare un po’ di controllo.
Lo sento sorridere, e quel sorriso mi trapassa il cranio e si fissa sulla radice dei miei occhi.
Si china davanti a noi.
Lo intravvedo prenderle il mento e baciarla. Li sento separarsi con uno schiocco leggero, poi lui si volta verso di me.
La mano sotto il mio mento e le sue labbra prossime alle mie. Mi volto schivando il bacio, guardandolo negli occhi mentre lo faccio. Non ancora.
Lui pare divertito. Lei non la vedo. Non la vedo più. Devo restare concentrata.
Poggio una mano sul materasso, mi volto e mi perdo nelle labbra di lei, sperando di ritrovarci anche il sapore di quel bacio negato.
La spingo sul letto e la sovrasto a quattro zampe, premendo il mio corpo su di lei.
I suoi occhi ci inseguono entrambe con fame. Una fame che con il tempo s’è fatta disciplinata ma vive, pulsa, sotto la superficie opaca di quegli iridi opalini, e nel profondo urla.
La spoglio convulsamente e butto a terra i vestiti, lasciandole indosso solo una lunga maglia che a stento le copre il pube. Alterno labbra e morsi lungo le sue cosce che spasimano nella mia bocca.
S’avvicina cauto ma fiero, come un lupo che trovandone un altro banchettare con una preda abbassi il muso ma affili i denti. Poggia una mano sul materasso e subito incontra il mio palmo aperto, puntellato sulla sua pancia. Lo respingo.
Mi fissa senza indietreggiare con un mezzo sorriso sempre meno distaccato. Mi prende il polso che l’aveva tenuto a distanza e mi tira a se, giù dal letto, sollevandomi di peso.
Finisco seduta sul pavimento mentre lui mi guarda dall’alto in basso. Provo ad alzarmi ma gli basta tenermi una spalla per farmi capire che non posso ancora farlo.
Si volta e poggia un ginocchio sul letto. Mi ribello. Scatto in piedi ed in men che non si dica lui si è alzato di nuovo e mi ha spinta e girata faccia al muro. Mi tiene i polsi stretti dietro la schiena nel suo palmo, e con l’altra mano mi cala i pantaloni, velocemente, con un solo gesto.
Mi da una scarica di sculacciate tutte sulla natica destra. Tento di divincolarmi ma preme con forza tutto il suo peso sui miei polsi. Il freddo dell’intonaco mi morde una guancia, il caldo dolore folgora i glutei. Mi sento gemere e ogni istante in cui mi tocca tanto lo desidero quanto vorrei fuggirgli. Mi agito inutilmente; la sua mano continua a trovare la mia carne, ogni volta più offesa.
La pressione si allenta leggermente. Guardo alle mie spalle e la vedo provare ad intercedere per me. Non vuole mi faccia male? O è gelosa di me? Per un istante quel pensiero mi gonfia il cuore.
Molla la mia presa e si dedica a lei. La spinge facendola finire con la pancia in giù sul letto e le gambe piegate che toccano il pavimento. Il fondoschiena in bella vista, il suo sesso intravisto o sognato.
Alterna una sberla di dritto ed una di rovescio, facendola sobbalzare sul materasso con ogni colpo. Lei rimane con le braccia raccolte a mugolare sotto quei colpi, disciplinata ed obbediente.
Io rimango con il muro alle spalle; la sua freschezza lenisce un poco il dolore sul mio corpo. Eppure ne vorrei ancora. È piegato davanti a me, eccitato non per merito mio. L’aria è piena di quel dolore mischiato a godimento, di sospiri densi e crudi.
Senza smettere di punirla, con la voce increspata dallo sforzo mi ordina “vieni qui”.
Il calore sale sulle mie guance già accaldate dagli scapaccioni. Non mi muovo.
Volta leggermente il viso lasciandomi intuire il suo profilo e di nuovo, con tono più duro “ti ho detto di venire qui. Non costringermi a prenderti con la forza”.
Deglutisco quelle parole e quasi mi ci soffoco; si agitano nello stomaco, mi scaldano.
Ci separano tre passi, mi sembra un corridoio infinito. Mi muovo come se non volessi farmi sentire, lasciando che il tallone tocchi per primo e poi si posino pianta e punta.
Quando arrivo al suo fianco nemmeno alza lo sguardo dal suo sedere che ora appare sferzato di un rossore già più livido di quello che le avevo dipinto io l’altra sera.
“Mettiti nella sua stessa posizione”.
Il pensiero di poter riavere le sue mani su di me mi sospinge nell’incavo della schiena, mi guida disciplinata ad inginocchiarmi su quel morbido altare pagano.
Dopo minuti interi gli schiocchi di quella pelle logorata s’interrompono, per echeggiare su un altro corpo, il mio.
Di nuovo le sue mani ormai tremanti m’impartiscono un colpo. Ma non è più una dolorosa sequenza. Un’unica sberla, forte, sonora, acuta e dolorosa, di quelle che lasciano un segno in rilievo.
Datami quell’unica pacca torna a lei: le afferra le gambe e sollevandola la gira a pancia in su. La sua lingua preme nel suo sesso, fermamente e lentamente. Poi di nuovo si avvicina a me. Immobile. Nemmeno lo vedo dietro di me alzare il braccio, sento solo un’altra sculacciata battere la mia carne. Gemo. Mi manca.
Questa volta non si limita ad un lento assaggio ma muove velocemente la bocca su quel fiore, facendola godere.
Si separa da lei e di nuovo mi colpisce. Seccamente. Poi mi lascia di nuovo.
L’invidia morde più forte, tanto da stordirmi, tanto da immobilizzarmi ed insieme urlarmi di andarmene da questa stanza.
Il respiro di lei si fa irregolare, e a piccole onde le sue contrazioni muovono il letto sotto di me. Lui s’interrompe e mi guarda. Mi fa alzare e inginocchiare davanti al letto, davanti alle gambe aperte della sua ragazza. Preme la mia nuca perché sia io a farla godere.
Lo assecondo. Con rabbia bevo il suo umore, muovendomi rapida, e presto di nuovo l’apice la sfiora. Prima che possa venire lui solleva la mia testa, prendendomi per la fronte.
Lei stringe nei pugni il lenzuolo e si lamenta sommessamente. Sadicamente l’osserva contorcersi, come un gatto con un topolino mortalmente ferito.
Di nuovo placata, m’accompagna tra le sua gambe ma questa volta oppongo resistenza. Le lacrime mi velano gli occhi.
Non volevo tutto questo.
Mi ha vista?
Mi afferra un polso e mi riporta sul letto. Il suo sguardo bramoso è macchiato da una lacrima di dolcezza. Me lo concede. Finalmente. Piacere.
Entra dentro di me, lentamente e fermamente.
Ansimiamo entrambi di quell’unione.
Dimentico ogni istante che mi ha portata qui.
Ogni pensiero che mi ha contaminato la mente.
Le macchinazioni che mi hanno ottenebrata.
Lo sento solo dentro di me. Per quell’unico istante. Poi mi abbandona. E so che è per sempre.
Entra dentro di lei, con forza, velocemente, godendone entrambi.
Le loro voci si mischiano poi quella di lei sale, vibra, gode.
E lui dentro di lei freme, annega, gode.
Esausti e senza proferire parola sprofondiamo nel letto, e per quell’unica notte dormiamo così, intrecciati.
I miei occhi si chiudono con il soffitto maculato di tanti cerchiolini della luce dei lampioni sfuggita alle tapparelle. E mi sembrano stelle.
Sono libera.