(2°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Da Roberta

La mattina del 3 di ottobre, Sophie ebbe la sua prima prova orale di storia, e fu un autentico disastro: la professoressa Chenot, una donna anziana assai bizzarra, dotata di verve e di aspetto esteriore da vecchia e navigata artista, l’apostrofò dicendole: “Cara signorina Coppel, che cosa dovrei fare adesso con lei? … si rende conto che la sua interrogazione è andata malissimo? e si rende conto che io, adesso, dovrei solamente darle un pessimo voto?”. Ma poi aggiunse: “Ma lei è davvero una ragazza fortunata … dal momento che mi è simpatica, e allora io le darò un’ultima possibilità … Ci vediamo lunedì, ma per cortesia ben preparata”.
Sophie replicò imbarazzatissima e con un filo di voce che a malapena si distingueva nel brusio dell’aula: “… le chiedo davvero perdono professoressa … ieri era il giorno del mio compleanno e non sono riuscita a prepararmi come avrei dovuto e voluto …”.
La Chenot chiuse il registro e la mandò a sedersi senza aggiungere altro.
Io invece ci rimasi malissimo. Eravamo in banco assieme da più di un mese, parlavamo tutto il tempo, e nemmeno mi aveva informata del fatto che compisse gli anni. Avrei voluto comperarle un regalo, e invece niente, tutto passato.
E così durante l’intervallo decisi di esprimerle con sincerità tutto il mio rammarico, cogliendola un poco di sorpresa, e causandole anche un bel po’ di fastidio; infatti non si attendeva che, nonostante ci frequentassimo tutti i giorni, io potessi aspettarmi di festeggiare con lei il suo compleanno. Fu quella la prima volta in assoluto, in cui percepii una certa freddezza da parte sua: ma dal momento che Sophie era una ragazza gentile ed educata, provò subito a rimediare farfugliando qualcosa di imprecisato, ed accennando timidamente ad una festa in casa sua con i parenti … ma si vide chiaramente che era anche assai imbarazzata.
Così, oltre alla figuraccia per la pessima prova di storia, adesso Sophie doveva vergognarsi anche per questo suo discutibile comportamento.
Allora certamente pensò di rimediare, ed il giorno dopo si presentò con un delizioso bigliettino decorato a mano, con alcune fatine delle fiabe, forse simili a come lei stessa si vedeva nella sua immaginazione; sul bigliettino c’erano scritti il nome mio e quello di mio fratello, il che confermava un vivo interesse nei confronti di quest’ultimo.
La festa era organizzata per domenica pomeriggio a casa sua, nel centro di Liegi.
L’abbracciai e la baciai, non mi era mai successo prima di farlo, e mi accorsi di quanto fosse vellutata la pelle del suo viso; poi subito mi sovvenne il pensiero del regalo, e del fatto di non avere davvero molto tempo a mia disposizione, per poterlo acquistare.
La Galerie – pensai – dobbiamo assolutamente andare alla Galerie insieme, in maniera da farlo scegliere a lei, il regalo di compleanno: non la conoscevo sufficientemente bene, da poterle comperare un regalo senza rischiare di sbagliarmi completamente nella scelta. E così le proposi di trattenersi con me subito dopo la lezione, e di andare assieme alla Galerie, che si trovava solamente a pochi isolati di distanza da lì.
La cosa le piacque moltissimo, come forse pure l’idea di potersi scegliere il regalo da sé, piuttosto che ricevere da me una sorpresa banale ed inutile.
Non mi restava che attendere André fuori dalla scuola, e provare a convincerlo; speravo in cuor mio che l’idea della festa in fondo lo attraesse. Ma purtroppo mi illudevo inutilmente: la domenica, come quasi tutte le domeniche, c’era la partita in televisione da vedere con gli amici.
Insistetti, lo implorai, gli dissi che non gli avrei mai più chiesto null’altro, per almeno un mese; allorché André cambiò del tutto l’espressione del suo viso, passando ad uno sguardo furbo e curioso; si guardò intorno con circospezione, e infine mi sussurrò con aria furtiva: “Nel sottoscala, andiamo! là c’è un bagno che nessuno conosce!”.
Passai dalla trepidazione all’angoscia più totale; ristetti e lo guardai con talmente tanto imbarazzo, che non credo di averne mai provato più così tanto in vita mia; esclamai: “Ma cosa hai in mente?!? qui? a scuola???”, e lui rispose: “forza, giù! nel sottoscala! … vuoi andare alla festa e comperare il tuo regalo? E allora giù! nel sottoscala ! … veloce!”
Mi trascinò via a spintoni, e mi ritrovai a rotolare come un sacco di patate giù per la rampa di scale verso il seminterrato, dove in effetti si trovavano alcuni bagni che pochi studenti conoscevano e utilizzavano.
Come facesse a conoscerli lui, questo non l’avrei mai potuto sapere; ma era oramai chiarissimo che cosa mi apprestassi a dover fare, per andare a quella stupida festa; non so bene per quale ragione al mondo, ma senza volerlo mi lasciai trascinare dentro al vortice, e così mi ritrovai chiusa con lui dentro un lurido bagno con pochissima luce.
Me lo ritrovai davanti, seduto come un re sul suo trono, sopra il coperchio della tazza, con le braghe abbassate ed il pene che gli penzolava tra le gambe muscolose come se fosse stato uno scettro. A quel punto quindi, io mi sarei dovuta inginocchiare coi pantaloni sul pavimento lercio, per poterlo così masturbare come egli desiderava.
Pensai a Sophie, che probabilmente era già in piedi fuori dalla scuola ad aspettarmi da un bel po’ di tempo, e provai ancor più vergogna ed imbarazzo; il solito odore di pesce fradicio mi faceva un ribrezzo insopportabile.
Pensai che quella sarebbe stata per davvero l’ultimissima volta in cui io cadevo così in basso, e che non si sarebbe mai più ripetuto; allora afferrai quel coso con entrambe le mani, pensando di farlo venire subito, ed immediatamente lo vidi rinvigorirsi ed irrigidirsi come un asse di legno massiccio. Era già duro da fare spavento.
André era vistosamente eccitato; mi tolse le mani di là con un gesto repentino e deciso, non capivo che cosa avesse in mente, ma lui mi schiarì subito le idee: “cosa aspetti !!! tira subito fuori quelle tette … muoviti !!!”.
Pensai a Sophie che era lì fuori in piedi ad attendermi, che la portassi alla Galerie per scegliersi un regalo. Esclamai: “… non voglio! … per favore André … non voglio! …”.
Non so per quale ragione al mondo, ma alla fine umilmente mi inginocchiai tra le sue gambe ed iniziai a sbottonarmi i primi tre bottoni della camicetta; il reggiseno me le conteneva a fatica, e dovetti quasi romperne l’elastico per farvelo scivolare via di sopra, liberando così le mie grandi tette bianche che subito rimbalzarono soffici sotto il tessuto.
André era già durissimo, e allora sperai ancora una volta di fare in fretta; estrassi i miei seni dalla camicia che erano ancora gelidi, appoggiandoli sul grembo di mio fratello, che era già tutto zozzo e fradicio; chiusi gli occhi per la vergogna e, reggendomi le tette con ambedue le mani, vi accolsi in mezzo il membro gonfio e turgido come un salame, che si lascio accogliere comodamente nel morbido.
Il fastidio, il disagio e l’umiliazione erano davvero indicibili; furono attimi brevi, ma per me interminabili, in cui muovendomi per farlo venire, mi capitò più volte persino, di sfiorare quel coso informe, con la bocca.
Quando infine André calzò il preservativo, il suo uccello era ormai talmente lungo, da far sì che la parte che io stringevo in mezzo ai seni, rimanesse ancora perfettamente scoperta; durò ancora per pochi istanti prima di sputare fuori un mare di sperma schifoso, che quasi mi vidi piovere addosso.
Solo qualche minuto più tardi, eravamo già nel bel mezzo delle Galerie a passeggio con Sophie, nel pieno dello struscio del sabato, camminando tra vetrine meravigliose e ristoranti di lusso. André ci avrebbe attese dentro al grande negozio di musica, senza davvero alcuna fretta; a quei tempi ascoltava dalla mattina alla sera alcuni orrendi gruppi metal.
Sentivo ancora il calore del suo membro tra i miei seni, e mi vergogno ancora ad ammetterlo, ma per la prima volta nella mia vita, avvertivo in quegli istanti una sorta di turbamento e di brivido caldo in mezzo alle cosce.
Non riuscivo a togliermelo di dosso, il pensiero di quel bastone vivo e pulsante, che sputava fuori spruzzi gialli di vivido sperma, gonfiandosi sempre di più nel suo piccolo cappuccetto di lattice trasparente.
Presa da tutti questi sordidi pensieri, notai come Sophie andasse girovagando senza meta, tra negozi di giocattoli per bambini e di inutili arredi per la casa.
Non so se vi fosse un nesso logico o meno, ma all’improvviso mi cadde l’occhio sulla vetrina di Roberta, un luminosissimo negozio italiano di lingerie. La pubblicità dell’ultima collezione di slip mostrava una modella molto carina, col codino e con una mela verde dentro al palmo di una mano, voltata di spalle, ad esibire un culo perfettamente sodo e tornito, impreziosito da un paio di mutandine bianche rifinite nel bordo.
Fui colta da un’illuminazione improvvisa: avrei regalato a Sophie un bellissimo completino in lingerie. Così corsi da lei, che era già andata qualche metro più in là, e le domandai gentilmente di chiudersi gli occhi. Lei rise di gusto, ma quando poi li riaprì, dinanzi al culo meraviglioso della modella, mise su una smorfia di malcelato disappunto.
Per la prima volta prendemmo così a parlare, di questo scabroso dettaglio anatomico; mi guardai bene dal confrontarla con la ragazza del poster, ma le feci notare quanto fosse importante – soprattutto con le gonne attillate che lei spesso indossava – scegliere delle mutandine sottili, possibilmente di quelle col filino di dietro.
Lei era molto sensibile e inizialmente ci rimase un po’ male: doveva essersi sentita osservata; ma alla fine riconobbe con un sorriso, di non avere mai riflettuto su questo aspetto, e che effettivamente i segni degli slippini sotto alla gonna erano assai brutti da vedere.
Acconsentì dunque ad entrare con me nel negozio, e si lasciò guidare verso l’angolo dedicato ai completini più eleganti, in pizzo; frugammo tutto l’immaginabile, senza trovare però nulla che ci piacesse.
Solamente alla fine, in un angolo più recondito del negozio, trovammo quello che serviva a Sophie: una serie di mutandine leggere e discrete in pizzo delicato e vaporoso; niente di vistoso o di esagerato, semplicemente adatto ad una ragazza acqua e sapone come lei. E lo slip che scelsi le piacque moltissimo: era leggero e soffice, e sul didietro era rifinito con una nuvola trasparente di pizzo a forma di fiore.
Scelse il color carne, un rosa chiaro molto elegante e delicato, e mi giurò che l’avrebbe indossato proprio l’indomani, per la sua festa di compleanno; ridemmo di gusto al pensiero di tutto ciò che avrebbe sognato di fare con quelle mutandine nell’occasione.
Nessuna delle due nominò esplicitamente André, che nel frattempo ci stava aspettando senza fretta dentro al negozio dei dischi, al piano di sotto; ma si intendeva benissimo che c’eravamo perfettamente capite, da ragazzette impertinenti e birichine quali noi eravamo.