un_altro_mostro


“All’inizio penso ad una scusa con cui la potrei avvicinare durante la pausa caffè. Lascio cadere qualche goccia incolore nel suo bicchierino. Ci vuole poco perché le faccia effetto. La sorreggo fino allo stanzino del custode in fondo al corridoio, faccio sesso con lei e le vengo addosso, sui vestiti, sulla faccia. La chiudo dentro e la lascio lì finché non riprende conoscenza e qualcuno non la sente strillare.
Altre volte è tardi e stiamo uscendo da lavoro. L’aspetto nascosto vicino alla sua auto e la colpisco alle spalle. La porto a casa con me, la lego al letto e me la scopo per dei giorni, più volte al giorno, finché non mi stanco di vederla”.
“E poi?”.
“Non ho pensato ad un poi, la mia fantasia finisce così”.
Lei rimane pensosa ad accanirsi morbosamente sulle pellicine delle unghie, lo sguardo basso, verso il vuoto.
“Nella prima fantasia lei saprebbe per forza poi che sei stato tu, non ci hai pensato?”.
Mi accendo una sigaretta prendendo tempo per rispondere.“È una fantasia”.
“E nella seconda? La seconda è un rapimento. Come minimo dovrebbe terminare con un omicidio. Meglio non lasciare testimoni. Poi disfarsi del cadavere: niente cadavere, niente reato. Dicono sempre così nei film”.
Mi alzo dal letto e guardo distrattamente fuori dalla finestra. Il cielo è grigio, come sono grigi i palazzi, come è grigio il mio completo, come è grigia la pelle che la mia amica si sta estirpando dai polpastrelli.
“È solo una fantasia”.
“Si, lo so, ma lei ti piace, si vede. È palese. Eppure la detesti. Quanto sono intrise di misoginia le fantasie che hai sul suo conto? Mh? Non è normale, per niente”.
Le ultime parole mi arrivano lontane e sovrapposte a padellame che confusamente rantola dal suo lavandino in cucina.
Corrugo la fronte, esalo il fumo dalla fessura del vetro aperto e picchietto la cenere sul davanzale. Uno sbuffo d’aria me ne ributta la metà in faccia e altrettanta finisce sul pavimento. La disperdo con la suola. La vedo sgretolarsi in una patina grigiastra appena visibile.
“Vuoi un caffè?” riemerge la sua chioma scompigliata da dietro lo stipite.
“No, grazie”.
“Sicuro? Tanto lo faccio per me. Beh lo faccio, se cambi idea c’è”.
Scaccio il mozzicone per la strada e torno a guardarla. Gli occhi cerchiati di nero, più del solito. Il picchiettare impaziente delle dita sul legno che contorna la porta.
“Cosa stai aspettando ancora? Ti ho già risposto”.
“Niente. Non sto aspettando niente. Pensavo mi volessi sgridare”. Si allontana a passi svelti.
“Sei grande perché io ti sgridi. E poi lo sai tu quante ore hai dormito stanotte”.
“Beh e quello che ti ho detto? Non mi rispondi nemmeno a quello?”.
“Ti ho già risposto”.
“Perché la odi così tanto?”.
Siedo di nuovo sul letto. La testa tra le mani. Non so nemmeno perché sono qui.
“Perché la odi così tanto?” riappare con due tazzine scompagnate: una azzurra e l’altra di vetro e al posto dei cucchiaini le palettine di plastica rubati a qualche distributore.
“Ti avevo detto che non lo volevo il caffè”.
“Mh, mh”.
“Mi hai sentito? Mi fa venire il bruciore di stomaco.”
“Mh, mh”.
“Tutti i giorni mi rifili questo schifo di un intruglio solubile del cazzo anche se ti dico sempre che non lo voglio il tuo caffè di merda, razza di una psicopatica”.
“Esci da casa mia”.
“Scusami. Io…scusami”.
“Ti voglio fuori, ti voglio fuori subito”.

Mi avvicino a lei e le tolgo la tazzina che le trema tra le mani e l’appoggio sulla scrivania. L’abbraccio e lei rimane seduta rigida, come un manichino.
“Non li voglio i tuoi abbracci. Sei un maniaco schifoso”.
“Mi dispiace tanto”.
Tenta di nascondere i singulti ma la sento tremolare tra le mie braccia.
“Non riesco a concentrarmi su niente. Se metto su la moca finisce che me la dimentico e faccio un disastro. So fare solo quello schifo di caffè solubile in bustina. Non sono buona a niente”.
M’inginocchio davanti a lei e le prendo le mani.
“Non devi dire così. È solo una fase. Devi tenere duro, anche per me. Specialmente per me. Non so con chi parlerei di queste cose se non ci fossi tu. Mi ci vedi che torno a casa, mh? Mi ascolti? Mi ci vedi che torno a casa ed esordisco con <Amore, hai presente la mia collega? Vorrei tanto violentarla. Hai presente le volte in cui facciamo l’amore che ti prendo con più forza? In realtà penso a lei. Le uniche volte in cui abbiamo fatto sesso da mesi, sì quelle. Pensavo di scopare un’altra>”.
Sorride di un sorriso amaro e si asciuga le lacrime. Tira su con il naso e mi guarda fiera, come è sempre stata ai miei occhi.
“Sei un vero disastro”.
“Lo so. Per questo mi servi tu”.
“Ti aspetto domani? Promesso: niente caffè”.
“A domani”.
“Ti voglio bene. A domani”.

Mi pulisco le scarpe sullo zerbino. L’acqua ha macchiettato lo scamosciato delle mie scarpe.
“Non arrivavi più”.
“Ho avuto una discussione stamattina”.
“Una discussione?” mi chiede prendendo il mio cappotto pesante di pioggia.
“Non era proprio una discussione in realtà. A malapena mi parlava, quindi…”.
“Cos’è successo?”.
La precedo in cucina e siedo al tavolino. La luce di queste giornate non ha ora: si diffonde bluastra strisciando dalle finestre e sin dalle 8 del mattino devi accendere la luce per vederci qualcosa. Ma noi stiamo qui seduti, al buio. Tra un’ora si timbra il cartellino.
“Mi sembri più in forma oggi”.
“Sono riuscita a dormire qualche ora stanotte”.
“Si vede”.
“Non cambiare discorso”.
Rimango in silenzio. Da dove posso cominciare?
“Allora?” mi domanda spazientita.
“Un secondo”.
Da dove posso cominciare? Letto violenza paura cos’hai nella testa? cos’ho nella testa? non sono così non sono io devo solo voglio sesso dolore smettila dolore paura guardala paura prendila perché? perché? perché?
“Non lo so”.
La testa mi sta scoppiando. La prendo tra le mani. Fisso la tovaglia, inizio a perdermi seguendo con lo sguardo i quadrati disegnati. Una linea poi l’altra. Un’altra, un’altra ancora. Un quadrato.
“Tranquillo. Rispondi solo alle mie domande. Ti va?”.
Annuisco.
“Avete litigato stamattina?”.
“No”.
“Stamattina non ti voleva parlare?”.
“Si”.
Rimane un momento a pensare. Non sembra nemmeno la stessa di ieri. Secondo quadrato terzo quadrato.
“Avete litigato ieri sera?”.
Sospiro.
“Si”.
Nemmeno io sembro quello di ieri. Quarto quadrato attaccato al secondo e al terzo.
“È per qualcosa che hai fatto?”.
Annuisco. Dolore piacere il primo e il quarto quadrato si toccano in diagonale non a fianco come gli altri due che invece si toccano sui lati.
“È per qualcosa che le hai fatto?”.
Annuisco. Perché l’ho fatto la amo le ho fatto paura ora ha paura di me non potrò mai più toccarla toccarla senza che lei abbia paura vorrei farle del male di nuovo a lei no non a lei.
“Le hai fatto del male?”.
È incredibile sono solo, quante parole? Una due tre quattro cinque. Eppure sembra ci abbia messo un’eternità a pronunciarle o forse sono io che le recepisco in differita. Come si dice? Inizia con la “D” come “differita”. Delay. Ecco, era delay.
Perché le ho fatto del male?
“Perché le ho fatto del male?”.
La testa mi sta scoppiando.
È dietro di me, in piedi. Mi stringe. È così rassicurante. Mi sento di nuovo umano. Sono un mostro. Cosa non va in me? Lei mi vuole bene comunque.
Cos’è questo rumore? Sta trascinando una sedia dietro di me. Ora è seduta. La sento respirare e il tocco leggero sul mio collo delle dita infilate tra la pelle ed il colletto della giacca.
“Vuoi ascoltarmi solo un momento?”.
Annuisco. Mi sento quasi bene ora. La testa riversa all’indietro, abbandonata. Tutto si sta calmando. Rallenta. È così rassicurante. La sua voce.
“Non è colpa tua. Hai capito? Qualsiasi cosa tu le abbia fatto, non è colpa tua. Ora stai soffrendo e non te lo meriti. Hai solo bisogno di essere capito, e per questo ci sono qui io. Lascia fare tutto a me, ok? Ti fidi di me? Chiudi gli occhi. Li hai chiusi?”.
Chiudo gli occhi e annuisco in maniera quasi impercettibile.
“È una bella giornata di sole. Quando esci di casa nemmeno riesci a guardarlo il grigio delle strade. Fissi solo l’azzurro intenso del cielo. È un turchese bellissimo, limpido, che di solito ti regala solo un giorno freddo d’inverno. Ma la temperatura oggi è piacevole. Sali in auto e in pochi minuti sei a lavoro, non c’è traffico. Hai proprio voglia di cominciare la giornata. Ci hai messo così poco ad arrivare a lavoro che decidi di berti un caffè prima di metterti alla scrivania. La saletta è vuota, sei uno dei primi stamattina. La macchinetta del caffè è ancora spenta. Premi il pulsante e attendi che si scaldi un momento. L’attesa non ti pesa, anzi. Guardi fuori dalla finestra e ti godi la vista. Poi senti dei passi nel corridoio. Sono scarpe con il tacco. Non ti volti ma continui ad ascoltarli. Sei talmente concentrato sul suono che nemmeno vedi più fuori dalla finestra. Ora vedi il suono. Vedi quelle scarpe con il tacco che si avvicinano passo dopo passo a te. Finché si arrestano. <Ah, ciao> ti dice lei sorpresa. <Ciao> le rispondi anche tu, senza voltarti. Non ancora. <Di solito sono la prima. È già calda?> ti chiede avvicinandosi. <La macchina del caffè, intendo> aggiunge con un misto d’imbarazzo e malizia. Tu fai sì con la testa. Ora ti è accanto. No, ancora non la guardare. Concentrati sul resto. Il suono del suo respiro, il profumo che ha messo oggi e quello degli abiti freschi di bucato che indossa. Con la coda dell’occhio vedi solo che ha una camicia bianca, un poco sbottonata. <Credo sia pronta> poggia la mano sul tuo braccio. Ecco, rivolgi lo sguardo a quella. Senti il calore del suo tocco attraverso la camicia? Com’è la sua mano? Affusolata, con le dita lunghe e sottili. Porta un anello d’oro con una pietra. Topazio. Forse è finto ma ha comunque una bella luce. Sali con lo sguardo percorrendo il suo braccio. Ora la puoi guardare. Ti sorride cortesemente. Porta un rossetto dal colore naturale che si sposa perfettamente con il suo incarnato. I capelli sono raccolti ma disordinatamente. Qualche ciuffo le cade sulle spalle. Spegni la macchinetta del caffè. Lei ti guarda confusa. <Perché l’hai spenta?> ti domanda. <Non mi va più il caffè> le rispondi. Ti avvicini e lei indietreggia. Ancora un passo. Finché alle sue spalle non incontra la resistenza del muro. Freddo. Lo senti sotto i palmi che hai appoggiato accanto alla sua testa. <So che lo vuoi anche tu, ho visto come mi guardi> le sussurri sottovoce. I suoi occhi hanno paura. Non c’è dubbio. Ma guarda le labbra. Sono socchiuse. Quella bocca ha fame. Non ti andrebbe di sfamarla? Stacchi una mano dal muro e poggi il pollice sul suo labbro inferiore. L’accarezzi. Continua a fissarti e tu le chiedi <succhiami il dito>. E lei timorosa esegue. Apre ancor più la bocca e accogli il tuo pollice. Con il viso ti avvicini a lei per guardarla meglio, più da vicino. Senti la sua lingua accarezzarti la pelle. <Andiamo nello stanzino> lei scuote la testa. Tu ti fai più vicino <Fai come ti dico io o vedi>. Lei cammina avanti a te mentre la sospingi sulla schiena. Di tanto in tanto si volta indietro a guardarti. Poggi la mano sulla maniglia. Lei per un momento si trova imprigionata tra te e la porta e il tuo viso finisce sul suo collo, tra i ciuffi che le scendono scompigliati. La sua pelle è profumata e il suo shampoo ha un buon odore. Apri, e dentro è buio. Non ci sono finestre. Accendi la luce con l’interruttore sul muro. Si frizza lampeggiando un neon e la porta si chiude dietro di voi. La chiave è nella toppa e tu la fai scattare. Questo suono le fa venire la pelle d’oca. Si sente in trappola. <Spogliati> le ordini sfilando la chiave dalla serratura e mettendotela nella tasca posteriore dei pantaloni. Lei scuote la testa. Slacci la cintura e la fai sibilare tra i passanti. Il suo lieve tintinnio risuona sordo in quello spazio angusto. Timorosamente allora lei inizia a sbottonarsi la camicetta. La sfila e poggia delicatamente su una sedia lì accanto rimanendo in reggiseno. <Anche il reggiseno> pronunci fermamente facendo schioccare la cintura tra le mani. Le sue mani ubbidienti spariscono dietro la schiena e in un secondo l’elastico perde di tensione e le coppe scendono insieme alle spalline. Il suo seno è bello, sodo, i capezzoli rigidi per il freddo umido e artificiale che emana dai muri in cemento. Vorresti già avvicinarti a lei e prenderle il seno tra le tue mani o appoggiare le labbra sulla carne e giocare con la lingua ma aspetti ancora un attimo, perché la vuoi completamente indifesa. Le indichi con lo sguardo il mobiletto di metallo di fianco a voi. <Girati di schiena e appoggia le mani sullo spigolo del pianale> così dicendo la spingi delicatamente tenendola per le spalle. Da dietro le guidi i polsi in modo che una mano stia da una parte del perno che sorregge i piani, e una dall’altra. Le sei così vicino che devi importi di non toccarla. Senti il calore che il suo corpo emana ma resisti. Con la cintura la leghi al mobiletto e ti allontani di un passo per guardarla meglio. La schiena leggermente incurvata verso il basso, a formare una conca. Dai fianchi una gonna nera e stretta, a tubino, le fascia le gambe fino alle ginocchia. I polpacci appaiono da sotto il tessuto e terminano nelle scarpe nere laccate di vernice. Sei eccitato?”.
Lo sono incredibilmente. Mi aggrappo ad ogni parola. Sulle prime ero restio, seppur tentato. Ogni secondo che l’ho sentita raccontare ho opposto sempre meno resistenza.
Ed ora sono lì. Eccitato. In quello sgabuzzino chiuso a chiave con lei. Che non aspetto altro se non prenderla con violenza mentre m’implora di non farle male.
“Sì, continua a raccontare”.
“Puoi toccarti se il mio racconto ti piace”.
Rimango un momento stupito. Prendo fiato per rispondere ma non mi esce alcun suono.
“Non devi preoccuparti, sei al sicuro con me”.
Inizio a passare una mano sui miei pantaloni che iniziano a stringere. Mi sbottono e li abbasso insieme ai boxer, fino alle caviglie.
Lei ricomincia il suo suadente bisbiglio dietro di me mentre inizio a masturbarmi.
“Ti avvicini cercando la cerniera per sfilarle la gonna. Si trova sul suo fianco destro. Con pollice e indice la fai scivolare fino a metà coscia. Il tessuto che prima le fasciava il corpo ora scivola via. Ti abbassi facendo scorrere le mani lungo le sue gambe e le alzi prima un piede poi l’altro per sfilare la gonna e riporre anche questa sulla sedia. Ti alzi. Vorresti appoggiarti al suo corpo con il tuo ma non è ancora il momento. Stando dietro di lei prendi i suoi fianchi e la fai leggermente indietreggiare. Poggi l’indice tra le sue scapole e lo lasci scivolare in quella dolce e accogliente valle, cercando di contare le vertebre. Una, due, tre. Finché non arrivi all’elastico delle mutandine. Lo pizzichi e dopo averlo tirato lo lasci andare, facendolo schioccare leggermente sulla pelle. Hai sbirciato mentre lo facevi? Scommetto di sì. Hai seguito la linea che separa i suoi glutei. Ora è di nuovo sparita sotto il tessuto. Con una mano palpi quella morbidezza. Poi anche con l’altra. Le stringi le natiche e le allontani leggermente, immaginando di infilarti, e le lasci di nuovo andare. Le mutandine ora seguono le sue forme. <Sei brava e silenziosa> ti complimenti con lei. A parte il suo respiro leggermente affannato non ha ancora proferito una sola parola. <Non hai nulla da dire?>. Lei fa cenno di dissenso con la testa. I capelli le ondeggiano tutt’intorno, muovendosi di qua e di là in moto contrario al suo viso. <Ti va un gioco?> le domandi con un accenno di sadismo nella voce. <Io ti faccio delle domande e tu devi rispondere correttamente>. Lei emette un piccolo gemito e scuote di nuovo la testa, abbassandola anche leggermente. <Sono domande semplici. Ne facciamo qualcuna di riscaldamento. Giusto per farti capire le regole>. Sfreghi i palmi come per scaldarti le mani e ti metti di taglio dietro di lei, pronto a punirla in caso commetta qualche errore. <Ok, cominciamo: come mi chiamo?>. <R…Roberto>. La tua mano colpisce con tutta la forza che hai il suo sedere. Lei sobbalza in avanti, poi si affretta a correggersi: <No, scusa era…era Federico>. Un’altra sculacciata e lei di nuovo si contrae. <Marco, Fabio, Francesco, non lo so!>. Le infili un’altra serie di sberloni, uno per ogni errore che ha commesso. Lei si contorce tirando a se i polsi sperando di riuscire a liberarsi dalla cintura. Inutilmente. Tu sei divertito ma anche un po’ offeso. Non sa nemmeno come ti chiami. <Male. Mi hai molto deluso. Lavoriamo insieme e nemmeno sai il mio nome. Questa sarà la prossima domanda: da quanto lavoriamo nello stesso ufficio?>. <Sono…credo siano…sei mesi?>. Le impartisci un altro sculaccione. Lei si divincola ribelle. Poi si calma di nuovo. <Un anno! Un anno!>. Di nuovo una sculacciata. <Hai ancora un tentativo. Pensaci bene questa volta. È facile>. Cosa vorresti? Che indovinasse? O preferiresti punirla ancora? <Eri…eri già qui quando ho iniziato> ti risponde. Invece di uno schiaffone passi delicatamente la mano sul suo sedere con una carezza. <Brava, visto? Non era così difficile. Un’altra. Sto iniziando a divertirmi> reciti sempre più eccitato. La mano un po’ ti duole. La guardi. È colorata da tante macchioline rosse raggruppate come in costellazioni. Rivolgi lo sguardo al suo sedere e anch’esso è bello rosso ma i contorni sono più sfumati. Dal bianco candido arriva al porpora con delicatezza. In cuor tuo speri che lei sbagli ancora. Vorresti non lasciarle nemmeno un centimetro di pelle chiara su quel bel fondoschiena. <Di che colore è la cravatta che indosso? Non sbirciare>. Lei ci pensa un attimo. Stringe le gambe. Non risponde. Appoggia la fronte sul suo avambraccio. Forse cerca di spiare? Intravedi il suo occhio destro e le impartisci una sculacciata bella forte. Lei solleva di nuovo la testa e la manda all’indietro, gemendo. <Non sbiriciare> le ordini seccamente. <Non mi ricordo!> si lamenta lei, tirando ancora indietro le braccia con strattoni tentando di liberarsi. Le infili una bella serie di scapaccioni, uno dopo l’altro, per rimetterla al suo posto. Lei li subisce mugolando. <Farai la brava adesso o devo dartene ancora?>. Lei abbassa di nuovo la testa. Ondeggia leggermente con i fianchi, come una bambina capricciosa. Le dai un’altra sculacciata perché ci ha messo troppo a rispondere. <Va bene> infine risponde con un filo di voce. Le dai un’altra sberla. <Va bene cosa?> le domandi con durezza. <Va bene, farò la brava>. La sfiori con una seconda carezza. La pelle è sempre più vividamente colorata e anche con tutta la gentilezza che le puoi usare le fai comunque male: anche lambendola appena si contrae e lamenta sommessamente. <Allora di che colore è la mia cravatta? Sto ancora aspettando> ripeti impaziente anche se con tono forzatamente gentile. <Io credo…>. <Tu credi?> la interrompi immediatamente. <È azzurra…con qualcosa, delle righine, non mi ricordo…>. Ha indovinato. Si merita un altro lieve tocco cui di nuovo prova a sottrarsi. Non è il momento che goda anche tu? Abbassi la cerniera dei pantaloni lentamente. Puoi distinguere il metallo di ogni dentello che si separa dagli altri. Lei mugola qualcosa che non riesci a capire perché coperto dal rumore metallico che produce tentando si sfilarsi dalla cintura con cui l’hai immobilizzata. Scosti le mutande e te lo tiri fuori. Ti avvicini a lei e le stringi un gluteo. Il dolore la scuote. Infili il medio dell’altra mano su un lato delle mutandine e lo fai scorrere verso il basso, scostando il tessuto da una parte, rivelando così il suo sesso. Passi la mano sfiorandola appena. Una volta, due. Puoi sentire il suo calore accarezzarti le dita. Tentarti. Invitarti. Vorresti infilarci il medio e scoprire se il dolore l’ha eccitata. Se si è bagnata. Se ha goduto in un modo che non avrebbe mai pensato. Ti trattieni perché non è con il dito che vuoi entrarle dentro. Ti appoggi a lei e la penetri. Lentamente. Ti muovi più piano che puoi in lei. Scivoli in quel calore. Ti ci perdi. Ti lasci abbracciare, di centimetro in centimetro, finché non sei tutto dentro il suo corpo e senti il suo sollievo. Senti che le piace. Sospira. Allora tu ti allontani per poi sprofondare di nuovo. Piano. Piano. Finché quell’attesa non ti logora. Finché non pensi ad altro che usarle più forza. Più violenza. E quel moto delicato si fa più duro, più crudo. La penetri con forza. Ogni volta fino in fondo. Le prendi la gola con una mano e con l’altra i fianchi. Puoi sentirla deglutire, spaventata, sotto la tua presa salda. E insieme godere. E aver paura di godere. Non desideri altro che prenderla tutta. Violentemente. Speri non si lubrifichi per consumarla. Sentire di più mentre lei soffre”.
Sto scoppiando. Non resisto più. È un piacere e una tortura pendere da ogni sua parola. Non desidero altro che venire, che lei mi conceda l’orgasmo. Continuo a toccarmi. Ti prego concedimi di venire.
“Fammi venire”.
Lei s’interrompe un momento, poi riprende.
“Senti che stai per venire. Ad ogni spinta sei più prossimo all’orgasmo ma non vuoi venire dentro di lei. No. Le liberi i polsi, butti i suoi vestiti a terra con una mano e la fai sedere sulla sedia. Lei fa per rimanere sollevata. Sedersi le fa ancora male. Ma non vuoi sentire storie e premi sulle sue spalle perché stia composta. Seduta come si deve. Sei vicino a lei. Prendi i suoi capelli in un pugno e le allontani la testa. Cominci a toccarti. Cerchi di rintracciare ogni piccola sfumatura del dolore che sta provando sul suo viso. Continui a pensare a quanto stia soffrendo grazie a te, e solo per dare piacere a te. Pensi al suo sacrificio esclusivamente per compiacerti, perché tu possa venire. E finalmente godi. Con il tuo orgasmo le ricopri il seno. Il tuo liquido caldo le cola sul corpo contratto nel dolore. Raccogli i suoi abiti da terra e ti ci pulisci. Ora dovrà andarsene in bagno e lavarsi e continuerà a pensare a te e a come l’hai punita per bene. Così come penserà a te ogni istante della giornata che trascorrerà seduta in ufficio, soffrendo, e non ci sarà fine al piacere che oggi potrai estorcerle anche solo guardandola.”
Rimango riverso sulla sedia. Sprofondato. Un piacere intenso cui mi sono abbandonato, cui lei mi ha condotto.
Si alza e si versa un bicchiere d’acqua. Beve rimanendo con la schiena appoggiata al mobiletto della cucina e mi guarda. Lo sguardo lucido, intelligente, come da tempo non lampeggiava nei suoi occhi. “Ti è piaciuto?”.
La guardo ancora confuso. Muovo la testa in segno d’assenso.
Si avvicina a me e mi bacia la guancia.
“D’ora in poi mi prenderò cura io di te. Ti prendo qualcosa per pulirti e poi vai a lavoro o farai tardi”.
La vedo sparire oltre la porta e mi sento incredibilmente sollevato.
Attorno a me la luce bluastra della cucina e il vetro della finestra rigato dalla pioggia.
Seguo ogni goccia scivolare.
Sono ancora un mostro?
Non mi sento più così.
Provo solo piacere.