(1°capitolo)

Melone Rosso Caldo

(di Edina Hélène Pérez Houllier)

Chi è la ragazzotta in carne, non proprio bellissima, che vestita come una cameriera d’altra epoca e con la gonnellina a fiori completamente sollevata, geme rumorosamente nel retrobottega del vecchio ristorante Place Dauphine? Sembra davvero una vacca in calore. E il ragazzo forte e nerboruto cui offre generosamente i propri fianchi e le proprie grazie, potrebbe essere davvero un rozzo soldato in libera uscita.
I due stanno creando un gran trambusto, soprattutto la ragazza con i suoi mugolii di piacere e con i suoi movimenti poco eleganti da elefantessa: speriamo che non se ne accorgano su dalla cucina del ristorante, non è nemmeno terminato l’orario di lavoro e la cameriera dovrebbe ancora essere lì a servire gli ultimi clienti della sera.
In realtà il tipo che la sta sbattendo nel retrobottega è proprio un cliente del ristorante, anche se non si direbbe uno abituale. E’ stato visto entrare, ordinare qualcosa di frugale con una certa indifferenza e fretta, ed infine parlottare con la ragazza dopo averle regolarmente pagato il conto.
E adesso se la sta scopando per bene nel sottoscala. Anche se deve essere un po’ scomodo soprattutto per lui che ha ancora i pantaloni addosso e deve stare leggermente piegato in avanti con la testa. Ora che si sporge un po’ indietro si vede cha ha un membro davvero possente, che non finisce mai, lungo e tornito. La cameriera ora è invece disposta avanti a lui a cavalcioni su una vecchia sedia di legno, con le gambe completamente divaricate, ed un lago di sudore e di umori che la cola dalle cosce fradicie. Dopo averla sbattuta a lungo e con impeto dal didietro, come un toro da monta, ora la possiede invece con ritmo più delicato e per certi versi gentile, anche se la ragazza non ha nulla di fine nei lineamenti e nelle movenze.
Il tipo invece deve essere anche molto robusto, se ad un certo punto la ragazzona appare come sollevata dalla sedia, costretta tra la piccola finestra ed il grosso membro davanti che la puntella come un chiodo, appiccicandola al muro. Ogni tanto un gridolino rompe l’aria umida e polverosa del piccolo ripostiglio, ad anticipare il vortice dell’orgasmo in cui la cameriera sta per sprofondare.
Fuori dalla minuscola finestra, dalla quale nessuno può scorgerli, delle piccole campanelle suonano, e l’Île de la Cité offre il solito aspetto languido e un po’ triste, di vecchia nobiltà decaduta.

Août

Un agosto così caldo e afoso faticavamo a ricordarlo. Conobbi Sophie Coppel nell’estate del 2003, esattamente il primo giorno della scuola di architettura.
Appena la vidi mi riuscì istintivamente molto simpatica, con uno sguardo dolce e mansueto. Mi colpì la sua pelle bianca color latte, oltre ovviamente ai suoi fianchi abbondanti che era impossibile non notare, ed il didietro tondo e burroso che a malapena la gonna beige attillata riusciva a contenere.
Sophie era davvero tutta tonda e sproporzionata, anche se nel suo complesso possedeva una caratteristica molto personale di dolcezza e sensualità, una bellezza innocente e verginale.
Le proposi di sederci in banco assieme, e lei accettò senza esitazione con un amabile sorriso. Insieme prendemmo subito a parlare molto, era come se ci fossimo conosciute da una vita, e finivamo quasi sempre per divertirci un mondo anche durante le lezioni, sedute nell’ultima fila sulla destra.
Era di mamma tedesca e papà franco-belga, anche se il vero padre Alfred, probabilmente uno dei più celebri avvocati di Liegi, era già morto da alcuni anni senza che lei avesse mai potuto conoscerlo di persona. Quest’ultimo aveva ingravidato la madre Claudia, a quei tempi sua giovane segretaria ventenne, poi liquidata con una montagna di soldi e con la piccolissima Sophie da accudire.
Io invece a quei tempi, vivevo alla periferia di Liegi con papà che era un austero e silenzioso professore universitario, la vecchia signora Lilli, e mio fratello André. Eravamo rimasti orfani di mamma fin da quando eravamo piccoli: con Sophie condividevamo anche questo.
Andavamo alla scuola con il tram, io annotavo tutto sul mio piccolo diario, ed era tutto sommato un periodo dolce e spensierato. Anche se c’era un’ossessione morbosa e alquanto fastidiosa che mi tormentava da un bel po’ di tempo: precisamente fin da quando – per volere di mio padre – mio fratello André aveva preso a controllarmi e a seguirmi dappertutto.
Non è certo vero che io desiderassi di uscire di casa spesso; ma ogni rara volta che un’amica m’invitava, dovevo come prima cosa provare a convincere André ad accompagnarmi e a venirmi a riprendere, e spesso non c’era davvero alcun verso di riuscirci. Finivo ogni volta per implorarlo disperatamente, promettendogli favori in cambio del suo aiuto; finché un bel giorno non osò chiedermi una cosa ripugnante, vergognosa ed imbarazzantissima da raccontare.
Se adesso ritornassi indietro a quei giorni, mi rivedo tutta piccola e timida con i capelli lisci, a caschetto, di colore nero corvino: per niente bella, additata e scrutata da tutti solamente per via del mio abbondantissimo decolté.
Infatti, indossavo la quinta taglia fin da quando ero bambina, e bastava a malapena a contenere i miei grandi seni, che erano bianchi e sodi, rotondi e allungati, proprio come due enormi chicchi d’uva.
La cosa aveva smesso di darmi fastidio, dal preciso istante in cui i ragazzi avevano iniziato ad apprezzarli, anche se spesso con commenti volgari ed indecenti. Per dirla davvero tutta, alla fine ciò non mi dispiaceva affatto. Anzi, sognavo che prima o poi qualcuno di loro, potesse avere il coraggio di farsi avanti con me.
Non avevo ancora avuto un ragazzo, ma in quel periodo dolce e spensierato qualcosa mi lasciava presagire – non so bene per quale ragione – che sarebbe ben presto arrivato anche il mio momento, in cui mi sarei perdutamente innamorata.

André

Credo che se non fosse stato mio fratello, me ne sarei innamorata anch’io; certamente Sophie lo fu perdutamente fin da quando lo vide accanto a me il primo giorno all’uscita della scuola. Ricordo benissimo lo sguardo impertinente con cui mi domandò, se per caso fosse stato il mio ragazzo; e ricordo anche bene la sua espressione di giubilo, quando le dissi che non lo era. Era davvero innamorata di lui ed era molto buffo.
Lui non era bello, ma era fisicamente a posto, tosto e sicuro di sé – a differenza di tanti altri ragazzi tutti timidi ed impacciati; sono certa che avesse già fatto sesso molte volte, anche se – nonostante mi raccontasse molti dettagli delle sue frequenti avventure erotiche – a quei tempi io non gli credevo affatto; e soprattutto non conoscevo ancora nessuna delle sue presunte fidanzatine da letto.
Aveva i capelli rasati ed un accenno di barba incolta; occhi chiari e fisico robusto e muscoloso; aveva anche il vizio di vestirsi sempre come uno straccione, e di fumare tantissime sigarette, nonostante le raccomandazioni quasi materne e le amorevoli cure della signora Lilli. Ma questo lo rendeva ancora più attraente e sbarazzino agli occhi delle ragazze.
Quello che invece molte ragazze non potevano conoscere, era ciò che mio fratello nascondeva tra le gambe e sotto i pantaloni: un pene enorme, un grosso bastone durissimo di legno giovane, che in pochi secondi diveniva vivo e pulsante come un’anguilla. Io lo vidi per la prima volta e ne fui terribilmente impressionata e spaventata, era grosso come il membro un cavallo, e molte delle mie timidezze derivarono certamente da questa visione. Poi le cose iniziarono lentamente a cambiare, fino al punto in cui questo scabroso argomento divenne tra di noi, motivo di grande ironia e di scherzo, senza più alcun imbarazzo da parte mia.
Un bel giorno però, lui osò chiedermi perfino di toccarglielo. Io mi rifiutai categoricamente – arrabbiandomi tantissimo con lui, al punto tale che non gli rivolsi parola per moltissimi giorni; ma la volta successiva, André si spinse addirittura fino al punto di ricattarmi, minacciando che – se io non l’avessi masturbato – lui di contro non mi avrebbe mai più accompagnata a passeggio con nessuna delle mie amiche.
Era davvero un bastardo; ma se solo io l’avessi riferito a nostro padre, questi avrebbe certamente finito per credere piuttosto a lui che non a me. Ed io di contro, avrei finito col fare la solita figura da bambinona stupida, come tante altre volte.
Anzi, temevo che se solo gliene avessi parlato, avrei anche finito per prenderle, come qualche volta era accaduto in passato; infatti a ben pensarci, ogni qual volta che io litigavo con André, finiva sempre allo stesso modo, con lui che aveva ragione ed io che venivo punita esemplarmente.
Così chinai il capo e mi sedetti sul bordo del letto, dove André si era appena coricato col pigiama leggermente calato, ed afferrai quel bastone così vibrante e muscoloso con un bel po’ di timidezza e di vergogna; lo strinsi alla base e subito lo sentii dilatarsi come un animale che esce dal suo guscio; non immaginavo nemmeno quanto il semplice fatto di afferrarlo, potesse farlo gonfiare al punto quasi da scoppiare.
Mi dava ribrezzo l’odore alacre di pesce che emanava, giurerei che neppure se lo fosse lavato per moltissimi giorni; nonostante ciò, lasciai scivolare lentamente il palmo della mia mano vicino alla base, quando oramai quel coso era già eretto come un pilastro.
Mio fratello non dava nemmeno un timido segnale di piacere, ed anzi come tutta ricompensa, mi ordinò senza alcun rispetto, di stringerglielo ancora più forte; ed io obbedii, sentendolo pulsare così nella mia mano, più caldo e vivido che mai. Mi disse di aprirlo e chiuderlo, cosa che fino a quel momento non avevo nemmeno immaginato potesse procurargli del piacere; obbedii ancora una volta, e finalmente André prese lentamente a soffiare e a dare chiari segni di godimento.
Mi disse ansimando: “… brava, così, devi ancora imparare, ma si vede che sei brava … “, e rise in modo davvero sadico, mentre dal cassetto vicino al letto dove era coricato, tirò fuori una bustina di plastica, che infine apri stracciandola ed estraendone subito un piccolo cappuccetto di gomma.
Mi sentii umiliata e abusata; in fondo stavo solo facendo una sega a mio fratello, ed era la prima volta in assoluto in cui toccavo un pene in carne ed ossa; ero sporca e svergognata, anche se in fondo stavo solo imparando una cosa che sicuramente prima o poi, mi sarebbe molto servita.
Mentre proseguivo il mio lavoro stringendo alla base e aprendo e chiudendo, André decise di infilare il preservativo, e lo fece in modo delicato e soffice, come se stesse indossando un indumento. Arrivava a malapena a metà, lasciando così la base dell’enorme bastone, completamente disponibile per il mio lavoro di fino.
Senza alcun preavviso poi, a un certo punto quel coso mi esplose letteralmente nella mano, in una nuvola viscida di sperma giallo che in pochi millesimi di secondo riempi il preservativo dilatandolo all’inverosimile.
Il pene gli rimase perfettamente eretto, mentre André sfilava via il cappuccetto, ed un odore di pesce ancora più insopportabile inondava la stanza; presi un fazzoletto nel tentativo di pulirmi la mano, e gli chiesi se almeno gli fosse piaciuto; ma lui replicò con tono sprezzante: “… sei troppo rigida, così non va bene … la prossima volta me lo prendi tra le tette …” e rise nuovamente in modo sadico e perverso.
“Scordatelo !!!” urlai io in preda alla collera più viscerale; mi sollevai dal letto come una furia, e scappai via in bagno, sbattendomi la porta dietro alle spalle. Poi, una volta chiusa lì dentro, in solitudine scoppiai miseramente in lacrime.