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‘È veramente bello qui’ si schiarisce la voce lui sondando l’alto soffitto e la libreria.
‘Pagherai una fortuna di affitto’ aggiunge lei seccamente.
‘Oggi in ordine vorrei fossi sua moglie, la mia amica e la mia paziente. L’agente immobiliare per stavolta la lascerei fuori dallo studio’.
Provo a stemperare la palpabile elettricità nell’aria.
‘Scusala, era piuttosto nervosa prima di venire qui’ risponde al mio sorriso lui garbatamente.
‘Non sei così senza peccato da poterti permettere il lusso di scusarti per altri’.
‘È una tua amica e sta facendo tutto questo per aiutarci, vorrei solo provassi ad essere gentile’.
‘Fine primo round! – li interrompo prima che la situazione degeneri – lasciala parlare comunque, non preoccuparti. Anche i dubbi riguardanti la seduta possono rivelarsi utili. Non siete clienti nel senso canonico del termine, no? Siamo tra amici. L’unico motivo per cui vi ho invitati qui e non da me era per la privacy di cui godiamo qui, e, forse ancora più importante, perché ci troviamo in un contesto differente che possa facilitare la terapia. Ma non voglio annoiarvi con questi dettagli. Dunque, avete avuto reazioni diverse quando vi ho proposto di venire da me? Ne avete discusso a lungo?’.
‘Io ero molto più propenso alla cosa’.
‘Figurati se non ero io la cattiva, strano! Anche in questa situazione ne vuoi uscire da vittima, eh?’. Si agita sulla sedia stizzita. Gli occhi sono imbevuti di furia e umiliazione, la bocca è arricciata, disgustata.
‘Non riesco a parlarci con lei’ si rivolge a me implorante. Il volto insolitamente segnato dalle occhiaie, le cornee rigate dai capillari come zampette artigliate che puntino minacciose ad afferrargli le iridi.
‘Ok, ok, uno alla volta. Non volevi venire da me?’ la invito a rispondere con lo sguardo.
Lei sbuffa, fissa il soffitto, incrocia le braccia, accavalla le gambe e si appoggia allo schienale.
‘Non è che non volessi venire, è che reputo tutto questo inutile – rendendosi poi conto di quanto ha appena detto, freneticamente aggiunge – ho piena fiducia nelle tue capacità, non si tratta di questo, assolutamente! Però penso per noi non ci sia più nulla da fare. È ammirevole che tu abbia voluto invitarci qui, non so come sdebitarmi, ma penso che ti stiamo facendo perdere tempo’.
‘Il mio studio è aperto da un mese, quanti clienti pensi che abbia esattamente?’ sorrido ironica.
Lei pare allentare un poco quel nodo di arti in cui si era avviluppata.
‘Tu cosa pensi di quanto ha appena detto?’ mi rivolgo nuovamente a lui che, con le braccia ciondoloni tra le gambe aperte e la schiena curva, pare un goffo cane cui sia stato portato via l’osso.
‘Non ho dubbi di aver sbagliato, eh, chi può negarlo? Sono stato un pazzo! Ma quello che provavo quando ci siamo sposati lo provo ancora – poi si rivolge a lei – capito? Ti amo ancora, farò tutto il possibile per rimettere le cose a posto; mi hai sentito? Se mi dovesse dire che mi devi picchiare, mi farò picchiare, se dovessi farti da scendiletto per un mese i tuoi piedi poggeranno sulla mia schiena tutte le mattine, e se aiutasse sbrigare le faccende, le tue mani non toccheranno un piatto o una padella per tutto il tempo che ci vorrà!’.
Lo sguardo di lei continua a puntare il soffitto, il mento alto, sdegnoso.
‘Va bene così – lo interrompo prima che inizi a baciarle i piedi – ora inizia la parte difficile. Non mi trovo in una situazione semplice, io tengo a voi moltissimo ed è spiacevole per me dover portare alla luce argomenti di cui probabilmente non vorreste parlare e, soprattutto, dirvi cose che non vorreste sentire. Tuttavia avete scelto liberamente di venire qui, e siete altrettanto liberi di andarvene in qualunque momento, se quello che dico non vi piace, o se quello che vi potrei chiedere di fare vi mettesse in qualche modo a disagio. Ma prima vorrei sapervi entrambi motivati’.
Lui balza sulla sedia ‘naturalmente!’.
Lei rimane barricata tra le braccia conserte con il nostro sguardo che le pesa sotto le palpebre; scrolla le spalle ed accenna un “sì” con la testa.
‘Perfetto allora. Vorrei che vi baciaste’.
Lui si volta all’istante, lei aggrotta la fronte e m’interroga: ‘dici sul serio? Fai baciare i tuoi pazienti?’.
‘Di norma no, ma come vi ho già detto, non siete propriamente miei pazienti, e questa non è propriamente terapia di coppia. Sto cercando di aiutarvi, ma serve che vi fidiate di me’.
Dubbiosa scruta la mia espressione per capire se sono seria poi si arrende, si gira e da un bacio a labbra serrate a suo marito.
‘Dovete impegnarvi più di così se volete che la vostra storia non finisca’ li rimprovero.
‘Vuoi…dobbiamo baciarci con la lingua?’ chiede imbarazzato il marito, quasi sottovoce.
‘Si esatto, vorrei un bacio alla francese, quello che vi davate quando eravate sposini novelli. Un bacio vero’.
Rimangono incerti, eppure mi assecondano.
Lui chiude gli occhi, lei li tiene aperti. È rigida, dura, ma a poco a poco pare sciogliersi, lasciarsi un pochino andare. Prende la sua testa con una mano, e con la bocca accoglie la sua, rabbiosamente.
Poi si stacca, nel suo pugno i capelli intrappolati di lui, che la fissa anelante con la bocca aperta.
‘Meglio?’ mi rivolge in tono di sfida.
‘Molto meglio, sì. – rispondo con tranquillità – Alzatevi’.
‘Non ci chiederai di spogliarci o cose del genere vero?’ domanda sarcastica mentre si alzano entrambi.
‘Non farete nulla che non volete fare’ taglio seccamente.
Lei accenna una risata, in dubbio se io stia scherzando o meno.
Una volta che sono in piedi mi alzo anche io. Giro attorno alla scrivania e mi avvicino.
‘Chi sta sopra?’.
‘Non penso che questi siano…’ risponde lei in difficoltà, ma io taglio corto.
‘Chi sta sopra tra voi due?’ scandisco ogni parola, non c’è spazio per obiezioni.
‘Lei, di solito’ risponde il marito.
‘Di solito?’ indago con voce di rimprovero.
‘Sempre – sbotta lei duramente – ha qualche importanza?’.
‘Quando l’hai tradita in che posizione hai fatto sesso?’.
Lei mi fissa con gli occhi sgranati, poi afferra la borsetta, lui balbetta qualcosa.
‘Non ci sto a farmi trattare in questo modo’ mi rimprovera guadagnando l’uscita.
‘Non te ne andare. Sono qui per voi, ricordi? Devi solo fidarti di me, ti chiedo solo questo. Fallo per il tuo matrimonio’.
Lei rimane esitante con la mano sulla maniglia, a fissare la porta.
Si gira e torna da me.
‘Rispondile!’ gli urla spazientita non abbandonando mai il mio viso con lo sguardo.
‘Lo abbiamo fatto…io ero dietro di lei’ il marito si fa rosso e lo sguardo cade sul pavimento.
‘Cosa volevi dimostrare esattamente?’ mi ringhia lei a denti stretti, cercando di mantenersi calma.
‘Credo ci sia una parte di lui che non conosci, e che probabilmente nemmeno lui ha mai avuto occasione di esplorare. Tu sai di avere un carattere molto forte. In questo modo lui non è mai riuscito pienamente ad esprimere questo aspetto, finché non è arrivato ad una sorta di punto di rottura’.
‘Mi stai dicendo che è colpa mia se mio marito mi ha tradita?’.
‘Non dico assolutamente questo – mi affretto a rassicurarla – nessuno ha parlato di colpe, non sta a me decidere dove stia la ragione e dove il torto. A me importa solo che voi possiate tornare ad essere una coppia felice, anche più felice di come eravate prima se riuscite a gestire questo aspetto nuovo’.
‘E come pensi esattamente di insegnarcelo?’ mi domanda lei con tono di sufficienza.
‘Vorrei che tu provassi a lasciarlo dominare’.
‘Va bene’ alza lei le spalle.
Entrambi la guardiamo.
‘Credo che lei intendesse adesso tesoro’ si fa avanti il marito.
‘Vuoi che facciamo sesso adesso? Davanti a te? Ma sei impazzita? Io non ci penso minimamente’.
‘Non ti chiederei mai nulla del genere. Ci sono tanti modi fisici e non per sopraffare una persona senza che la cosa preveda necessariamente un coito’.
‘Parla come mangi dottoressa!’ mi canzona.
‘Te siediti e lui si mette sulle tue ginocchia’.
‘Le mie ginocchia?’.
‘Si, le tue ginocchia. Dai, siedi’.
Dalle caviglie fino al bacino è un unico viluppo di tensione. Lui impacciato si sdraia pancia in giù; a lei sfugge una risata isterica, seppur con una nota di sincerità.
‘E ora?’ mi domanda lei sorridente.
‘Ora lo devi sculacciare’ rispondo con altrettanto sorriso.
‘Ah per me non ci sono problemi’. Vedo che la terapia inizia a piacerle, non avevo dubbi.
La sua mano si solleva, ma prima che sferri la prima, mi guarda crucciata. ‘Devo tirargli giù i pantaloni?’.
‘Come vuoi, devi sentirti a tuo agio’.
‘Io veramente preferirei…’ il marito ci interrompe mentre in quella scomoda posizione si sta facendo paonazzo.
‘Mi spiace, ma in questa fase è lei che decide e tu devi stare al suo volere’ gli spiego con pazienza.
Il sorriso le si fa sempre più largo.
‘Sai cosa ti dico? Tirati giù i pantaloni!’.
Lui imbarazzato l’accontenta.
‘Adesso posso sculacciarlo?’ mi domanda con gli occhi sempre più scintillanti.
‘Certo, ora puoi fare quello che vuoi’ la rassicuro.
Gli sferra il primo sculaccione. Io intanto mi dirigo verso la porta e la chiudo a chiave.
Quando mi volto la trovo sorridente; con una pacca dopo l’altra lascia cadere la sua mano vigorosamente sul sedere di lui che tenta di mantenere l’equilibrio poggiando i polpastrelli sul tappeto.
‘Quante gliene devo dare?’ mi domanda senza distogliere lo sguardo dal suo sedere e senza cedere per ritmo o forza.
‘Quante pensi che ne meriti’.
La lingua sfiora le labbra maliziosamente e la mano impartisce un altro colpo. Nonostante le sue piccole mani i segni rossi cominciano a soffermarsi sulla pelle, ad accavallarsi, a sovrascriversi e sdoppiarsi.
Lui, che fino a quel momento aveva sofferto in silenzio, seppur con il fiato rotto, comincia a gemere.
‘Perché lo stai sculacciando?’ mi chino sulle ginocchia in modo di guardarla dal basso verso l’alto.
Si ferma.
‘Mi hai detto tu di farlo’ risponde lei ansante.
‘Sì, ma ti sta piacendo’.
‘Sì, mi sta piacendo’ lei mi sorride maliziosa, ubriaca di potere.
‘Perché ti sta piacendo?’ la incalzo mentre i miei occhi diventano specchio dei suoi, partecipe di quel controllo e quella sicurezza.
‘Se lo merita’. E detto questo sferra un’altra sculacciata. Lui si contrae, geme, si lamenta.
‘Lo stai punendo quindi?’.
‘Si. Si, esatto’ annuisce lei sorridendo e passando la mano sui suoi glutei dolenti, come a studiarne i lividi. Prima che io possa aggiungere altro, a tradimento gli sferra un’altra sculacciata. Lui geme più forte, ma non si ribella.
‘Voglio sentirtelo dire’.
‘Lo sto punendo – un’altra sberla – se lo merita!’.
Un’altra ancora.
‘Mi hai sentito? Ti sto punendo!’. Lui geme e fa si freneticamente con la testa.
‘Fa male ti prego smetti!’.
‘Pensi di non meritarti la punizione?’ e accompagna la domanda con un altro schiaffo.
Lui mugola ma rimane in silenzio.
‘Rispondi!’ e la sua pelle è di nuovo battuta. Dolente, arrossata, come arrossate sono le mani di lei. Ma è come se non lo sentisse, come se non sentisse il peso che grava sulle sue gambe ma solo il dolore di lui. Il suo dolore che emerge in un lampo dalla pelle, impresso come una fotografia, e in un singulto dalla sua voce rotta.
‘Questo è per avermi tradita!’ e la pelle di nuove freme, trema, arrossisce.
Conclusa la frase, la mano si arresta e vibra nel vuoto. Ondeggia come una piccola barca su cui s’infrangano le onde di un grosso motoscafo.
Il fiato va e viene rumorosamente dalle loro bocche.
I capelli raccolti sono sfuggiti alle forcine, si sono separate da quel viluppo ordinato, rigoroso.
Lui quasi piagnucolando scivola via dalle gambe di lei e s’inginocchia con il viso tra i palmi.
Lei ansima. Gli occhi arrossati. Poi sorride.
Sorride leggera, spensierata.
Sorride innamorata.
‘Come ti senti?’ le domando non appena abbia avuto il tempo di riprendere fiato.
‘Sto…meglio. Molto meglio’.
Si alza quasi in trance e non appena lui si trova davanti quelle due colonne erette vi si aggrappa, come un pagano troppo devoto al tempio. Stringe le braccia attorno alle cosce tanto forte che quasi lei perde l’equilibrio. Ma ora è pacata, tranquilla, incline al perdono. Allunga una mano ancora tremante sulla sua testa.
‘Alzati’ tocco la spalla di lui ancora genuflesso.
Ci guarda dal sotto in su con gli occhi vacui e umidi, poi si rimette in piedi.
Lo prendo per le spalle ‘ora è il tuo turno’.
Mi fissa stupito, le sopracciglia sollevate a far da contorno a quel viso attonito.
Decido di tornare da lei in modo che possa farsi mia complice.
‘È importante ora che, come tu hai avuto la tua catarsi lui abbia la sua, capisci? La sua parte repressa ha maturato negli anni una forma di odio nei tuoi confronti. Non dico che tuo marito ti odi ma questo aspetto dominante normalmente avrebbe potuto sfogarsi con una sessualità più violenta saltuariamente, ma non essendo successo la cosa è lentamente evoluta. La necessità d’imporsi su di te e diventata desiderio di farti male fisicamente, e poi farti male psicologicamente, tradendoti ed esercitando il proprio predominio su un’altra donna. Quello che ora vogliamo fare è insegnare ad entrambi a soddisfare anche questo aspetto del suo carattere, mi spiego?’.
Lei annuisce gravemente, come fossi una dottoressa che stia suggerendo una terapia sperimentale ad un parente terminale.
Riguadagno il centro della scena.
‘Tu metti i palmi sulla scrivania e piegati’.
L’ansa della sua schiena termina silenziosamente sotto la lunga gonna a pieghe.
Mi avvicino a lui e lo conduco alle spalle di sua moglie. È timoroso, esitante.
‘Colpiscila’ gli consiglio sottovoce all’orecchio.
Lui rimane a fissarla.
Un’ombra di desiderio si cela sotto le ciglia ancora umide.
‘Non ti va di colpirla?’.
Gli occhi rimangono puntati sul suo corpo.
‘È qui, completamente indifesa, puoi farle quello che vuoi. Con me sei al sicuro, noi non ti giudicheremo, vogliamo solo il tuo bene’.
Infilo lentamente una mano sotto la gonna e, quando la piega del mio avambraccio scompare sotto l’orlo rovescio, il tessuto sulla sua schiena mostrando i glutei divisi nel mezzo da un perizoma che corre sottile.
Deglutisce, le dita sono animate da un moto quasi involontario.
Lentamente afferro il suo polso e lo guido sulla natica.
Il suo palmo rimane un secondo immobile, poi inizia a vagare per circoli su quelle rotondità; una bussola smarrita: prima in un senso, poi nell’altro, muovendosi, arrestandosi, oscillando e ripartendo.
Il palmo poi muore, cade lungo il fianco quasi inanimato. Socchiude gli occhi, sospira.
Uno schiaffo risuona sonoramente nella stanza. Con un guizzo del braccio la mano è tornata sul sedere e poi di nuovo ciondoloni. Se non avessi sentito il rumore nulla al di fuori del lievissimo rossore sulla natica mi avrebbe fatto credere che l’avesse sculacciata.
Così come la volta precedente, un’altra sberla la colpisce a tradimento.
Seguo il polso abbandonarsi e seguendo il suo moto mentre scivola giù vedo comparire nei suoi pantaloni un rigonfiamento all’altezza del cavallo.
Inghiotto e mi sforzo di non sorridere compiaciuta.
Le sculacciate proseguono, isteriche, fulminee; i segni che lasciano non somigliano quasi ad una manata, ma al colpo che lascerebbe una frusta: ogni volta diverso a seconda di come cade la pelle delle sue code.
Poi all’improvviso il suo braccio non risale più, i pugni si stringono, si annodano.
‘Non ti sto sentendo gemere’.
Il tono mescola frustrazione e rabbia.
‘Allora colpisci più forte’ lo sfida.
Lui con i denti stretti in una morsa accetta. La mano s’infrange con un forte schiocco sul suo sedere.
I piedi saltano sulle punte per un istante ma nessun gemito.
La mano torna nuovamente sul gluteo che si fa sempre più arrossato.
La testa scivola tra le mani poggiate alla scrivania ma nessun gemito.
Così ancora, ed ancora, ed ancora.
Il volto gli s’è fatto di nuovo arrossato, di un rossore ben diverso da prima.
Gli occhi sono scuri, gli iridi tutt’uno con le pupille all’ombra delle sopracciglia inarcate, abbassate, pronte a baciare le guance.
La cintura esce sibilante dalla vita dei pantaloni e schiocca tra le sue mani.
Lei si volta sorpresa e spaventata ma non fa il tempo a fermarlo che l’occhio di pelle che esce dal suo pugno le sferza il sedere.
Il gemito non arriva immediatamente ma dopo un lungo respiro, come avesse dovuto risalirle dalla zona dolente sino alla gola.
Prende la rincorsa con fianco e spalla e le da un’altra fustigata.
Le strisce bianche sbalzano sulla carne in un bassorilievo che pian piano si colora del rosso vivo circostante.
Immagino il sangue scorrere a fiotti sottopelle, frenetico, fino a far diventare la zona calda, bollente, dolente, livida, rossa, viva.
Di nuovo la cinghia ricorda il suo passaggio; segna il solco già scavato.
Lei spasmodicamente agita il sedere, geme, supplica ‘non colpirmi più!’, ma lui prosegue. Il sudore dai capelli gli inumidisce la fronte, gli occhi rimangono neri e brutalmente inespressivi, digiuni da sempre e ora insaziabili.
E in quel punto una lacrima più rossa delle altre, all’ennesima cinghiata, si scopre dove forse quel fermento sanguigno non poteva più esimersi dallo zampillare.
Solo allora lui si ferma. Il lieve tremore ora fa tintinnare la fibbia della cintura.
La lascia cadere sul tappeto.
La moglie esausta la segue.
Lui passa la mano sotto al suo mento, lei lo guarda come non l’ho mai vista guardare.
Lui rimane in piedi per il resto della seduta ed obbliga lei a sedersi. La fronte le rimane corrucciata e le palpebre chiuse per quasi tutto il tempo.
Poco importa, tanto sono io a dover parlare.
Li accompagno alla porta e faccio scattare la serratura.
La segretaria non c’è, il che ci eviterà un momento d’imbarazzo.
I loro sguardi sono pensosamente vuoti ma si tengono per mano.
Siedo compiaciuta con i pugni sulla mia scrivania.
Oggi non ho altri appuntamenti, metto un poco in ordine.
Un petalo di rosa bordeaux su una coltre di neve fresca. Una goccia di sangue rimane tremolante sulla pelle bianca della poltroncina. Non può essere assorbita dal tessuto, quindi sembra lì incerta e dubitante sul suo destino.
Non ricordo nemmeno quello che sto dicendo, forse non sto dicendo nulla. Ricordo solo il viso di lei alla scrivania che implora di potersi alzare. I movimenti cauti e costanti nel cercare un modo di stare seduta che non sia doloroso. Forse impiego più tempo del dovuto a terminare la frase. Parlo pacatamente, per costringerla a restare ad ascoltarmi lì seduta.
M’inginocchio sul tappeto e con la mente torno ancora più indietro.
La mia mano che s’infila sotto la sua gonna.
Il perizoma che scompare tra le rotondità dei suoi glutei di cui il calore posso solo immaginare.
La cinghia che la costringe ad implorare.
Il mio dito tocca con tutta la delicatezza di cui sono capace quel punto rosso nel mare bianco, lo intingo nella mia bocca poi sparisce nel mio sesso.

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