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Dopo dieci minuti qua fuori al freddo ad aspettare, suono il campanello.
Le 19:17. Ok quindici minuti di anticipo sono considerati accettabili.
‘Ciao! Sei in anticipo, entra pure!’ mi accoglie sorridendo, gioviale come sempre, la padrona di casa.
‘Scusatemi, ho calcolato male il tempo di percorrenza’ mi giustifico liberandomi dal fardello ormai gravoso di torta salata cui le mie mani sono rimaste attaccate. ‘Figurati! Anzi ti cedo pure volentieri il posto da aiuto cuoco’ si fa avanti il maritino salutandomi guancia contro guancia poi sfilandosi il grembiule in un gesto. Si stappa una birra e sprofonda nella poltrona.
Ad ogni trillo di forno, timer, microonde, la padrona di casa guizza, prende, infila, sfila, con invidiabile maestria.
‘Posso darti una mano?’ come se ne fossi in grado. ‘Certo! Nel cassetto trovi la sac a poche; in frigo torta e glassa. Divertiti!’. ‘Sac a poche?’ rispondo con un accenno di terrore.
Mi salva il campanello.
‘Hanno suonato!’ ulula il maritino dall’altra stanza. ‘Intanto potresti andare ad aprire’ mi sorride lei con un misto di dolcezza e compatimento.
Tempo di sollevare il ricevitore e una voce squillante mi scuote i timpani ‘Siamo arrivate, apri!’.
‘Ok!’ rispondo cercando l’interruttore per il cancello. ‘In basso a destra’ mi indica con il collo della bottiglia senza scomodarsi il maritino.
Alla porta si presentano due donne slanciate e belle, seppur di due bellezze molto diverse. La prima, androgena, indossa un tailleur e una quantità discreta di trucco; l’altra minuta, composta, deliziosa. ‘Piacere!’ mi stritola la mano la prima. Sicuramente è lei ad aver risposto al citofono.
Sono le 19:49 e ci siamo tutti meno l’uomo che la padrona di casa vuole farmi conoscere. È in ritardo. Per la terza volta mi trovo in bagno a guardarmi allo specchio: rossetto, sorriso, capelli, ombretto. Fisso i miei occhi neri, vacui, severi, e bevo l’ultimo sorso di vino.
Suona il campanello.
Single è indubbiamente la prima parola che mi venga in mente per descriverlo. I suoi abiti non vedono un ferro da stiro dall’epoca in cui viveva ancora con la madre, forse nemmeno così remota. Si pulisce la mano dando due pacche ai pantaloni; rabbrividisco pensando possano essere i più puliti tra i due. ‘Molto piacere’ si presenta sorridendo.
‘Di cosa ti occupi?’ gli domando sforzandomi di non guardare il pollo che sta dilaniando nel piatto. ‘Ho lavorato per un po’ con mio padre, ha un’azienda: compravendita di tubi. Per lo più lavoro d’ufficio, mi andava davvero stretto. Per un po’ ha provato a mandarmi in giro dai clienti, ma presto anche quello ha iniziato a somigliare ad una prigione. Ora sono a spasso, ma felice. Mi sento un po’ come se fossi uscito dal sistema’.
Tento di sorridere mentre vedo naufragare nel bicchiere di vino che impugno l’ultima possibilità di buona riuscita della serata.
Il countodown del televisore segna le 22:22. ‘Adoro i palindromi!’. L’ho solo pensato o l’ho detto ad alta voce? Gli sguardi sono rivolti tutti a me.
‘Cin! Ai padroni di casa’ alzo il bicchiere per cui è già passato il contenuto di più d’una bottiglia di vino. ‘Cin!’ risponde con pari entusiasmo il maritino.
D’un tratto una sensazione di calore sulla mia gamba. Ho versato del vino? Il mio sguardo offuscato cola dal bicchiere, passando per la mano, ed incontra sui miei collant un’altra mano. Bella, affusolata, inanellata, che indugia sulla mia coscia. La donna con il tailleur mi sorride. ‘Tutto bene?’. ‘Certo!’ – le rispondo, poi mi avvicino e cerco di bisbigliarle – ‘ma tu non sei impegnata?’. Si alza prendendo una birra e incrociandola con quella del padrone di casa svelando nel posto accanto a sé delizia, che mi guarda dolce e sensuale. Sorrido anch’io, forse di me. Ma non ci penso e bevo un altro sorso di vino.
Qualcuno si è macchiato ma non sono stata io, credo. Cerco di ispezionarmi ma sull’abito scuro diventa difficile trovare una macchia di vino rosso.
‘Dov’è il single?!’ credo di aver parlato a voce troppo alta perché le due donne che sono rimaste in sala con me ridono. ‘Non preoccuparti è in bagno – mi rassicura la donna con il tailleur – perché non ci mettiamo tutte più comode sul divano?’. ‘Si, il divano è comodo’. Penso. Dico. Delizia ride e poggia la mano sul fondo della mia schiena sospingendomi dolcemente.
Siedo tra loro. Sono confusa ma mi piace. La donna con il tailleur si avvicina verso di me, le sue labbra sfiorano l’angolo della mia bocca, prende il bicchiere dalla mia mano sussurrandomi ‘questo lo mettiamo giù che ora non ti serve’. Faccio un cenno con la testa mentre la sua mano mi supera e accompagna il viso di delizia verso l’altro lato del mio collo. Dei baci così diversi. Lei decisa, rabbiosa, affamata; l’altra dolce, leggera, affamata. Diversi profumi sulle mie labbra, l’orgasmo, i gemiti, qualcuno di sofferenza, forse mio. Poi la pace.

Potevamo permetterci un Capodanno al ristorante. In realtà per com’è andato l’anno potevamo permetterci anche di offrire il cenone fuori a tutta la combriccola. La verità è che alla mia lei piace cucinare e a me piace vederla felice.
La sua amica è arrivata, che sollievo. Birra per me!
In perfetto orario arrivano anche la mia collega e la sua compagna.
Il mio stomaco brontola tremendamente. Stiamo aspettando l’altra metà dell’appuntamento al buio di stasera; se non si muove inizio senza di lui.
In ritardo di solo venti minuti supertramp direttamente da “Into the Wild” ci degna della sua presenza. Mi sforzo di essere gentile ‘Ciao! Ho sentito molto parlare di te’ mai sentito nominare da mia moglie, nemmeno sapevo ci fossero ragazzi al liceo classico.
‘Scusatemi, dov’è il bagno?’ si alza bianco in volto terminato il secondo. ‘Non ti senti bene? Vieni ti faccio vedere dov’è il bagno degli ospiti’ mi alzo sperando che la birra non mi levi ancora quel contegno che mi impedisce di ridere apertamente delle sue disgrazie.
‘Avrai mangiato qualcosa che ti ha fatto male. Aspetta ti accompagno io, tu intanto porta il dolce amore!’ m’intercetta la mia mogliettina forse intravedendo la mia difficoltà alcolica. Non mi fa onore, ma ammetto che il pensiero sia stato punito da qualcuna delle leggi cosmiche che ha appena finito di idolatrare mi diverte.
Tempo di finire il dolce e sono quasi le 23, ma supertramp ancora non riemerge dal bagno. Forse meglio così, dato che più birra mando giù meno riesco ad essere diplomatico.
La mia lei si alza nel chiacchiericcio generale e comincia a sparecchiare. Decido di aiutarla, se non altro per sfuggire a quest’accozzaglia male assortita di voci.
‘Era tutto buonissimo’ l’abbraccio da dietro mentre ripone i piatti nel lavandino. Frugo sotto i boccoli scuri e trovo il suo collo, lo assaggio. Lei ride.
‘Hai ancora fame?’ mi domanda con tono più sommesso e partecipe. ‘Sempre’ le bisbiglio all’orecchio. Oppone una lieve resistenza. Cerca di sfuggirmi, io la stringo più forte. La desidero. Le bacio le labbra morbide, contornate da un rossetto rosato il cui sapore si mescola nelle nostre bocche.
‘Ti voglio’ la mia mano scende sempre più giù, percorre il vestito.
‘Che fai? Gli altri sono nell’altra stanza!’. Si divincola, ma vuole cedere.
‘Andiamo in camera allora’.
Rivolge lo sguardo all’orologio, poi in un impeto prende il bicchiere dal lavandino in cui è rimasto un fondo di vino rosso, e fa per versarmelo sulla camicia. ‘Ma sei matta?’ la interrompo io prima dell’irreparabile. ‘Cercavo una scusa per andare in camera’ mi fa lei. ‘Guardi troppi film, la gente mica controlla se ti sei sporcato davvero’.
Torniamo in sala mentre mi reggo il polso neanche m’avessero tagliato le vene.
‘Andiamo un attimo in bagno per vedere se riusciamo a mandar via questa macchia di vino!’. ‘La vedo dura!’ aggiunge lei al seguito. ‘Va bene tranquilli, qua ci pensiamo noi’ sorride la mia collega maliziosamente.
Quando arriviamo in camera la testa è leggera, come se il mondo stesse diventando confuso, opaco, e quello che proviene da dentro sia amplificato, enorme. La guardo e non la vedo bella, la sento bella. Ogni senso si accavalla, il tempo si mescola. Cerco il suo corpo freneticamente. ‘Non togliermi il vestito, non c’è tempo’ mi sussurra lei mentre mi bacia il collo e già sospira accanto al mio orecchio.
Poi d’un tratto si ferma. Mi guarda nella penombra nel profondo degli occhi. ‘Fammi male’. ‘Perché?’ e cerco di tornare a baciarla, ma lei mi blocca e ripete ‘Fammi male’.
Scivola via dal mio abbraccio, gattona fino alla testiera del letto, poi si volta e solleva il vestito. Non indossa le mutandine. Mi avvicino e passo una mano dolcemente su quel bel sedere sodo ma lei la prende e trasforma la carezza in uno schiaffo.
Mi è piaciuto, e mi fa paura mi sia piaciuto. Farle male. Prenderla e goderne, usarla. E farle male.

Le compagnie sbilanciate con le quote rosa, duro ammetterlo, ma finiscono sempre con l’annoiarmi. Stasera siamo in maggioranza noi donne, eccezion fatta per il mio collega e un compagno di liceo di sua moglie. Se non ho capito male è stato invitato per farlo conoscere ad una sua amica. È proprio lei ad accoglierci.
Una bella donna, distinta, curata e sessualmente repressa a giudicare da quegli occhi scuri e un poco spenti.
La birra è l’unico sollievo dai vaneggiamenti dell’uomo che, apparentemente, come mentalità è rimasto al liceo.
Incontro lo sguardo annoiato e sarcastico del mio collega con un certo sollievo. Anche l’altra donna sembra passare una gamma di emozioni dal fastidio allo sconforto, passando per l’alcool (che a tutto titolo a mio parere potrebbe diventare un’emozione a sé). La mia donna invece sembra piuttosto rapita da quelle fantasticherie. Appena qualcuno predica la pace in Terra lei pende dalle sue labbra. A volte mi chiedo cosa ci accomuni.
La padrona di casa passa la serata ai fornelli, il che non mi dispiace visto lo scarso feeling tra noi. Il vino invece è passato tutto per il bicchiere della mia vicina di posto.
Le gambe erano rigide e serrate a inizio serata, ora più rilassate. Inizio a pensare alla mia mano chiara che fruga tra quei tessuti scuri. Scommetto che anche la biancheria è nera. Di pizzo magari.
Dolcezza ha smesso di perdersi in quel farfugliare buonista e deve aver intercettato i miei pensieri. Stringe lieve la mia mano e l’accarezza. Sarà un invito? L’indice avanza sui collant della donna.
‘Non sei fidanzata?’ mi domanda.
Lascio che se la sbrighino tra loro, le due signorine, quando saranno calde me le prenderò entrambe.
Ad un’ora dalla mezzanotte la sala è tutta per noi ed io non posso che cogliere questo momento. La donna non oppone alcuna resistenza, cede volentieri ai nostri baci e morsi. Metto per un secondo dolcezza da parte, e mi sdraio sopra l’altra baciandola, premendo il mio corpo sotto il suo, accogliente, curioso, malleabile. Le sue cosce si aprono, abbracciano me e le mie mani.
Sfilo i collant. Poi guardo dolcezza. Si avvicina, mi bacia appassionata, con gli occhi aperti. Prima guarda me, le nostre bocche, poi la mia mano che sempre più si avvicina a quel pizzo nero. Ero sicura di non sbagliarmi.
Senza staccarmi dalla mia lei il mio medio affonda nel piacere dell’altra che inizia a bagnarsi, poi a sospirare.
‘Voglio che le la lecchi tesoro’ sussurro alla mia donna muovendo il dito più velocemente. Lei si limita a sorridere, leccarsi le labbra e fare un sì con la testa.
Mi alzo lasciandole il mio posto sul divano. Dolcezza sfila le mutandine e inizia subito a leccare quel fiore, disegnare piccoli circoli sul suo clitoride mentre i sospiri della donna crescono insieme alla mia eccitazione.
I suoi occhi non mi abbandonano nemmeno un istante. Le piace far godere l’altra, e le piace farmi vedere quanto le piace. Vedrò di godere più io allora.
Sollevo il lungo vestito di dolcezza e lo lascio cadere sulla sua schiena incurvata. Raggiunta la pelle dei glutei, senza esitare, le sferro una sculacciata.
Lei si contrae un momento, poi, quasi per vendetta, sembra mettere ancor più passione nei suoi baci: l’altra geme più forte. Allora anch’io metto più forza nelle mie sculacciate.
Ma dolcezza non si lascia sfuggire nemmeno un gemito. Rabbiosamente continuo ad abbattere la mia mano sulle sue natiche con tutta la forza che ho. Ad ogni sculacciata si contrae, la sua pelle chiara si colora di vivo rossore, come rosse devono essere le mie guance nella foga di strapparle un po’ di dolore.
Un segno bianco corrispettivo di ogni mia falange si staglia sulla porpora, e finalmente è costretta a sollevare il viso e a gemere.
‘Gemi ancora’ prego dentro di me, e per aiutarla un rovescio sull’altra natica. Lei geme. Un’altra sculacciata fa sfuggire dalla carne per un attimo il rossore dove è caduta la mia mano. Un altro singulto supplice di delizia, un altro sospiro pago dell’altra.
Più che mai eccitata, anch’io inizio a toccarmi lasciando scivolare la mia mano nei pantaloni. Presto i gemiti dell’altra iniziano a salire, come onde, come vento; le gambe s’irrigidiscono, le punte dei piedi si arricciano e viene.
Finalmente è arrivato il mio turno con quella bella boccuccia. ‘Bacia me ora, tesoro mio’.

Do il secondo giro di sciarpa ed esco dal bar. L’aperitivo è un rito d’obbligo anche a Capodanno. Guardo l’ora. Accidenti, dovrei essere già là.
Fame e odio animano lo sguardo dei miei convitati.
‘Scusate il ritardo’ boccheggio.
Si presentano tutti ma ho già dimenticato i loro nomi.
La mia ex compagna di classe, nonché padrona di casa, ha insistito affinché venissi stasera; dal sorrisetto malizioso con cui c’ha introdotti presumo volesse sistemare l’amica single.
Bella donna. Un po’ stressata mi pare, ma ha un fascino malinconico.
Già a metà del secondo mi rendo conto che qualcosa non sta funzionando. Saranno stati gli improperi che mi hanno scagliato tutti mentre mi aspettavano con gli stomachi vuoti. Dannazione sembra di avere un nodo all’intestino. Inizio a sudare.
‘Scusatemi, dov’è il bagno?’.
La padrone di casa, l’unica che mi pare amica stasera, dopo un giro di corridoi e camera da letto, esaudisce la mia richiesta.
Difficile dire quanto tempo abbia passato sul water. La serata è un continuo declino e per un momento considero la possibilità di inventare una scusa e finire a brindare in mezzo a sconosciuti in qualche pub.
Tempo di darmi una doverosa sistemata ed una porta si chiude nell’altra stanza.
Tendo l’orecchio e qualche gemito sguscia tra i cardini. Quasi per istinto spengo la luce; il modo migliore per farsi scoprire. Poi che sto facendo? Se non esco ora dubito avrò occasioni più tardi.
Delicatamente abbasso la maniglia sperando di trovarli distratti e riuscire a defilarmi.
Il rumore di uno schiaffo mi fa trasalire. Una fessura si apre sulla camera quasi buia.
Sento un gemito di dolore e mi stupisco pensando appartenga alla mia amica del liceo. Non avevo mai pensato a lei in quel modo.
‘Colpiscimi più forte’ la sento dire con voce scossa. Il marito l’accontenta con un’altra sculacciata. Non credevo facesse questo genere di cose.
Se mi vedessero adesso sarebbe tremendamente imbarazzante per tutti. Forse potrei aspettare che tornino di là per il brindisi, non dovrebbe mancare molto ormai.
Lascio la porta socchiusa e siedo sul coperchio del wc. Dall’altra stanza continuano ad arrivare sculacciate e gemiti.
‘Prendimi con forza’ le sento dire. Deglutisco. Mi alzo irrequieto.
‘Guardami, guardami. Mi vuoi? Prendimi’. ‘Ti vorrei e ti prenderei’ penso io.
Torno a spiare dalla fessura. Questa situazione al limite del possibile inizia ad eccitarmi. Lui si avvicina a lei, si slaccia i pantaloni e s’infila mentre la testiera del letto si lamenta con un bieco cigolio.
Inizia a venirmi duro mentre la vedo rinchiusa tra il muro e l’uomo che la sta prendendo brutalmente, e immagino me dentro di lei.
Mi pulsa, quasi mi fa male tanto sono eccitato, ed infine decido di tirarmelo fuori ed iniziare a toccarmi.
‘Trattami male’ lo implora, e lui ubbidisce: le stringe i capelli tra le dita, mette più foga in ogni spinta, ed io continuo a immaginare quel calore avvolgente, quel piacere crudo, sporco.
Senza separarsi da lei si girano verso i piedi del letto; lui le preme il volto con forza sul materasso mentre continua ad usarla.
Lei gode, e più lui è rude, più sembra piacerle.
Poi torna eretto: i movimenti sono lenti ma decisi, entrandole nel profondo.
Dopo averle dato una spinta le sferra una sculacciata; così posso sentirla gemere per dolore prima, per piacere poi.
La mia mano si muove con il ritmo con cui lui le entra dentro, l’altro pugno stringe il bordo dei boxer e dei pantaloni.
Lei continua a godere ‘Sì, così amore, così’ e lui diventa sempre più brutale.
Per un momento si ferma dentro di lei. Posso immaginarlo pulsare in quel caldo rifugio irrorato da sangue bollente ed è quasi una tortura per me, che rubo i suoi movimenti, rimanere immobile.
Mi sforzo di non gemere, finisco persino per mordermi la spalla, eppure mi piace, e attendo, e soffro, e godo. E lui, ora immobile dentro di lei, la punisce continuando a sculacciarla, accanendosi sempre sullo stesso gluteo, curioso forse di trovare un limite.
Io attendo, ascolto, patisco, e prego affinché lei preghi, spero che inizi ad implorare di sentirlo di nuovo premere dentro di lei, che cessi questa piacevole agonia.
Ma lei si limita a gemere, sempre più forte. Lui continua a colpirla e lei continua a gemere. Infine è lui ad arrendersi, e lentamente riprende a muoversi, tacitamente concedendo anche a me lo stesso.
Lei mugola di sollievo. Io devo impormi di non farlo. Lui gode ad alta voce ed io continuo a toccarmi; tutto questo è perverso, è nuovo, mi eccita, devo già sforzarmi per non venire. Rallento, faccio scendere la mano fino in fondo, stringo, poi riprendo.
Lei d’un tratto si sfila e rimaniamo entrambi sorpresi.
S’inginocchia ai piedi del letto mentre lui la fissa senza capire.
‘Voglio che ti tocchi per me, e vieni sul mio viso. Voglio il tuo seme sulle mie labbra, sulla mia lingua’.
Chiudo gli occhi e la vedo davanti a me, con lo sguardo volto verso l’alto e la bocca socchiusa, con un mezzo sorriso malizioso cui non riesco a resistere.
Vengo.
Viene anche lui ma nemmeno lo sento. Per me siamo solo io e lei ormai, in quella stanza, e la vedo mentre con la lingua ora lecca via il mio succo dalle labbra.
‘Sei stata fantastica tesoro, cosa ti è preso stasera?’ la voce del marito mi riporta alla realtà bruscamente.
‘Vado a prenderti qualcosa in bagno per pulirti’. E rimango terrorizzato: il membro in mano, il mio sperma sul loro tappettino del water, i pantaloni calati e l’agghiacciante consapevolezza di quello che sta per succedere.

Oggi come al solito abbiamo litigato. Comincio a pensare che per lei sia quasi una dimostrazione d’affetto.
Mi ha tradita di nuovo; non lo fa per ferirmi, lo so. Vuole affermare qualcosa: una prova della sua indipendenza dalla nostra relazione.
La amo.
Certi giorni è più facile di altri; oggi non è uno di quelli facili.
Appena entrate in casa conosciamo l’amica della padrona di casa. È molto garbata, anche se ha l’aria piuttosto infelice.
I padroni di casa sono deliziosi come sempre. Poi la moglie stasera è un vero splendore, e come al solito, il suo buonumore è contagioso.
Presto dimentico gli screzi d’inizio serata, e chiudo un occhio anche sulla maleducata reazione che la mia lei ha nei confronti di un altro simpatico ragazzo che i padroni di casa hanno invitato stasera.
Se una persona non crede in rabbia, sudore e sangue per lei è illusa, poco più che un bambino. A volte mi chiedo cos’abbiamo davvero in comune.
Da quando siamo arrivate la vedo gettare occhiatine all’amica dell’ospite. Un pochino lo sguardo di compatimento della padrona mi ferisce, ma non importa.
Cerco la sua mano: voglio che sappia che mi avrà accanto in ogni caso. Che può ferirmi ma io sono al suo fianco. Che il nostro amore è più forte della sua debolezza.
Il ragazzo simpatico si sente poco bene e rimaniamo noi cinque, ancora per poco.
Dopo il dolce il padrone di casa si macchia di vino e insieme alla moglie vanno a cercare di salvare la camicia. Rimaniamo noi tre sole e vedo subito la fame nei suoi occhi.
Sono qui, pronta a seguirla, come sempre.
Sediamo tutte e tre sul divano e mi concede di assaggiare l’altra. Il suo collo è caldo e amaro per via del buon profumo che indossa.
Prima la mia lei mi manda via, mi allontana. Poi le manco e mi chiama di nuovo a sé. Vuole dividerla con me.
Ogni istante che la mia lingua bacia tra quelle labbra non faccio che pensare a lei. Voglio compiacerla.
‘Sono abbastanza brava?’ le chiedo con gli occhi. Scivola accanto a me e inizia a sculacciarmi.
Il primo schiaffo fa male, ma posso sopportare. Posso sopportare ogni male che lei m’infligge. Arrivo al punto di desiderarlo.
Continuo a leccare il sesso dell’altra, ma il vero piacere mi deriva dalle sue dita sul mio corpo. Temo che ammettendo il dolore di quelle sculacciate lei possa decidere di fermarsi.
Rimango in silenzio, ci soffoco quasi tra quelle labbra umide.
La mia lingua percorre quella pelle bagnata e calda mentre un acuto dolore spande sul mio corpo. Nella mia mente non faccio che pensare ‘Toccami ancora, colpiscimi ancora, perché io lo posso sopportare, perché io lo posso persino amare’.
Vorrei non smettesse mai. Le sue mani mi mancano quando si allontanano da me, e temo che quell’unico istante che ci separa duri per sempre. Ogni sculacciata è per me un sollievo infinito. E mi piace. E lo amo. E inizio a gemere di quel piacere.
Lei allora si ferma ed inizia a toccarsi. La sento sospirare accanto a me, sento il suo eccitamento, e vorrei poterla baciare.
Il sesso dell’altra inizia a contrarsi nella mia bocca, e presto raggiunge l’orgasmo.
‘Bacia me ora, tesoro mio’ pronuncia la mia lei.
Scivolo giù dal divano e come in adorazione inizio a leccare tra le sue gambe.
‘Puoi toccarti anche tu’.
Non aspettavo altro. Inizio a darmi piacere mentre la sento godere, finalmente grazie a me.
D’un tratto si volta dandomi la schiena. Il mio viso sprofonda tra i suoi glutei, mi aggrappo alle sue cosce per raggiungere le sue labbra, quella dolce bocca succosa.
Chiama a sé l’altra donna che s’inginocchia davanti a lei e la invita a leccarle il clitoride.
Il respiro della mia lei accelera e sale, la mia lingua si mischia a quella dell’altra. La sua mano preme sulla mia nuca, e io rallento, assaporo; lei gode, geme, ansima.
Eppure il pensiero che debba in parte il piacere all’altra s’insinua. Punge. Striscia. E io mi scopro gelosa, affamata. La stringo ancor più a me e ogni volta che le nostre lingue si sfiorano stizzisco.
All’improvviso come se non fossi più io: allontano la mia lei e, trovandomi di fronte l’altra, le tiro un mal rovescio in pieno volto.
Lei mi fissa stupita, si tocca la guancia con gli occhi spalancati, vitrei.
Mi alzo in piedi, la tiro per i capelli in modo che sollevi il sedere e inizio a sculacciarla.
‘Questo è per averla toccata’ e le tiro un altro schiaffo.
Lei stupisce, poi si lamenta, poi piagnucola lieve lieve. Ma io proseguo furente, mi stupisco per quel furore e le tiro un altro schiaffo. La sua pelle si colora, la mia mano brucia, poi la mia lei mi ferma.
Lo sguardo fisso, crucciato, gli occhi lucidi. Per un lungo momento mi guarda senza parlare, tenendomi così per il polso, impietrita.
Cade davanti a me, come se nulla più la sorreggesse. Abbassa lo sguardo e sussurra solo ‘Scusami’.
Delle urla provengono dall’altra stanza ed è un attimo perché tutt’intorno petardi scoppiano, il cielo freme, la gente gioisce e noi ci alziamo da questo tappeto.

È il quinto anno che festeggiamo in casa.
Ogni anno spero sia l’ultimo: passo mezza giornata ai fornelli e nei ritagli di tempo in una mano l’arricciacapelli, nell’altra scopa e paletta.
L’ipocrisia raggiunta durante le feste non ha eguali. Vorrei semplicemente rimanere sola.
Vorrei ritirarmi in cucina con la bottiglia di vino e iniziare un nuovo anno senza pensare.
Ogni volta che gli occhi della compagna della collega di mio marito mi guardano ricordo quello cui si rinuncia per amore. Vedo il suo sguardo dolce spegnersi sempre più ogni volta che c’incontriamo. Vedo la sua donna diventare sempre più dura, cattiva, distaccata.
Stasera speravo anche di riuscire a far conoscere un uomo alla mia amica, ma la verità è che le auguro di rimanere sola. Non sa la fortuna che ha.
Ogni legame è una responsabilità infinita che quasi mai viene ripagata con altrettanta dedizione.
Il discorso non varia per il mio compagno del liceo. Li ho invitati con la scusa di combinare ma so perfettamente quanto sono sbagliati l’una per l’altro. Lui è uno spirito libero, non dovrebbe legarsi a qualcuno; sarebbe solo un freno, un limite, un compromesso costante.
Voglio bene a tutti loro e non gliene faccio una colpa. Siamo noi, esseri umani, a non essere compatibili con la vita sociale. Quasi tutti loro si odiano e rimangono qui a sorridere, ed io che li amo tutti, sorrido, e muoio dentro.
E siamo al completo, mentre prendo i bicchieri per il prosecco, l’orologio in cucina segna le 19:52.
L’occhio scivola sulla vetrinetta dei medicinali. Chissà quante volte l’ho visto senza mai farci caso. Un flaconcino chiaro, ingiallito da mesi d’inutilizzo, il cui nome termina con una x: un lassativo. Inserire un elemento di disordine, una piuma che cambi gli equilibri sulla bilancia, forse una cura.
Qualche goccia incolore scivola nel bicchiere su cui poco dopo poggia le labbra il mio compagno del liceo. Nemmeno io ho chiaro fino in fondo quello che otterrò, ma credo sempre più in quel briciolo d’anarchia. Voglio crederci.
Molto più tardi di quanto non credessi inizia ad accusare qualche disturbo.
Appena in tempo prevengo il mio ignaro marito dal portarlo nel bagno degli ospiti.
Non devo fare altro che condurlo nel nostro bagno privato e far trovare sempre della birra accanto al bicchiere del mio uomo: quando beve ha anche più voglia del solito.
Dopo circa un’oretta l’effetto del lassativo dovrebbe essere esaurito.
Nemmeno si accorge del mio raggiro: mentre sparecchio lascio cadere una forchetta, mi chino vistosamente davanti a lui, e attendo in cucina.
Dopo pochi secondi ho conferma di aver avuto ragione.
Scivoliamo con una scusa in camera da letto. Sbatto la porta dietro di noi e la luce del bagno si spegne immediatamente, ma mio marito nemmeno se ne accorge.
Ho bisogno di sentirmi viva.
Ho bisogno di essere toccata davvero, di essere presa davvero, di essere desiderata in un modo in cui non mi sento da troppo tempo. Sono giovane, sono carne, ne ho bisogno.
Carponi davanti agli occhi appassionati del mio uomo imploro di essere punita, e posso già intravedere, o almeno immaginarli, altri due occhi curiosi, e presto anche loro diventeranno miei.
Godo con tutta la mia voce, soffro e gemo con tutta la mia voce e finalmente, sembra impossibile, ma sento. Sento la virilità di mio marito premere con forza dentro di me, il suo piacere pulsargli nelle vene.
Sento degli occhi adoranti nel buio immaginare il mio corpo e volerlo, desiderarlo davvero, volerlo tanto da avere male. E soffro di buon grado sapendo che i miei lamenti arriveranno a lui che si toccherà per me.
Sento la sua mano forte colpirmi, ad ogni schiaffo soffro ad alta voce, il calore si libera in un lampo nella mia carne, ed io posso sentirlo. Ogni sculacciata riesce di nuovo a farmi sentire viva. Il dolore mi fa sentire viva.
L’uomo che fa ogni cosa per me, l’uomo per cui non sarò mai abbastanza mi sta facendo del male ed io ne godo, e lo merita anche lui, merita tutto il piacere che può prendersi, che mi può strappare.
Quando torna di nuovo a muoversi dentro di me non sono degna di godere ancora. M’inginocchio davanti a lui e lo imploro perché venga sul mio viso.
La cosa lo eccita terribilmente ed io sono appagata, e sorrido ricoperta dal suo seme.
‘Sei stata fantastica tesoro, cosa ti è preso stasera? Vado a prenderti qualcosa in bagno per pulirti’.
Sapevo sarebbe successo, rimango inginocchiata sapendo ormai di non aver più nulla da poter fare. ‘Che cazzo hai fatto?’ la voce di mio marito furente.
‘Io, io…’ balbetta l’altro sorpreso a guardarci.
Rimango inginocchiata ai piedi del letto mentre tutt’intorno comincia l’anno nuovo.
‘Sono stata io, non è colpa sua’.
Nessuno sembra avermi udito mentre dal bagno provengono voci alte e basse mescolarsi caotiche.
‘Sono stata io!’ ripeto a voce più alta. Allora pare che tutto si sia quietato. Tutto tranne i festeggiamenti là fuori.
‘Come? – mio marito si sporge dal bagno – Si stava toccando tesoro, ci ha spiati e si stava toccando questo maniaco del cazzo’. Si avvicina e mi pulisce il volto con una salvietta come si farebbe ad una bambina sporca di cioccolato – non mi è piaciuto dal primo momento, adesso lo sbatto fuori di casa’.
I miei occhi vacui si fissano nei suoi ‘gli ho dato io il lassativo’.
‘Cos’hai fatto?’ il mio compagno di classe fa anche lui capolino dall’altra stanza.
‘Te non ti avvicinare!’ gli urla mio marito. Ma io continuo ‘Gli ho dato io il lassativo, poi l’ho accompagnato in bagno. Non nel bagno degli ospiti, nel nostro bagno – faccio una pausa guardandoli entrambi, poi proseguo – sapevo che era nel bagno, l’ho saputo per tutto il tempo’.
‘Perché?’ mi guarda mio marito, mi domanda con un filo di voce, mentre carezza la mia guancia ‘Perché?’ chiede ancora incredulo.
‘Non lo so’ rispondo incredula anch’io.
‘Ti amo’ e mi abbraccia, e l’abbraccio ‘Anche io ti amo’.
E fuori e dentro amore, e niente più ipocrisia, e tutto è come doveva andare.

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