Mia Sorella

(di V.)

E’ passato qualche anno ma nemmeno molti da quando una ragazza poteva prendere le sculacciate dai genitori anche se andava già all’università. Non saranno state molte ma alcune c’erano e mia sorella Gabriella era fra queste, e chissà che non ce ne siano anche adesso. Non che succedesse spesso, per carità, i nostri genitori usavano questa punizione solo quando proprio lo ritenevano necessario però se lo era le cose erano davvero fatte a regola d’arte. Io ormai a 19 anni ne ero quasi fuori, mia sorella a 20 un po’ meno. In generale però le punizioni erano, come dire, private, non davanti uno all’altra ma a volte poteva accadere anche questo. Se no bisognava accontentarsi di sentire che era già allora per me interessante. Ma vedere era tutta un’altra cosa anche se mi riempiva di sensi di colpa nei confronti di Gabriella.

Il ricordo più nitido che ho di queste occasioni di vedere riguarda un sabato sera in cui mia sorella aveva appunto 20 anni ed era uscita a suo dire con le amiche. Io sapevo che non era così ma certo non facevo la spia, in realtà era uscita per un ultimo colloquio con un ragazzo che proprio lei aveva appena lasciato. Una situazione pericolosa con riferimento a un possibile ritardo ma certamente lei era tranquillizzata dal fatto che gli ultimi ritardi fatti non avevano comportato altro che qualche rimbrotto. Lei doveva essere a casa per le 23,30 ma certo se fosse tornata a mezzanotte non sarebbe successo nulla, io per mia parte quella sera non ero uscito, a differenza del solito, non ricordo perché.
In quel periodo era venuta a stare da noi per un periodo mia zia, sorella di mia mamma, che si era separata dal marito e per dare ospitalità a lei io ero stato sfrattato dalla mia camera e trasferito in quella di mia sorella. Lei dormiva nel suo letto contro una parete e io su una brandina contro la parete opposta. Quel sabato sera mi ero infilato sotto le coperte proprio alle 23 e 30 ma non riuscivo a prendere sonno proprio perché conoscendo il motivo dell’uscita di mia sorella mi immaginavo e,  ahimè, forse speravo succedesse qualcosa.  Mia sorella arrivò alla una meno un quarto e io, che ero comunque un po’ in dormiveglia tornai ben vigile sentendo il trambusto che avveniva di là. Si sentivano le voci di mia madre e di mio padre e il tono era quello della sgridata da paura, non percepivo tutte le parole ma molte sì e si sentiva un po’ anche la voce della zia come in eco.  Percepii chiaramente la voce della mamma dire “Forza andiamo in camera tua!” il che per esperienza sapevamo che voleva dire una cosa precisa. Mia sorella si opponeva, mio padre alzava la voce e le diceva di non osare ribellarsi ma certo dai rumori si capiva che non è che stesse arrivando verso la camera di sua volontà. La udii chiaramente pronunciare la frase “Ma in camera c’è Vittorio! Non voglio!”
Il cuore mi batteva a mille fra l’eccitazione e l’imbarazzo. Mia sorella era una bella ragazza, non alta, direi nella media, con i capelli neri tagliati corti e un bel corpo magro e snello, dei vivacissimi occhi neri e un sedere che definirei sontuoso, non perché grosso, anz,i ma perché ben proporzionato e curvo seppure magro. E io lo guardavo volentieri, lo ammetto.
La luce si accese e mi trovai di fronte a questa scena: mia madre che tirava per un braccio Gabriella che era tutta piegata su se stessa per evitare l’inevitabile, dietro seguiva mia zia che la spingeva e si chiuse la porta alle spalle. Il dialogo era veloce, concitato, mia madre aveva quello sguardo inflessibile che le conoscevamo bene, mia zia l’aria di chi aiuta perché sente che è giusto. Dopo un veloce più tira che molla mia sorella fu letteralmente sbattuta sul suo letto bella stesa sulla pancia, ma non si rassegnava. Provò a tirarsi su, poi, ributtata giù, a scivolare giù dal letto di lato. Niente da fare. Mia zia l’aveva bloccata premendole sulla schiena con entrambe le mani. Gabriella ripeteva ossessivamente: ” No, non voglio! Non vogliooooo! ” E mia madre ebbe buon gioco a replicare con una delle sue frasi preferite: “L’erba voglio non cresce nemmeno nei giardini del Re”.  Sollevarle la gonna fu una cosa da nulla per mia madre ma mia sorella ebbe un guizzo e con una mano se la tirò nuovamente giù tutta storta. Mia zia le tolse la mano e mamma ripete l’operazione rovesciando quella gonna sulla schiena e infagottandogliela fra golf e camicetta perché non riscendesse giù in corso d’opera. Più complicata l’operazione di abbassare collant e mutandine perché mia sorella come sentì le dita della mamma inserirsi sotto l’elastico cominciò a schiacciare in giù la pancia e a gridare “no, a sedere nudo no! No! Ti prego!” come se non sapesse che la mamma ormai da tempo la sculacciava sempre a sedere nudo. Ma non aveva chance perché la zia aiutò la mamma sollevandola dal letto quel poco che bastava perché la mamma riuscisse a due mani ad abbassare collant e mutandine giù giù fino addirittura alle caviglie. Durante questo abbassamento mia sorella ebbe una reazione che non le avevo mai visto, come una bambina isterica si mise a tempestare di pugni il cuscino. Impressionante!
Non avevo una visuale completa, la schiena di mia sorella non la vedevo perché nascosta da mia zia, fra lei e mia mamma c’era però lo spazio perché si vedesse, sia pure a tratti, la curva del sedere nudo, alla destra della mamma la parte inferiore delle gambe, collant e mutande, e ancora le scarpe che non le avevano tolto. Ero confuso, imbarazzato ed eccitato, allungavo il collo , tanto nessuno badava a me. Mia madre alzò la mano destra molto in alto, la abbassò velocemente e la sculacciata iniziò con gran fragore. Per un po’ non si sentì altro quel fragore che era poi l’impatto del palmo della mano di mia mamma sulle natiche nude di Gabriella. Mia sorella era sempre stata una tignosa ma quella sera proprio non voleva cedere. Non aveva molta libertà di movimento se non nelle gambe che alzava e sbatteva ripetutamente sul letto a piedi uniti. Gli occhi erano chiusi, girava continuamente la testa a destra e a sinistra con movimenti sempre più convulsi. Si vedeva che soffriva molto e stava arrivando vicino a non poterne più, il bruciore doveva essere spaventoso. A un certo punto aprì gli occhi girata verso di me e mi gridò “Non guardare! Non mi guardareeee!” A questo punto intervenne la mamma che disse “E invece deve guardare!  Vittorio, tu guarda! e che ti sia da esempio! E tu vergognati e stai zitta!”  Mia mamma sapeva cosa fare quando Gabriella o il sottoscritto cercavamo di resistere a quel bruciore: semplicemente abbandonava il sistema di sculacciare alternativamente destra-sinistra e iniziava a colpire la stessa natica, generalmente la destra, nello stesso esatto punto. Lo fece anche quella sera con effetti devastanti. Gabriella dapprima si irrigì tutta, poi si contorse tutta, poi si lasciò andare sul letto esplodendo in un pianto dirotto. Fu a questo punto che mamma aggiunse le parole alle sculacciate. La sgridata era tutta improntata sull’orario di rientro, sull’obblgo di obbedire, sui doveri di una brava ragazza, sulla vergogna di essere sculacciata a quell’età e per di più a “sederino” , come lo chiamava la mamma, nudo. Probabilmente mia sorella neppure la sentiva impegnata com’era a strillare, piangere, singhiozzare. Ogni sculaccione era seguito da uno strillo e da movimenti convulsi del corpo, le guance erano rigate di lacrime e dalla sua bocca uscivano solo invocazioni e suppliche oltre a richieste strozzate di perdono. La sculacciata durò molto a lungo e fu davvero severa ma anche le sculacciate più severe hanno una fine. Mia sorella si portò immediatamente le mani alle natiche che doveva avere bollenti e continuò a singhiozzare penosamente.

Per la mamma spesso con la fine della sculacciata finiva tutto e tirò su il busto di Gabriella abbracciandola e consolandola un po’. Non molte parole, qualcosa come “su, su, adesso è finita!” mentre la zia lasciava la stanza. Al pianto continuo di mia sorella la mamma diceva frasi del tipo ” Cerca di essere una brava ragazza e non fare arrabbiare la mamma!”. Poi la aiutò a rialzarsi e a mettersi il pigiama per poi accompagnarla in bagno. Quando Gabriella tornò tirando su con il naso io facevo finta di dormire.