Quello squillo di campanello arriva al mio orecchio come un’idea che guizzi nel profondo di qualche sinapsi. Il tempo di un’intuizione, l’impulso elettrico che parte dal tasto sul mio citofono e termina con quella consapevolezza. Nemmeno l’ombra di un dubbio, solo una rassegnata e quieta accettazione di quello che sta per accadere.

Lui.
Troneggia dalla sua rigonfia poltrona verde marcio nella crepitante luce del caminetto in sala. Ai suoi piedi striscia morbidamente un soriano grigio per nulla indispettito dalla mia presenza. Mi rivolge uno sguardo addormentato e poi si allontana dalla stanza con la coda dritta, quasi avesse saggiato la sospensione nervosa dell’aria e la futura confusione disturbasse il suo intorpidito vivere.
L’orologio a pendolo dalla pesante oscillazione batte le undici e mezzo, e quasi a rispondere il mio stomaco emette un basso brontolio lamentoso. Gli occhi sono lievemente arrossati per il pianto isterico che mi ha sorpresa non appena la portiera si è chiusa accanto a me, e, anche se non ho avuto il coraggio di guardarmi nello specchietto, sono sicura che due grosse righe nere pendano da sotto le mie ciglia ad assecondare l’andamento delle lacrime.
Le scuse sono per chi le proferisce, non per chi le riceve. Cosa c’è di peggio di ferire qualcuno e lasciarlo in uno stato di vaghezza tale per cui si convinca che nessun male gli sia stato fatto? Una giustificazione ragionevole ti lascia con lo strascico del doloroso effetto di cui si è macchiato chi la pronuncia, e la sensazione che quello strascico sia solo affar tuo. Che sollievo che il suo comportamento recidivo abbia infine concesso a me quel porto sicuro che è la certezza che solo l’eccesso può dare. La terapeutica ira che ora fa traballare le mie gambe sui tacchi e vibrare le mani serrate in pugni lungo i miei fianchi.
La prima sera era stata magnifica. L’intesa totale ed immediata oltre che un’istintiva fiducia. La buonanotte davanti al mio portone e sulle sua labbra la promessa di rivederci. Quel che segue è una danza, di quelle crudeli e primordiali, con cui le fate giocavano qualche illuso mortale: un sapiente andare e venire, come le onde di un mare irrequieto, avvicinandosi, promettendo, poi di nuovo facendosi indietro, ritraendosi, e così per qualche settimana. Per tre volte avevo tentato di sparire nella sedia nera e lucida del medesimo ristorante. Prima che la mia ottenebrata coscienza soccombesse all’orgoglio, lui tornava ad ammansirmi, con eloquenza e dolcezza, trovando scuse, le più pericolose: quelle legittime.
Sono qui tremante, e non ho dubbi sulla sua colpevolezza, e sarebbe stato facile, troppo facile, allontanarmi e basta. No, dovrà affrontarmi, sono davanti a lui e sono pronta.
‘Desideri qualcosa da mangiare?’.
‘Mi prendi in giro!?’ sbotto io quasi senza lasciargli neppure terminare l’inflessione della domanda.
Come uno di quei personaggi robotizzati che danno l’illusione di una coscienza muovendosi in qualche giostra, lui sfodera un sorriso, scavalla le gambe e si dirige verso la cucina.
È intollerabile.
Gli ghermisco il braccio, le mie unghie lo stringono come i denti di una vipera che si avventi su un inconsapevole disturbatore. La sua reazione è fredda ed incredibilmente lucida: s’arresta e mi punta addosso i suoi occhi aguzzi. Non tenta di divincolarsi, al contrario preme con la mano libera sulla mia come ad incoraggiarmi a stringere con più forza. Il sorriso gioviale è divenuto un rilucente segno di sfida.
Sorpresa tento di ritrarmi, ma lui non accenna a lasciarmi andare. Fa due passi verso di me finché il mio incedere traballante non si scontra con il muro alle mie spalle. Il suo viso mi sfiora, e finalmente la presa viene sciolta. Scarta le mie labbra dischiuse per arrivare al mio collo, ma io rimango impietrita, confusa, non mi muovo. Allora la sua mano prende con un gesto fermo il mento e lo sposta, in modo da potersi infilare tra la mia spalla ed il collo. Non c’è bisogno che le sue dita veglino sulla mia mandibola poiché non accenno a muovere un solo muscolo, così la presa viene sciolta. Il suo fiato percorre la mia pelle e lo sento solo di tanto in tanto arrestarsi, come colto da un profumo intrigante. Nella mia mente rievoco una tremante gazzella costretta a terra dalla grossa e pesante zampa di un felino della Savana, mentre questo distrattamente controlla la steppa intorno. Quando le sue labbra finalmente si posano ne ho un sollievo immenso, una specie di prova della sua esistenza, della nostra esistenza. Alterna baci a morsi, come assaporasse un dolce frutto, poi s’avvicina alle mie labbra, e il suo sguardo si posa alternatamente su di loro e sui miei occhi esterrefatti. Non appena accenna a prendersi la mia bocca la dischiudo, desiderosa d’accoglierlo, lui divertito mi sorride e si ritrae.
‘Siediti’ pronuncia allontanandosi solo d’un passo da me.
‘Perché?’ domando io stordita, e ancora indecisa se essere più arrabbiata o eccitata, se colpirlo, restare o andarmene.
Mi guarda e non risponde, ma sono i suoi occhi a parlare per lui. Il suo sguardo ha propriamente un peso, una sua forza intrinseca, una consistenza. Cedo e siedo sulla poltrona.
Non v’impero come lui al mio arrivo, inglobata sprofondo nel freddo della pelle.
Dopo avermi guardata da lontano per un momento si avvicina a me. Le mani con i palmi verso l’alto mi fanno un cenno che io interpreto come un invito a sollevare un piede. Lo assecondo, ma sono costretta a scivolare ancor più nella poltrona per raggiungere la sua presa, poiché non accenna a chinarsi. Con incredibile lentezza slaccia il cinturino che contorna la mia caviglia e libera il mio piede. Il tepore del camino sulla pelle è incredibilmente piacevole. Esegue la medesima operazione con l’altro piede, poi allunga la mano per farmi nuovamente alzare. Incantata da questo gioco ho ceduto ogni mia resistenza.
Non c’è passato o futuro, esiste solo questo sentire, adesso, e voglio parteciparvi.
Ora lui prende posto sulla poltrona, poi mi tira a sé facendomi sedere in braccio. I miei piedi pendono da sopra le sue ginocchia, ed il mancato appoggio a terra mi fa sentire insieme vulnerabile e protetta. Scosta i capelli dal mio collo scoprendo anche la profonda scollatura sulla schiena. Si tira su leggermente e ricopre di lenti ma leggeri baci la mia nuca. Poi indietreggia affondando completamente nello schienale, trascinandomi insieme a lui. Scosto la testa di lato: il trapezio nudo desidera le sue labbra.
Poggio la testa sulla sua spalla mentre assapora la mia pelle, ed io mi abbandono completamente. Le sue mani iniziano a scoprirmi, scivolando sull’abito aderente che rivela ogni mia ansa. Una carezza asseconda la circolarità del mio seno, e dopo averne conosciuta la forma, esercita una lieve pressione provocandomi un piacere istantaneo. L’altra mano invece si allunga sul principio della mia coscia, dove s’attacca all’anca, e fin dove le dita riescono ad arrivare, inizia a disegnare un cerchio sui miei lucidi collant.
Sognando quelle dita divarico leggermente le gambe. Lui coglie il mio invito e sposta il tocco più vicino al mio sesso, giocando con il bordo del mio vestito, oltrepassandolo e tornando nuovamente indietro.
Un fiato caldo, appassionato, va e viene dalle mie labbra dischiuse mentre lui nasconde il viso tra i miei capelli come ad assaporarne l’odore.
Con un gesto improvviso poi fa per sollevarsi un poco dallo schienale; la mano che mi carezzava in punta di dita s’incastra tra la mie gambe e le sue. L’avambraccio scorre fino a fermarsi nella piega delle ginocchia ed io mi trovo così chiusa in questa dolce trappola. È libero di avvicinarsi ancor di più al mio piacere, ma le dita volutamente esitano accanto alle labbra nascoste. I miei respiri si fanno flebili gemiti di protesta per quell’attesa infinita ma deliziosa.
Generoso allora pizzica il collant e lo tira con forza, finché non si lacera. Prima che io possa anche solo pensare di protestare, il suo polpastrello incontra la mia pelle. Pelle su pelle, calore su calore, ed è come se una scossa elettrica fosse partita dalla sua falange e avesse risalito il mio bacino.
‘Vuoi che ti tocchi?’ mi sussurra caldo vicino all’orecchio.
Accenno un sì con la testa.
Sono completamente in suo potere.
‘Alzati’ m’ingiunge dolcemente.
Riguadagno con qualche difficoltà la posizione eretta e mi volto a guardarlo mentre anche lui riemerge dalla poltrona divenuta anch’essa calda.
‘Appoggia le mani su quel tavolo’ ordina indicandomi con un cenno della fronte un grosso piano in legno scuro.
I miei palmi obbedienti si piegano alla sua richiesta.
Dopo qualche interminabile attimo, il suo braccio passa sul mio ventre tirandolo a sé. Piegata a novanta gradi rimango in teso ascolto per interpretare la sua volontà. Spinge il bordo del mio vestito fino a metà schiena, ed una nuova carezza passa dal mio gluteo all’interno coscia fremente. Lo sento passare accanto allo strappo del collant senza arrivarvi mai; è come se fosse diventato il nuovo punto del mio piacere, come se l’orgasmo derivasse da quel semplice
sfiorare della mia pelle con le sue dita. 
‘Allora vuoi che ti tocchi?’.
‘Si’ gli rispondo io con un filo di voce.
Una forte sculacciata mi raggiunge prima nel suono, poi nel dolore. Gemo, e non saprei dire se sia sollievo o sofferenza.
Un’altra sculacciata incontra il mio sedere, nient’affatto più pronto di prima. Un’altra ondata di caldo acuto s’irradia.
Non faccio domande, non penso a nulla; se solo mi muovessi, se solo protestassi, quel contatto potrebbe esaurirsi. Ogni sculacciata temo sia l’ultima, ed ogni nuovo colpo è per me un conforto, un nuovo infinitesimo istante d’intimità, di noi.
Ma lui instancabile prosegue nella sua punizione, alternando schiaffi di dritto e di rovescio, mentre io gemo e cerco di proiettare idealmente il dolore in quel piccolo tassello di pelle nuda.
All’improvviso si placa, e senza il rumore delle sculacciate non rimane altro che il mio ansimare ed il suo fiato accelerato. E già sento la sua mancanza.
Mi guida facendomi tornare eretta, e senza lasciarmi mai la mano, si china a raccogliere le mie scarpe. Mentre mi sorreggo al grosso tavolo me ne fa infilare sbrigativamente prima una poi l’altra, come un papà che debba accompagnare la figlia ritardataria a scuola.
Chiusi i cinturini si alza, camminando rapido avanti a me raggiunge la porta di casa, mi schiocca un bacio sulla fronte, e prima che io possa realizzare esattamente cosa stia accadendo, mi trovo fuori da casa sua alla pallida luce dei lampioni.

L’Altro.
Estraggo il cellulare dalla borsetta. Una spia celeste va e viene dal mattoncino nero che impugno. Nervosamente ripeto la sequenza per lo sblocco quattro volte prima di riuscire a comporla correttamente. Arraffo il secondo panino dal cestino nel centro del tavolo accanto ad una candela tremolante. Vi affondo i denti ma lo stomaco è talmente annodato da rendermi quasi impossibile inghiottire.
‘Ciao. Sono imperdonabile lo so. Mi odi?’. Sbuffo e blocco nuovamente il telefono. Lo poggio sul tavolo. Guardo altrove. Torno a fissarlo. Lo riprendo in mano e lo sblocco di nuovo.
‘Un po’’ digito lentamente.
‘Hai perfettamente ragione, mi dispiace tantissimo. Il mio capo mi ha trattenuto a parlare fino ad ora! Il cellulare era rimasto nel mio ufficio. Ho cercato di liberarmi ma davvero non ho potuto’.
‘Ho capito.’ laconica rispondo, determinata a recitare il ruolo della sostenuta.
‘Mi perdonerai mai?’.
‘Non so’ mentre dentro di me l’amara consapevolezza cresce di averlo già perdonato.
Il cameriere per l’ennesima volta si appresta al mio tavolo con la vigile attenzione che si riserva ad una bestia feroce.
‘Mi spiace tanto disturbarla nuovamente signorina, ma abbiamo altre persone che attendono. Se non ha intenzione di ordinare nemmeno stasera temo di doverle chiedere di lasciare il tavolo. Sono desolato’.
Lo fisso per un momento senza parlare, e a dire il vero, senza nemmeno pensare. Lo fisso e basta come se aspettassi da lui una soluzione.
‘Sì, ha ragione, mi scusi, le libero subito il tavolo’ enuncio infine.
Faccio appena in tempo ad alzarmi che lui è alle mie spalle e, sfilato il soprabito dall’attaccapanni lì accanto, me lo porge aiutandomi ad indossarlo.
‘Grazie’ rispondo io con voce lontana, come fossi il pupazzo di un qualche ventriloquo e le parole che mi animano venissero dalla sua bocca distante e socchiusa.
‘Merita di meglio’ quasi a ridestarmi mi bisbiglia all’orecchio il cameriere.
‘Come scusi?’ domando con lo sguardo fisso, svegliata ora e interrogando un sogno che si sta facendo lontano.
‘Non voglio sembrarle inappropriato, però è la seconda volta che la vedo qui sola ad aspettare e a struggersi. Lei è davvero una bella donna, potrebbe facilmente trovare qualcuno che la tratti come merita’.
Lo fisso negli occhi. Questa e l’altra sera deve essermi passato accanto decine di volte, eppure sono assolutamente certa che i nostri occhi non si siano mai incrociati. Forse lui mi ha guardata, ma io a malapena l’ho notato. Ora vedo il suo sguardo che per la prima volta tocca il mio; ma dura un istante perché la mia esitazione deve averlo messo a disagio. Si ancora al pavimento e frettolosamente si scusa.
‘Se le sono sembrato indiscreto io…’.
‘No figurati – lo rassicuro con un sorriso – sei stato molto gentile’.
Raccolgo la borsa mentre lui un pochino ha riacquistato la serenità, o per lo meno il colorito naturale.
Mi scorta fino all’uscita, trattamento privilegiato, ma prima di aprire la porta mi volto e gli do un’ultima occhiata, poi mi decido.
‘A che ore finisci di lavorare?’.
‘Io… – esita, poi sembra decidersi – verso l’una credo’.
‘Dammi il tuo numero’.
Quasi meccanicamente scandisce ogni cifra. La sua incertezza mi diverte.
‘Perfetto – concludo mentre realizzo solo in quel momento di non sapere neppure come si chiama, salvando il suo numero sotto un generico ‘cameriere’ – ti mando il mio indirizzo di casa’.
Senza attendere la sua risposta esco dal ristorante sorridendo.

Sento bussare. Nella mia gola scende l’ultimo sorso di vino rosso e torbido fondo di bottiglia. Decido di indugiare. ‘Busserà ancora?’ mi chiedo ‘o se ne andrà?’.
Guadagno la porta e l’apro. Lui se ne sta semplicemente lì in piedi con la bocca leggermente socchiusa. Ha l’aspetto vagamente trasognato: gli occhi di chi è abituato a spiare la vita degli altri e a riempire con la sua mente gli spazi vuoti. Uno scrittore mancato, un poeta forse, in un’altra vita.
Senza invitarlo ad entrare lo precedo in casa, e comincio a salire le scale. Esitante chiude la porta dietro di sé e, lasciandomi un po’ di vantaggio, pesta i primi gradini.
Lo precedo nella stanza, poi mi volto e inizio a spogliarmi, lentamente. Il suo sguardo si fa di momento in momento più presente, più ancorato a questo mondo. Scivola su tutto il mio corpo ed io mi godo quegli occhi adoranti, e ne bevo, mi disseto. Quando sono nuda mi avvicino a lui, la mia bocca accanto al suo orecchio e bisbiglio: ‘mi vuoi?’.
‘Si’ risponde lui eccitato.
‘Sbottonati i pantaloni’.
Le dita obbediscono spasmodiche.
‘Sfilateli’.
Di nuovo non mi fa attendere.
Lo guardo e vedo il suo eccitamento.
Sorrido compiaciuta, poi mi dirigo verso il letto e mi siedo sulla sponda che lo delimita. Le mie cosce si allontanano come un fiore che sboccia.
Non lascio i suoi occhi nemmeno per un istante, e mi sembra quasi di distinguere la pupilla che si dilata, come a voler cogliere il più possibile quest’immagine di sessualità. Deglutisce.
Io inclino leggermente la testa, maliziosamente sorrido, poi mi mordo il labbro.
‘Toccati’.
Lui rivolge di nuovo gli occhi al mio viso, come se avessi disturbato la sua contemplazione. Come se non potesse udirmi senza guardarmi.
‘Voglio che ti tocchi per me’ torno a ripetergli.
Fa per sfilarlo dalle mutande, ma lo interrompo immediatamente.
‘Non ti ho detto di tirarlo fuori, puoi solo passarti una mano sulle mutande’.
Come se la mia fosse una gentile concessione accenna un sorriso e comincia a passare il palmo sul suo sesso eccitato, gli occhi a tratti socchiusi.
Il medio finisce sulla mia lingua e si nasconde tra le mie gambe. Sospiro avvinta al suo sguardo supplice ed affamato. Brevi gemiti, che sono insieme protesta e piacere, sfuggono dalle sue labbra.
Torno eretta, mi avvicino nuovamente a lui in piedi nel centro della stanza. I suoi occhi tornano lucidi a fissare i miei, come in tesissimo ascolto. M’inginocchio e fermo il suo movimento. Gioco con il confine dei boxer; di tanto in tanto il suo fiato rimanere intrappolato in gola, per un secondo, in attesa, per poi tornare regolare dopo un sospiro. La mia lingua percorre un breve tratto di pelle assecondando la piega del fianco, poi mi alzo di nuovo. Il potere che sento di avere sulla sua volontà m’inebria ed eccita; penso a come potrei godere maggiormente della sua cieca sottomissione.
‘Togliti le mutande e sdraiati sul letto’.
Compie il mio volere con un accenno di frenesia, aggira il letto e vi si sdraia.
‘Non così, a pancia in giù’.
Colgo un momento di esitazione, ma passeggero.
Salgo cavalcioni alle sue gambe, il calore del mio sesso bagnato lo fa rabbrividire. Gli sollevo la camicia per un breve tratto e bacio la sua schiena. Affondo poi la sua testa nel cuscino mentre la mia bocca gli tocca anche guancia e collo.
La mia piccola mano scorre sul suo corpo, forte, teso, piegato al mio volere. Si arresta sul suo gluteo poi si solleva e vi torna di nuovo, velocemente, in uno schiaffo. La sorpresa lo scuote: un subitaneo moto di stizza che però presto si estingue.
‘Shhhh, fai il bravo’ lo placo, mentre una seconda sculacciata vibra sul suo sedere.
La mia mano è più sicura, il rumore più secco, così cresce in me la voglia di proseguire. Una sculacciata dopo l’altra il movimento si fa più naturale, riesco ad impartire più forza; nondimeno lui inizia docilmente a protestare, a gemere, e ad accennare corte onde del bacino strusciandosi sul mio letto. La sua eccitazione nutre anche la mia, così mentre il suo fondoschiena si colora sotto le mie dita, i movimenti si fanno sempre più frenetici. Quando il palmo inizia a bruciarmi, contagiato dal calore e dal rossore delle sue natiche, decido di fermarmi. Il suo respiro mi supplica a continuare, ma, invece di esaudirlo, gli chiedo di mettersi sdraiato per il largo, i piedi puntellati giù dal materasso. Io siedo davanti a lui, davanti a quei suoi occhi adoranti e ricomincio di nuovo a toccarmi, mentre a lui non concedo altro se non strusciarsi tra le mie lenzuola.
Affondo con le dita nel mio caldo umore, e divertita le passo a pochi centimetri dal suo viso che ansante cerca di carpirne il profumo.
‘Vuoi conoscere il mio sapore?’ gli domando con voce bassa.
‘Sì, ti prego, ti prego’ mi risponde lui implorante mentre i movimenti del suo corpo si fanno più lunghi e profondi sognandomi.
Allontano allora crudelmente il medio e più a fondo lo infilo nel mio fiore, lasciando che il godimento di quel tocco traspaia dal mio volto. Il suo sguardo adorante segue angosciato il movimento, i sospiri si accentuano. Le mie dita lo trovano di nuovo, ne inspira a pieni polmoni con le palpebre socchiuse. Le avvicino infine alla sua bocca e lui immediatamente le assaggia, le succhia avidamente, mentre sento il suo piacere aumentare, i suoi movimenti farsi più frenetici.
Ritraggo la mano e riprendo a carezzarmi. Sono tanto eccitata che il mio stesso tocco mi provoca un brivido estatico. In pochi attimi il mio respiro accelera e sento le ondate calde dell’apice farsi più vicine. Anche lui allora accelera i movimenti, gli occhi socchiusi immaginando forse di essere dentro di me e raggiungere l’estasi insieme. Veniamo entrambi: un orgasmo lungo, sconvolgente, avvolgente, mentre tra le palpebre lo vedo stringere coi pugni le mie lenzuola ed affondarci il viso, il respiro affannato.
Deglutisco, do una smossa ai miei capelli, fisso per un istante il soffitto. Lui solleva lo sguardo dal materasso e mi guarda con un sorriso.
‘Grazie’ aggiunge poi.
La mia mano passa con una carezza dolce, quasi materna, sulla sua guancia, poi tra i capelli.
Scendo dal letto lasciandolo solo, nella speranza di non rivederlo al mio ritorno dopo la doccia.

Loro.
La mia certezza rispecchia nello sguardo sicuro di Lui, seduto di fronte a me: il mio sguardo è incerto, il suo incuriosito e vispo. Il campanello risuona ancora in tutta la cucina, e rimbomba su per le mie scale.
‘Devo…devo aprire?’ domando io, colma d’indecisione.
‘Vai sotto al tavolo’ sentenzia Lui pulendosi compostamente con il tovagliolo.
‘Ma come? Perché?’ protesto io.
Poggia il tovagliolo ripiegandolo accanto al suo piatto, poi si alza e con un guizzo mi affianca. Allontana la pasta al ragù fumante, e, mentre mi sovrasta guardandomi dall’alto in basso, provo a sparire nella sedia.
‘C’è un uomo fuori dalla tua porta, giusto?’.
‘Si’ rispondo intimorita e colpevole.
‘Sa che ci sono anche io qui, giusto?’.
‘Si’ ripeto.
‘Si risolverà tutto, se ascolterai quello che ti dico. Ti fidi di me, non è così? Allora vai sotto al tavolo. Io andrò ad accoglierlo ed entreremo in questa stanza insieme, gli parlerò e lo persuaderò ad andarsene e a lasciarci in pace, se è questo che desideri. Lo desideri?’.
Stordita dalla sua voce suadente ripeto ancora una volta ‘si’.
‘Allora piccola mia, vai sotto al tavolo. Io torno in un attimo’.
Bevendo ancora dalla sua determinazione, sparisco sotto alla lunga tovaglia e tiro a me la seggiola su cui ero seduta.
Mi porto le ginocchia al petto, come una bambina, mentre ascolto i suoi passi avvicinarsi alla fonte del trillare che ad intervalli irregolari torna a scuotere i miei nervi.
Non riesco a distinguere quel che si dicono, solamente una voce che sovrasta l’altra: una specie di bizzarra melodia, con un basso suadente, armonioso e regolare, che fa contrasto con una frenetica musica tutta passioni e scuotimenti. Poi qualcosa che somiglia alla pace.
Dei passi si avvicinano, ed il nodo che avvince le mie cosce al busto si fa più stretto.
Cosa temo?
Cosa temo?
Io sono entrambe. La padrona e la schiava, e temo il loro incontro.
Cosa direbbe di me l’Altro, se solo mi scoprisse rintanata qui sotto? Un subitaneo moto di stizza mi spinge al bordo della tovaglia. Ma quasi un sesto senso l’avesse avvisato, la voce di Lui mi ammonisce.
‘C’è ancora un po’ di pasta, ne vuoi? Non fare complimenti’.
‘Lei…lei dov’è?’ l’Altro.
‘Non credo voglia parlare con te’ Lui.
‘Non capisco’ si abbandona l’Altro sulla sedia dove poco prima poggiavo io. Un moto di compassione guida la mia mano che compie una carezza senza poterlo toccare.
Anche l’altra sedia viene sfilata e Lui vi si posa.
‘Non so esattamente perché ti avesse cercato, ma presumo che quello di cui aveva bisogno prima, l’abbia ora trovato in me’. Slaccia lentamente il bottone dei suoi jeans, poi fa scorrere la zip. Io sbigottisco. Poggio una mano sul suo ginocchio, come per richiamarlo in sé, ma prosegue il gesto prosegue, come l’oratoria. ‘Non voglio provocarti, amico mio, conosco bene il dolore del rifiuto. Ma quello che voglio dire è solamente che a volte accade che ciò che spingeva una persona verso un’altra, ad un certo punto, venga meno’. Neanche ha terminato queste parole che il suo sesso è fuori dalle mutande, mentre con la mano mi fa segno d’avvicinarmi. Io rimango impietrita, protesto dentro di me, ma Lui insiste: il cenno prima fluido e lento si fa secco e rapido, spazientito. ‘D’altra parte non è necessariamente detto che la sua decisione sia definitiva. Potrebbe cambiare di nuovo idea: le donne sai, sanno essere molto volubili’ aggiunge con voce amara e sadica. Allora m’avvicino e poggio entrambi i palmi sulle sue cosce, poi lascio che il suo membro scivoli nella mia bocca.
Prende fiato. ‘Ma su, non nascondermi il tuo punto di vista, spero solo di non averti in alcun modo offeso’ parla lentamente e compassato, mentre il suo sesso diviene sempre più duro tra le mie labbra. Mi muovo lenta, incerta, mentre mi accarezza compiacendosi della mia obbedienza.
‘Non so davvero che dire. Sono molto confuso. Non conosco la natura del vostro rapporto ma credevo…mi ero illuso che io e lei avessimo un legame unico, diverso. Forse tu non puoi capire fino in fondo. Non è cosa che cambia dall’oggi al domani, e lei deve saperlo, magari non se n’è nemmeno resa conto, per questo le devo parlare’. Raccoglie tutta la concentrazione l’Altro, mentre sento vagamente tendersi i muscoli di Lui, offeso dalla velata, e forse involontaria, provocazione. Sale l’agitazione che deriva dalla mescolanza chimica data da eccitamento e adrenalina. La rivalità per la donna che sente sua, che ora è inginocchiata sotto ad un tavolo ai piedi dell’altro amante, lo invade. Il controllo garbato e civile che solo un’auto costruita superiorità può donare, lo costringe. Il piacere estatico che la mia bocca gli sta dando, lo stordisce.
‘È stata tua fintantoché non è diventata mia’ seccamente sbotta mentre l’accenno degli intestini contrasti vibrano nel suo contegno.
‘Ha tanto bisogno di te quanto di me; è l’amara verità con cui non vogliamo venire a patti’ ribadisce l’Altro sprezzante, conscio dell’aver trovato un punto scoperto in cui infliggere un fendente.
La posa plastica che a Lui appartiene si fa sempre più scomposta: mentre continuo a far scivolare le mie labbra sul suo sesso e carezzo con la lingua dove più gli piace, sento i suoi muscoli contrarsi e distendersi, il suo fiato farsi incerto, il ritmico andamento delle sue parole stonare.
Poi d’un tratto ride. Ride mentre l’Altro ammutolisce. Ride e tra le risate accenna qualche gemito, che di momento in momento si fa più accentuato.
L’Altro spazientito si alza di scatto dalla sedia e fa qualche passo per allontanarsi.
‘Fermo, fermo. Dove vai?’ lo segue la voce di Lui, ormai rotta in risate e mugolii di godimento.
‘Non volevi parlare con lei?’ lo gela crudelmente mentre sento il piacere sadico dell’averci giocati entrambi pulsargli nelle vene della sua virilità.
‘Guarda sotto al tavolo’.
Io lascio prontamente il mio dolce e amaro compito e mi volto tentando di ricompormi mentre il viso sconvolto dell’Altro fa capolino da un angolo della tovaglia.
‘Perché?’ chiede con voce supplice e guardandomi negli occhi con aria ferita.
‘Io…’ e inizio la frase forse nella speranza di essere interrotta, perché nemmeno io so come proseguire.
‘Esci da qui’ mi fa cenno mentre la sua sorpresa lascia sempre più il posto ad un malcelato sconforto.
A quattro zampe, e privata completamente della mia dignità, esco da sotto quel tavolo dove avrei voluto prendere domicilio per il resto della mia vita.
Mi alzo e vedo prima l’Altro, che mi ha aiutata a rialzarmi e ancora cerca nel fondo della mia anima con i suoi occhi affamati una risposta, poi Lui, che con un sorriso sardonico osserva i nostri volti.
‘Hai ragione, avevo bisogno di entrambi’ trovo la risposta ed un solo fil di voce.
‘E ci avrai entrambi – Lui si alza dalla sedia, lo rimette nelle mutande e si avvicina a noi – dico bene?’ conclude rivolgendosi all’Altro, che gli risponde con un’espressione di smarrimento e disprezzo.
Scosta i capelli dal mio collo, ed inizia a baciarlo. Io sollevo la spalla per farlo cessare, incrociando l’espressione sofferente dell’Altro.
‘Shhh – mi bisbiglia Lui – shhh. Vuoi farti perdonare? Puoi farlo. Io sono incline al perdono. Scommetto che lo è anche lui, dal modo in cui ti guarda – punta il dito ad indicare gli iridi chiari che lo scrutano pur non volendo vedere – quello che sta sul fondo di quegli occhi non è odio, o disprezzo, o risentimento. Non c’è rancore in questo sguardo, fidati di me. C’è invidia. Vede i miei baci sul tuo collo e m’invidia. Immagina il mio membro nella tua bocca e m’invidia. Ma se tu gli donerai quello che hai dato a me, ed hai precluso a lui, sarai perdonata, ne sono certo’.
Il mio volto dubitante si avvicina al suo, mentre controllo ogni moto delle sue emozioni per intendere il suo sentire, e modulare la mia reazione. Mi fissa, gli occhi ancora imploranti, e con quella vivida fame che li contraddistingue. Bacio le sue labbra, prima con leggerezza, poi con più passione. Assaggio il sapore della sua bocca mentre Lui continua a baciare la mia nuca sotto la coltre di capelli.
Poi una presa sul mio collo mi allontana da quel bacio che sa di nuovo e di perdono.
Lui sibila al mio orecchio senza che l’Altro lo possa sentire: ‘digli di calarsi i pantaloni e di piegarsi sul tavolo’.
Io sorrido maliziosamente, poi il clic di un interruttore: riacquisto quella sensazione di potere, come se fosse un oggetto solido ed io lo sentissi nuovamente nelle mie mani.
‘Calati i pantaloni’ enuncio con tono serio, senza possibilità di contestazione.
L’Altro mi guarda, e sento quel filo che lega i nostri sguardi tornare ad unirci, un filo di fiducia e totale appartenenza.
Pantaloni e mutande insieme raggiungono le caviglie.
‘Ora piegati sul tavolo’.
‘Grazie’ risponde con tono commosso mentre segue le mie istruzioni.
Lui si avvicina di nuovo al mio orecchio, e come fosse l’incarnazione della mia perversione sussurra ‘colpiscilo, colpiscilo forte. È il tuo modo per farlo tuo e dimostrargli il tuo affetto. E lui attende, perché è il suo modo di comunicarti la sua devozione’.
La mia mano si alza e colpisce la sua natica in smaniosa attesa. Poi un’altra sculacciata scuote il suo sedere, e geme appagato e dolente. Anche Lui accelera il respiro, accarezzando da sopra le mutande il suo sesso, bevendo a piacimento dal turbinio di passioni a cui assiste, e come l’angelo caduto, sibila quella parola suadente che ci spinga a compiere il suo disegno perverso.
La sua punizione continua, e quel tocco è per entrambi un sollievo immenso, è vero, reale.
Il mio polso poi viene catturato a mezz’aria. Lui mi ha fermata, mentre l’Altro rimane implorante.
Questa volta il peccato viene confessato all’orecchio dell’Altro, mentre io attendo curiosa alle loro spalle.
Entrambi si alzano e mi guardano, poi Lui passa le dita nei miei capelli, stringendoli a tradimento in un pugno. Mi guida fino a farmi mettere nella posizione in cui prima era l’Altro e solleva la mia gonna.
Le tremanti mani dell’Altro abbassano lentamente le mie mutandine mentre il suo respiro affannato percorre la mia pelle a seguire quel gesto.
Una prima forte sculacciata mi fa trasalire, tesi com’erano i sensi a seguire quel fiato caldo muoversi su di me. Un colpo dopo l’altro gemo. La punizione è più severa di quelle cui Lui mi aveva abituato. La frequenza dei colpi non permette nemmeno al mio corpo di riassorbire quella vampa che di nuovo viene battuto ancora. Poi d’improvviso s’interrompe.
Un caldo ed avvolgente calore irradia dal mio sedere. Nell’attesa silenzio: al di fuori del mio respiro e del cuore che sento pulsarmi nella gola, nulla.
Mi volto curiosa: l’Altro viene spinto in ginocchio. Non appena Lui incontra il mio sguardo mi redarguisce: ‘girati’. Obbedisco immediatamente.
Un respiro caldo va e viene, mescolandosi al calore della mia pelle percossa.
Mi sciolgo nell’attesa, mi lamento, mentre il mio bacino accenna qualche movimento inquieto in cerca di un contatto.
Una lingua poi mi trova. Estasi. Ad entrambi sfugge un mugolio. L’Altro attinge per la prima volta al mio sapore, e sento quanto gli piace, quanto cerca di prenderne il più possibile dalla mia carne e dai miei umori.
Poi vengo d’improvviso privata di quell’incontro, ed uno più crudele trova nuovamente il mio corpo. Lui è tornato a colpirmi con foga, ed il mio piacere si mescola al dolore. Sospiro con diversa voce, in spasmi, all’improvviso. Poi mugolo per pochi istanti, finché un’altra sculacciata non mi ferisce.
E come prima, di nuovo la calma improvvisa, che non sa di calma ma di tensione, di ricerca di una conclusione.
Due dita mi penetrano finché le nocche del pugno non toccano la pelle che contorna il mio fiore. L’altra mano afferra il mio collo e mi solleva leggermente mentre il respiro di Lui muove i miei capelli come un pendolo. Il piacere mi sorprende, mentre con foga prosegue il gesto più volte. Inspira lungamente tra i denti, come un sibilo, e le sue dita escono da me.
Subito mi lamento, mentre Lui non lascia la presa, e continua a tenermi, cercando di carpire il più possibile dal mio desiderio sofferente.
Mi guida poi lontano dal tavolo, e sotto gli occhi bramosi dell’Altro ancora scomodamente inginocchiato, mi spinge carponi sul pavimento.
Davanti a me si china Lui, tirando nuovamente fuori la sua virilità, più eccitato che mai; l’Altro nella sua posa dolente sul pavimento freddo e duro, come me, in attesa.
‘Appoggialo al suo sesso’ gli ordina Lui.
Il calore del mio fiore incontra il suo, che preme lievemente per entrarvi, farsi avvolgere.
‘Non penetrarla, non muoverti’ precisa mentre nel frattempo ha infilato il membro nella mia bocca.
Il piacere che deriva dal godimento di Lui mi sazia, e nel contempo il desiderio di avere l’Altro dentro di me mi consuma.
Anche l’Altro inizia a protestare, sospirare, e accenna una lieve spinta per raggiungere la mia profondità, per poi arrendersi nuovamente in un gemito. E nel frattempo anche Lui geme, di un godimento più dolce, più pieno. Io assecondo i suoi movimenti tra le mie labbra, e gioco con la lingua, lo accarezzo, nella vana speranza che, se sono abbastanza brava, possa l’Altro avere il permesso di entrare in me.
Ma i minuti passano, la sua virilità pulsa nella mia gola, e l’Altro ansima logorato dalla promessa di piacere.
‘Toccati e vienile sulla schiena’ infine sentenzia con la voce sconvolta dall’ebbrezza di godimento e potere.
L’Altro afferra il mio fianco, il caldo umore di Lui mi disseta, e non attendo molto perché anche il suo orgasmo mi ricopra.
Rimango così, sazia della loro estasi, affamata del loro tocco.
‘Rivestiti’ ordina Lui all’Altro.
Dolcemente quest’ultimo carezza la circolarità del mio gluteo e finalmente è libero di rialzarsi, non senza difficoltà.
‘Ci hai avuti entrambi, nei modi in cui ci volevi’.
‘Grazie’ rispondo grata io senza alzare lo sguardo dal pavimento.
‘Quando ce ne saremo andati potrai toccarti, ma dovrai rimanere in questa posizione’.
I due passi si allontanano da me, chiudo gli occhi ardentemente desiderosa del rumore dell’uscio che viene chiuso. Eccolo.
In equilibrio su tre arti comincio a toccarmi. Sono incredibilmente bagnata. Mi sembra di volerlo da un’eternità, e in pochi attimi sento già le ondate del piacere crescere dentro di me, sempre di più, sempre di più, fino all’apice.
Vengo. Gemo ad alta voce, per sentirmi, per esserci.
Placato poi il mio ansimare, nel silenzio della cucina vuota, mi alzo.
Non li rivedrò più.
Già mi mancano.
Non sono stati mai davvero miei.

Quello squillo di campanello arriva al mio orecchio come un’idea che guizzi nel profondo di qualche sinapsi. Non saprei dire come, ma so per certo a chi appartenga il polpastrello che preme su quel bottone. A lunghi passi mi avvicino alla porta d’ingresso, timorosa della fine di quell’attesa.
Apro la porta.
Sorrido.