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Pare che lei si sia finalmente calmata. All’alba non odo alcun piagnucolio. Pare proprio che la punizione dell’altra notte l’abbia ammansita. So che è sveglia solo perché di tanto in tanto tira su con il naso con brevi spasmi isterici, come chi abbia appena smesso un lungo pianto.
Appena riesco a mettermi a sedere il profumo di pane caldo solletica le mie narici e, come un miraggio, due grossi tozzi di pane fumante stanno in una ciotola accanto alla piccola apertura della mia rete. Mi ci avvento con irrefrenabile desiderio e solo dopo aver ingurgitato la prima pagnotta riesco ad assaporare, morso dopo morso, la seconda.
Soddisfatta, e quasi euforica per il mio primo pasto da giorni, bevo anche tutta l’acqua anch’essa gentile dono di questa mattina. Poi rimango seduta sul materasso, spalle contro il muro, e osservo nel raggio di sole quel poco di corpo illuminato della donna.
Per quanto mi sforzi non riesco a far luce su quanto io stia provando. Per quanto m’impegni la osservo e sento così tante sensazioni contrastanti da non riuscire a comprenderle. Dopo minuti di profonda meditazione, tanto quanto il mio offuscamento me lo concedono, mi avvicino a lei e le levo la coperta. Lei ha un fremito e ricomincia il suo incessante, martellante, lamento.
“Non ti faccio nulla!” la gelo io, subito spazientita, mentre attentamente scruto i segni che le ho lasciato. Vedo qualche macchia violacea, e incuriosita scosto un poco gli slip per guardare meglio. Somigliano ad una specie di fiore che dal centro irradia sul resto dei suoi glutei.
Lei continua a muoversi per non farsi toccare, il che sta nuovamente irritando il mio delicato equilibrio mentale.
“Se non la smetti le prendi di nuovo!” le ringhio io.
Ma lei imperterrita si agita, anzi, alle mie parole aumenta la foga.
Allora senza esitare le sferro una sculacciata, e ancora ed ancora: di dritto su una natica, di rovescio sull’altra. Lei guaisce e si agita sempre più ma io non ho alcun’intenzione di placarmi, anzi, sentirla soffrire non fa altro che spingermi a mettere più forza nella mia punizione.
Finché la mia mano si ferma sospesa per aria. Una piccola pozzanghera bagna la terra tra le sue gambe. Se l’è fatta addosso dalla paura. La sua umiliazione totale fa morire in me qualsiasi furore, anzi, inizio a sentirmi in colpa per lei.
Per non so quale distorto pensiero, penso di doverlelo: sposto le sue mutandine umide e infilo un dito nel suo sesso, sperando di darle un po’ di piacere. Con l’altra mano l’accarezzo nel punto dove gode di più e sembra, dopo una resistenza iniziale, che lei si sia quietata. Ma non fa alcun movimento. Ne emette alcun gemito. Continuo ma non avendo nessuna conferma in lei presto mi spazientisco, e infastidita dal mancato apprezzamento per il mio gesto di scuse torno seduta sul mio materasso.

Ormai attendo la notte con ansia. Credo di aver capito che in base al mio comportamento posso ottenere cibo più appetitoso, quantità maggiori di acqua e anche qualche confort, se riesco a compiacerlo. Dopo l’altra notte mi è stata regalata una torcia, così posso anche vedere nell’ombra. Due mattine fa ho avuto latte e biscotti: mi sembrava di essere tornata bambina. E questi sono solo alcuni esempi degli straordinari doni che lui mi fa se riesco a fargli piacere.
Il livore dei suoi glutei ormai si stratifica giorno dopo giorno: non fa a tempo a guarire dalla punizione della sera, che la notte seguente di nuovo io sapientemente la riempio di sculacciate. Inoltre ormai tanta meno forza mi serve per farla guaire che già è tutta dolente, così posso continuare anche più a lungo per il diletto di lui; e chiaramente l’indomani avere tante cose belle.
Ma eccolo entrare nella stanza. Io me ne sto già nella mia posizione, accovacciata sulle sue cosce. Le ho già sfilato le mutandine e pazientemente attendo che lui cominci per poter cominciare anche io. Questa sera però c’è una novità: un piccolo arnese metallico con un buco nel mezzo.
Si china su di lei, poi incontra il mio sguardo curioso. Senza bisogno che io faccia domande, allunga vicino alla rete che ci divide l’arnese che posso così illuminare con la mia torcia e vederlo meglio. Poi lo sottrae alla mia vista e lo mostra invece agli occhi di lei che inorridita cerca subito di divincolarsi.
Allora lui le tappa il naso. Lei resiste, interminabili minuti, ma poi è costretta ad aprire la bocca e a riprendere aria. Quindi lui lei infila l’arnese metallico nella bocca e con suo grande sollievo può comodamente iniziare a scoparsela. Io entusiasta nel sentirlo godere comincio a sferrarle una pacca dopo l’altra. Il suo gemito è diverso ora che quell’arnese le tiene la bocca sempre dilatata. Dal rumore che esce da quella gola immagino il suo membro andarle sempre più in profondità, e restarvici sempre più a lungo. E ancora una spinta, ancora un mio colpo, ancora un lamentoso gorgogliare sofferente.
“Allora ti piace farle del male?” mi domanda lui con la voce rotta dal godimento.
“Si!” rispondo anch’io con altrettanto fremito nella voce.
E mentre mi accanisco sempre con maggior vigore sui suoi glutei, con la torcia vedere la scena mi eccita tremendamente e quasi freneticamente mando il mio raggio luminoso sul sedere segnato da multicolori macchie dolenti, al volto di lui estatico, alle sue mani fermamente ancorate al viso della donna.
Ma i minuti scorrono e lui continua nel suo godere, ma senza mai fermarsi per lasciarle il tempo di riprendere fiato, e un nuovo agitato fremito sento scuotere quel corpo maltrattato.
Lui, invece che arrestarsi, al contrario continua con maggiore foga e spingendolo sempre più nel profondo di quella gola che non fa ormai altro che contrarsi spasmodicamente.
Io esito e per un momento mi arresto nel compito. Lui allora mi redarguisce, quasi prossimo all’apice del piacere “Non osare fermarti ora! Continua, dai, continua!”.
Confusamente allora proseguo colpo dopo colpo, e lei è agitata da fremiti sempre più violenti, ma io non mi placo, anzi, ci metto più forza sentendo lui così incredibilmente eccitato.
Ad un certo punto lui le tappa il naso, mentre con l’altra mano afferra saldamente il suo mento e continua sempre più violentemente a infilarsi nella sua bocca. Io mi scosto dalle cosce di lei, stupita ed inorridita, senza sapere bene cosa dover fare.
I movimenti di entrambi si fanno sempre più convulsi, me all’improvviso lei si fa immobile. Le gambe che fino ad un momento prima scalciavano si sono quietate, così come i gemiti e non rimane altro che i mugghi animaleschi di lui e il suono che il suo sesso produce in quella cavità ancora calda, ancora per poco.
Poi infine lo sento raggiungere l’orgasmo e il mio volto è pieno di tutto l’orrore. Lui scoppia in una fragorosa risata che sembra impossibile venire da voce umana. Prendo la coperta che per giorni aveva, notte dopo notte, coperto i miei misfatti, e mi ci avvolgo, e mi ci rintano facendomi piccola piccola sul mio materasso.

Mi sveglio con la sensazione che i miei occhi non siano mai più in grado di vedere. Un pesantissimo macigno grava sulle mie palpebre e passano minuti, forse addirittura un’ora, prima che io riesca a riavermi del tutto. Sono sicura di non riuscire a muovermi. 
Quando pian piano riacquisto la lucidità con orrore comprendo quella sensazione: sono immobilizzata con il giro vita dalla rete che separa le due celle! Provo ad urlarle ma un bavaglio attutisce i miei lamenti. Quando placo un poco il mio gemito mi accorgo che c’è qualcuno alle mie spalle. E d’un tratto capisco: ne ha presa un’altra, ha rapito un’altra donna e ora, ora farà la medesima cosa anche a me! Compresa la mia miseria, e ritenendomi tanto più meritevole di subire a mia volta gli orrori perpetrati comincio a piangere, a piangere come se tutta la mia vita dipendesse da quello.
“Shh, shh non piangere” una voce dolce e carezzevole giunge dietro alle mie spalle. Oh anche tu ancora così umana e tanto cara finirai per farmi del male! Anche a te dirà che sono io la causa delle tue sofferenze e anche a te poi toccherà il medesimo destino! Continua a consolarmi, mentre io continuo nel mio pianto inconsolabile.

Passano i giorni. Arriva la notte che temevo: quella in cui la tenterà. Lei è affamata, e lo sono anche io. Da quando sono qua non ho mai avuto cibo, e se mi ha bagnato lo strofinaccio che tengo in bocca come il morso di un cavallo, l’ha fatto solo perché vuole uccidermi in modo ben peggiore che di stenti.
Lui si fa passo passo più vicino al mio volto. Lei da dietro la rete gli urla improperi e lo tempesta di domande. Potrebbe forse, potrebbe forse lei non cedere. Essere più forte di come sono stata io. Che subito ho ceduto, sconvolta dalla fame, a tutte le sue bieche fantasie.
Si china su di me e d’un momento penso: non sarai anche tu perduta.
Lo estrae già duro dai pantaloni, vedo il rilucere dei denti del suo sorriso sadico nel buio e premerlo sulle mie labbra per entrare. Ma io serro la mandibola più saldamente che posso. Lui divertito, e visibilmente eccitato, mi tappa il naso. Allora io senza aprire la bocca bisbiglio “Se provi a mettermelo in bocca te lo mordo così forte da staccartelo”. Lui furente si avventa con un pugno nel pieno della mia faccia, ma io non mi muovo, e torno a guardarlo per quanto mi è possibile in quella posizione mentre il dolore irradia come un fuoco dallo zigomo colpito.
Spazientito allora si allontana e fa ritorno tenendo tra mani il morso di metallo che gli ho visto usare quell’unica notte.
Alle mie spalle le grida di orrore della ragazza. Mi auguro che la brutalità dell’atto la sconvolga a tal punto che lui non riesca a portarla dalla sua parte. Mi auguro che la mia completa soggezione sia sufficiente ad eccitarlo a tal punto che mi uccida già questa sera, per lo meno sconvolgendo i suoi piani. Mi auguro. Il freddo morso di metallo viene posizionato. La mandibola già dopo un solo minuto si fa dolente.
Lui piano e lentamente lo introduce nella mia bocca. Dapprima non molto a fondo, poi, non appena penetra nella mia gola, ho un contato di vomito: un po’ per la profondità, un po’ per il disgusto che provo per l’atto in sé e per chi lo sta perpetrando.
Ma i miei lamenti ed il mio soffocare più che farlo desistere lo spingono a metterci più foga e presto l’aria inizia a mancarmi. La sensazione di panico invade il mio corpo che tenta di dimenarsi al di là della mia coscienza.
Dopo diverse spinte finalmente si sfila e freneticamente torno a respirare: sembra di averlo trattenuto per ore.
Al suo placarsi anche lei si è placata e non sento più il frenetico sbattere della rete, né gli improperi.
Allora lui comincia a parlarle, e ne sono quasi ansiosa, non solo per l’esito che significherà quanto possa essere crudele la mia pena, ma anche per sentire com’è quel discorso sapendo che non si tratta di altro se non di bugie e lusinghe.
“Non siete tenute a soffrire entrambe” esordisce con tono pacato e allo stesso tempo solenne.
“Tu sei una persona rispettabile, e non credere, ho visto come ti sei dolcemente presa cura di lei. Qualcosa come quella non può essere ignorata. Ed è davvero ammirevole, non c’è che dire. Pochi forse in questa situazione anteporrebbero il benessere altrui al proprio. Ma devo avvisarti che sei caduta in errore. So quello che può sembrare, che io qui sia il cattivo. Lo so, alla fine hai visto quello che ho fatto. Sono un depravato, uno della peggior specie. D’altro canto non è nemmeno mia la colpa se sono così. No. Ma quello che non sai è cosa ha fatto lei. E lei l’ha fatto pensandosi nel giusto, lei ha cercato di legittimare il fatto che le piacesse così tanto, ah? Se ne stava nella tua cella fino a pochi giorni fa. Lei si eccitava a vedere quello che facevo ad altre e ora sto facendo a lei. Ironico, non ti pare? Quindi capisci che non è meritevole della tua compassione. Puoi operare una scelta: tu puoi aiutarmi a punirla, sia chiaro ti sporcherai appena la mani, poca cosa, oppure puoi morire di fame mentre io non di meno abuserò di lei ogni notte, e tu sarai costretta a sentire. Prima che mi rispondi sappi una cosa, non voglio ingannarti: qualsiasi sia la tua decisione il suo destino non cambia, lei morirà. Io la ucciderò. Quello che puoi fare per lei è aumentare le sue pene ma fare in modo che l’agonia non si protragga troppo a lungo. A dirla tutta le faresti un favore”.
Alle mie spalle fa seguito un lungo silenzio, lei rimane attonita.
Infine replica con voce tremante: “Cosa, cosa dovrei fare esattamente?”.
Non riesco più a trattenere le lacrime che iniziano a rigarmi il volto, mentre i singhiozzi rimbombano lievemente nell’eco della mia bocca forzatamente spalancata.
Lo sento sorridere e poi, dopo un momento, aggiungere: “Vorrei solo che tu la sculacciassi, nulla di più. Infondo è nulla rispetto a quanto le faccio io, non ti pare? Fai del bene a te stessa, è vero, ma come ti dicevo fai del bene pure a lei. E poi pensa anche al mondo: lei ha già fatto la sua scelta, il mondo di che genere di persone ha più bisogno? Una come te o, una come lei?”.
Esita ancora lei nella risposta, ma dopo un lungo sospiro risponde: “Ok”.
Scosta la coperta mentre io tento di divincolarmi invano. Poi mi dice piano “Mi dispiace tanto, ma lo faccio per noi”.
Nel mio petto furia e tristezza si agitano tormentosamente, aggiungendo dolore al dolore, e i morsi della fame diventano anche i morsi della coscienza.
Lui sorride, mi guarda “Torniamo a te”. Esegue il movimento con incredibile lentezza, io chiudo gli occhi per non guardare. Lui affonda fino a che le mie labbra non toccano il suo addome. Di nuovo quel conato. Lui emette un gemito animalesco, e guardando lei le suggerisce con voce scossa “Comincia a colpirla”.
Un primo schiaffo si abbatte sul mio sedere. Ma lei è stata troppo buona, allora lui, che nel frattempo ha preso a spingere con maggior fermezza il suo membro nella mia bocca, la redarguisce “Più forte! O il nostro patto è sciolto!”.
Allora la seconda sberla mi raggiunge con più forza. E inizia lievemente a dolermi, ma deve proseguire un po’, con le piccole mani che si ritrova, per farmi davvero male. E paragono inavvertitamente la forza che avevo usato io rispetto a quella che sta usando lei, e cerco di immaginare il dolore di quella donna.
Lui prosegue, sempre più irosamente, e sempre più a fondo nella mia gola, fino a farmi mancare il fiato. Lei continua ad accanirsi sulle mie natiche, sculacciata, dopo sculacciata, incalzando e aumentando di forza come suo sadico desiderio.
L’ansia che mi agitava nel non riuscire a respirare cresce ad ogni secondo, perché tanto più lui mette forza, tanto più scende in profondità, tanto meno riesco ad inalare. Lo sento dal suo gemere che l’eccitamento lo sta annebbiando, l’ho sentito godere tante volte. Non resisterà, non riuscirà a sfilarsi da me, non ora, non così completamente asservita a lui, non così sconfitta. Le sue pacche sui miei glutei fanno sempre più male, sento il calore sotto le sue mani, e ogni schiaffo rinnova acutamente il dolore e rilancia. Brucia tremendamente, e brucia anche la gola.
E, non mi sbagliavo. Tappa il mio naso, afferra il mio mento e penetra completamente dentro di me. Rimane immobile per un momento, e poi accenna a qualche altra spinta. Sento la mia gola contrarsi spasmodicamente, il mio corpo invaso dai tremiti. La lucidità inizia a venir meno. Non riesco nemmeno più a tenere gli occhi aperti. I suoi grotteschi mugoli sono sempre più lontani. Il dolore al sedere sempre più anestetizzato mentre nel mio cuore si dipana un’altra scarica d’adrenalina. Ma anche lui sta pian piano cedendo il passo.
E non avrei mai creduto che sarei morta così.