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attenzione_halloween

Sapreste dire quando vi svegliate quale sia il senso che per primo si ridesta? Io credo di no. Magari la vista, forse perché è quello di cui siamo più consapevoli. Questo discorso è valido per un normale risveglio, nel vostro letto, alla luce soffusa del mattino, con la vostra sveglia che ticchetta sul comodino, con il rombare del gatto ai vostri piedi, accanto allo scendiletto morbido su cui sono disordinatamente riposte le vostre pantofole.
Non il mio risveglio. Non questo.
Tutto appare così rallentato che sento uno ad uno i miei sensi riaversi e fare preda del mio corpo. La quantità di stimoli che ho attorno forse mi stanno sovraccaricando, per questo il mio cervello appare così intorpidito.
I crampi della fame, indubbiamente la prima sensazione che mi raggiunge.
Credo poi segua l’odore nauseante di urina, muffa e umido che appesta l’aria tutt’intorno.
Delle grida disumane poi mi forano i timpani.
E allora, solo allora, inizio a vedere, e i miei occhi devono essere sbarrati ormai da diversi minuti, tant’è che li sento asciutti, come se da quando si sono spalancati ancora non abbia nemmeno una volta battuto le palpebre.
Anche la gola mi duole, la bocca è asciutta e arsa, e solo allora capisco: sono io che sto urlando.
Prima di rendermi conto di dove esattamente mi trovi tento di alzarmi ma il corpo mi duole tutto. Abbasso lo sguardo e non vedo altro che livore, sudiciume di terra frammista a sangue che ricopre interamente la mia pelle.
Una rete metallica delimita questa mia piccola cella; accanto a me niente se non un materasso lurido ed un secchio, da cui immagino emani l’acre odore di escrementi che sta dandomi allo stomaco. L’unica luce sguscia fuori da una piccola finestrella rettangolare a pochi centimetri dal soffitto. La strada che passa appena al di sotto del vetro mi da ad intendere che sia una stanza interrata; dall’umidità e dai tubi forse le fondamenta di un qualche edificio abbandonato chissà dove.
La mia mente continua a vorticare senza possibilità di analizzare l’enorme mole di dati di cui è impregnato. E calata nel panico più totale, dall’ombra lì vicina mi raggiunge un mugolio.
Tentoni faccio due passi verso l’oscurità, con le braccia protese in avanti. Ma presto incontro la rete metallica. Il mugolio però sembra accentuarsi, e lo sento molto vicino. Allora scivolo verso il basso finché non raggiungo un corpo sotto le mie mani! Tentoni cerco di capire come sia bloccato e in che posizione. La donna è incastrata a metà della rete, sdraiata a pancia in giù: nella cella accanto il viso, dalla mia parte dalla vita fino ai piedi. Credo sia imbavagliata, il che spiegherebbe i gemiti soffocati. Tento di far passare la mano in uno dei buchi della rete per liberarle la bocca, ma provo e riprovo e rimango sempre incastrata: la mano non passa.
La sua pelle è incredibilmente fredda e tremante, e deve anche dolerle molto perché ogni volta che accidentalmente la sfioro la sento contrarsi. Mi alzo e mi dirigo verso quella lacrima di luce che scende dalla finestra ad illuminare il mio giaciglio, recupero una coperta e le copro quel che posso. I gemiti sono divenuti singhiozzi di pianto, e anche io non posso far altro che unirmi a lei, vicine nella medesima disperazione.

Non faccio altro che dormire qui. Di un sonno tormentato e sconnesso. Non saprei dire da quanti giorni sia rinchiusa, so solo che la fame è sempre peggio. Lo stomaco mi duole terribilmente e ormai riesco ad addormentarmi solo quando sono sfinita. E presto ancora gli stessi crampi mi svegliano, mi sfiniscono, e così all’infinito. L’altra ragazza è sempre imbavagliata, non fa altro che piangere tutto il tempo: quando non mi tiene sveglia la fame ci pensano i suoi singulti.
Credo di iniziare ad odiarla.

È notte. Il cuore mi salta nel petto come non mai. Sento un ritmico risuonare metallico: dalla parte buia della stanza proviene un breve e secco colpo che poi viaggia tremolante attraverso il metallo fino accanto al mio materasso. Lo sento come se qualcuno se ne stesse qua accanto al mio letto in piedi, e battesse proprio sopra la mia testa. Prima era un suono lungo, prolungato. Un colpo e poi pian piano moriva. E seguiva un altro colpo. E così via. E il risuonare cessava sempre prima che un altro battito originasse una nuova risonanza.
Ma ora i colpi si fanno sempre più ravvicinati e non faccio in tempo a sentire il secco battito nel buio che già ha raggiunto il mio letto, e ancora non s’è estinta quella sinistra vibrazione che un altro colpo arriva dall’oscurità. Sempre più rapidamente. Sempre più veloce. Di colpo, in colpo. Finché ad un certo punto: silenzio.
Ora sento il mio ansimare. Ora sento l’incessante bieco lamento della mia compagnia di sventura. E man mano che il mio cuore si placa, cresce anche il mio rancore verso di lei, ancora preda dei terrori, delle sofferenze, vittima, vittima, vittima!
“Taci!” le ingiungo io spazientita, furente, con una voce che non è la mia. Con la voce, che non sentivo da giorni e giorni.
“Taci! Taci!” proseguo come lei prosegue con il suo singhiozzare.
Non si placa e prendo allora la rete che mi divide dal suo volto e la scuoto con quel poco di forza che ancora sento nelle mie mani. “Taci!” continuo ad urlarle mentre scuoto la rete metallica.
Poi senza nemmeno sapere come o perché scoppio d’improvviso anch’io in un pianto a dirotto. Mi dispero, e intanto provo ancora ed ancora a smuovere quella rete che ci separa. E anche quel poco di energia che avevo si estingue pian piano dentro di me.
Striscio fino al mio materasso e mi rannicchio lì vicino. Mi nascondo il volto dalla luce della luna che filtra da quell’unica finestrella, e vergognosa e tra i miei ed i suoi lamenti mi addormento piangendo.

Il sole pallido del mattino mi scalda la faccia, ed è insieme come un balsamo ed una condanna: sulla mia pelle dolente anche il tocco della luce pare un pugno.
Un odore nuovo, piacevole, riempie quell’aria fetida. Mi giro e una ciotola d’acqua fresca e cristallina riluce sotto la finestra, accanto al mio letto. Mi ci avvento senza pensare. Mi rannicchio e tuffo il volto ingurgitando avidamente quel liquido prezioso. Sono tanto felice che gli occhi mi si fanno lucidi in volto.
Dall’ombra leggermente rischiarata dall’alba sento i soliti mugoli sommessi che hanno fatto da sottofondo a tutta la mia prigionia. Leggermente placati, forse rassicurati da questa mia stessa bella sorpresa.
L’acqua pare avermi dato nuove energie, ma il cervello ancora privato dal cibo faticosamente cogita su quanto lo attornia. Per la prima volta penso ad una fuga. Fisso l’ombra per intere mezz’ore aspettando che i miei occhi si abituino al buio, tentando di capire maggiormente la forma della stanza, quanto sia profonda, e soprattutto, dove sia la porta. Ma la concentrazione dopo pochi istanti viene meno. Allora mi alzo e ripercorro il perimetro della mia gabbia, in lungo ed in largo. E dopo tre passi da un lato e due dall’altro torno al punto di partenza. Faccio passare la rete palmo a palmo, tentando di capire dove sia l’uscita, ma eccezion fatta per un buco di poco più di una spanna in larghezza e mezza in altezza non vi sono aperture.

Il continuo dormire ha reso il mio sonno incredibilmente leggero. A volte mi sveglio per un singulto della mia mezza compagna di cella, a volte un grillo frinisce davanti alla nostra finestrella socchiusa. Un bisbiglio basso e costante giunge al mio orecchio. Mi trovo ritta seduta nel letto prima ancora di esserne cosciente. Allungo le braccia intorno ma nessuno è accanto a me. Tento di capire con precisione da dove arrivi il suono, o che cosa dica quel bisbigliare, ma il singhiozzare di quella donna lo copre sempre più.
“Shh!!” le ingiungo io “Vuoi stare zitta?!” la ammonisco duramente.
Allora un pochino si quieta, finalmente. La voce proviene da sopra la mia testa. Mi alzo e le mie mani incontrano il tubo metallico da cui arrivavano ad ondate i colpi dell’altra notte. Avvicino l’orecchio all’apertura per distinguere meglio il suono. Ma il bisbigliare appare ugualmente confuso. Distinguo a mala pena le parole “male” e “lei”. L’incessante e metallico biascicare d’improvviso s’interrompe. Io rimango ancora con l’orecchio teso, in ascolto.
Un forte scossone poi scuote la mia rete. Più e più volte viene battuta energicamente. Lei inizia di nuovo a gemere quel tanto che il bavaglio le concede.
Io impallidisco e butto tutto il mio corpo contro il muro alle mie spalle, tentando di allontanarmi da quel frastuono più che posso. Ma continua ancora ed ancora, forse per minuti interi, e io non riesco nemmeno a serrare gli occhi perché dentro di me penso che se lo facessi quella presa passerebbe, per un sinistro incantesimo, dalla rete alla mia gola.
Poi gli scossoni si fanno sempre meno frequenti, e meno violenti. Finché nel quasi silenzio un dito non viene lentamente trascinato dalla mia parte di rete a quella di lei, rintoccando in ogni apertura di quella cella. I passi che fino ad allora erano stati incredibilmente inudibili, ora incedono pesantemente e solennemente, e per la prima volta ho la percezione delle dimensioni della cella adiacente. Ma non sento chiavistelli o porte o serrature: l’altra gabbia è aperta! Solo lei, solo il suo corpo mi separa dalla libertà! Ed io qui, relegata nel mio quadrato di terra come un animale.
I passi che si erano fatti lontani ora arrivano frontalmente e mi si fanno nuovamente incontro: deve essere entrato nella gabbia. Impressione confermata dai singhiozzi della donna sempre più frenetici, e dal suo tentativo di divincolarsi dalla morsa della rete che ci separa.
“Shh shh shh” per la prima volta odo la sua voce. Pesantemente poi lo sento posarsi a terra. E nel frattempo prosegue “shh shh shh”. Si china su di lei, e le sussurra qualcosa all’orecchio, ma non distinguo alcuna parola.
Poi le assesta un forte colpo sul viso e lei ne ha un mugolio lamentoso seguito da qualche nuovo singulto. Allora di nuovo lui in piena faccia la schiaffeggia. E questa volta lei sta quieta. La sento respirare ora, deve averle tolto il bavaglio. Ma la cosa non dura a lungo poiché di nuovo ammutolisce. Lui sospira. I miei occhi frugano attoniti e terrorizzati nel buio che mi sta di fronte, e a poco a poco il mio sguardo inizia a distinguere la scena che mi si para davanti: lui è in ginocchio, le tiene il viso tra le mani e a forza le spinge il suo sesso nella gola.
Una mano è poggiata sotto al mento, l’altra sulla fronte, e colpo dopo colpo affonda nel profondo della sua bocca mentre lei dimena i piedi e scalcia di qua e di là nella mia cella. Lui ad ogni colpo geme profondamente, e dopo una spinta ne segue un’altra, che le arriva sempre più in fondo con un orribile lamento. Prosegue così per un po’ e lei continua a gemere come riesce, con la bocca rubata.
Lui poi si separa da lei, perché la sento respirare convulsamente, in debito d’ossigeno; ma la tregua dura poco, poiché subito lui torna a prendersi la sua bocca e a goderne. Ora si muove più velocemente e convulsamente, la sua stretta è salda, lei di nuovo in affanno. Ma si spinge ancora oltre, perché lo scalciare che si era fatto di minuto in minuto più rassegnato ora è divenuto ancora più spasmodico e lei prende a dimenarsi. Una gamba finisce per colpire me con un forte calcio e d’istinto allora immobilizzo entrambi i suoi piedi. Lui d’improvviso si arresta, pur con il suo sesso ancora dentro quell’antro umido e caldo. Scivola dentro di lei fino in fondo e ugualmente da altre spinte lente e sicure, poi indietreggia e lei riprende a respirare. Così ancora per qualche istante.
Poi si sfila e lei è libera nuovamente di riprendere fiato tra un singulto e l’altro. Vorrebbe forse implorare ma non ha la voce, e in fondo sa, che ogni secondo d’ossigeno le è prezioso, che ogni volta che lui s’infila diviene più avaro di piacere, e sempre più mal volentieri si separa da lei.
“Ti stai eccitando?”.
Stupisco a sentire la sua voce intrisa di eccitamento attraversare tagliente l’oscurità.
Allora il viso disperato che tiene tra le mani irrompe in un pianto a dirotto. Lui scocciato di nuovo in pieno volto le imprime una sonora sberla.
“Non parlavo con te, stupida puttana, parlavo con lei”.
Non vedo i suoi occhi nel buio, ma immagino siano rivolti ai miei.
Vorrei rispondergli, inorridita, vorrei urlargli un “no”, vorrei fuggire ma nulla di tutto questo riesce ad uscirmi dalle labbra.
“Ancora le tieni i piedi”. Lo immagino sorridere.
Agghiacciata abbasso lo sguardo e mi rendo conto che ha ragione. Subito le mie mani lasciano le sue gambe, e solo ora, guardando i solchi sanguinanti lasciati dalle mie unghie nella sua carne, mi rendo conto di quanto fosse salda la mia presa.
“Non dovresti dispiacertene, il tuo odio è giustificato”.
Confusa rimango in silenzio ad ascoltare, mentre la mia mente faticosamente tenta di concentrarsi sul significato di ogni parola, ma tutto è rallentato, irraggiungibile. Ogni idea mi sfugge, e io arranco mentre tento di catturarne alcune, ma inutile, di nuovo si allontanano da me.
“Non ricordi?”.
Quasi istintivamente rispondo “Non ricordo”. Come i sogni nel dormiveglia mattutino, ho l’impressione di aver dimenticato qualcosa, eppure ricordo di aver dimenticato, ricordo di aver sognato, solo che mi sfugge, il ricordo mi sfugge.
Lui si fa vicino alla rete “Come sei arrivata qui?”.
Io senza pensarci mi ritraggo intimorita, ma lui continua “Cosa ci fai qui?”.
“Non lo so” rispondo io incerta.
E lui ancora “Come ci sei arrivata qui? Cosa ci fai qui? Cosa ci fai qui?”.
“Non lo so! Non lo so!” lamentosamente gli rispondo. “Dimmelo tu!”.
“Non è qui che dovresti essere”. Fa una lunga pausa. Poi prosegue.
“Non è qui che dovresti essere. Tu eri solo una passante, io non volevo te. No. Io volevo lei. Non vedi lei? Senza offesa, ma lei è il mio tipo. Non sto insinuando che tu non sia bella, al contrario. Sei molto bella. Ma non sei il mio tipo. Vedi lei? Non ha fatto altro che piangere da quando è qui. E tu che credi? Che le abbia fatto fare la fame come a te? No, non sarebbe durata nemmeno una giornata. Lei ha sempre avuto acqua e cibo, ogni giorno. È una debole. E a me piacciono così. Non fa altro che piangere vero? Una bella scocciatura. Piangeva anche il giorno che l’ho presa, ricordi? Tu stavi solo passando di lì e l’hai sentita piangere. Se lei non avesse pianto, se fosse stata più forte tu saresti andata oltre, adesso saresti a casa. Questa cosa non era affar tuo, sapresti della sparizione di una donna dal telegiornale. Mentre sei lì davanti alla tua tavola imbandita sussurreresti ai tuoi cari – o povera donna – e poi proseguiresti con la tua vita. I tuoi cari, beh avrai dei cari? O al tuo gatto, scommetto che hai un gatto. Magari se hai un gatto ma non hai dei cari il micetto sarà anche morto di stenti a questo punto eh? Tutta colpa sua e del suo inutile piagnucolare. Per questo lei è, e resterà, sempre una vittima, per questo adesso io voglio usarla come se fosse il mio giocattolo. Per questo ora tornerò a scoparmi la sua bocca fino a quando mi piacerà. E fino a quando il suo fiato mi concederà di farlo. E nei giorni a venire abuserò di lei ancora ed ancora fino a quando mi stuferò anche io del suo sommesso piagnucolare. Fino a quando il suo corpo non saprà del marciume di cui è fatta e del puzzo dei suoi stessi escrementi, e allora mi troverò qualcun’altra che sia tale e quale a lei. Ma tu non sei come lei. Quindi lascerò che sia tu a scegliere il tuo destino. Puoi startene lì ora a far finta che le mie parole non abbiano ridestato in te il ricordo. Ricordo che sai perfettamente che, coscientemente o meno, è sempre stato lì. Tant’è che tu la odi. La odi dal primo istante in cui le hai poggiato le mani addosso e hai sentito come si ritraeva per il dolore. E segretamente godi a vedere quello che sto facendo. Tanto che potendo faresti a cambio con me.
Puoi morire da brava persona. Puoi lasciarti morire di fame per colpa di una donna senza midollo, e ogni notte sentirmi abusare di lei e beccarti i suoi calci ed i suoi lamenti finché non mi stancherò. Giorno dopo giorno diventando più debole fino a spegnerti tra gli atroci spasmi del tuo stomaco vuoto.
Oppure.
Oppure puoi smettere di fingere che il dolore che le impartisco non ti ecciti. Puoi aiutarmi, puoi fare di lei quello che ti pare. Avrai cibo tutti i giorni, e con il passare del tempo, se mi fiderò di te, potrò darti una sistemazione più consona alla tua fedeltà.
So che sceglierai per il meglio”.
A tutto questo discorso gemiti e lamenti di lei avevano fatto da contorno.
Io ero stata assorbita in toto dalle sue parole melliflue e lusinghiere, insinuanti e seducenti che raccontavano una storia che a mano a mano riprendeva consistenza nella mia mente. Ricordo quella sera, i lamenti, l’aver svoltato un angolo nel parcheggio e poi il nulla. Poi il dolore, la fame, la sofferenza. Le notti insonni per il suo continuo gemere e il gorgoglio incessante della mia pancia in preda alle contrazioni per il digiuno. Il lontano, lontanissimo tepore di casa che ora appariva chiaro, mi era stato sottratto.
“Mi dispiace tanto” dal volto tumefatto e tremante della donna mi arrivano lamentose le sue scuse.
Digrigno i denti, e sento le lacrime di rabbia scendere sulle mie guance, ripulendomi di quella sozzura che ricopre l’intero mio corpo.
Allora lui, vedendomi così furente, inizia a carezzarle i capelli e di nuovo ad ammansirla e indurla al silenzio dolcemente.
“Dove eravamo rimasti tesoro?” detto questo le tappa il naso. Quella non di meno tiene la bocca serrata. Lui appare divertito dalla cosa, anzi, ne è ancor più eccitato, e pazientemente attende, finché lei non sbotta in un sospiro. Non appena le labbra si dischiudono, prontamente lui di nuovo spinge il sesso nella sua bocca, e come prima, chinato su di lei, si muove come più gli piace. Lo sento godere ancora ed ancora; le gambe di lei si dimenano e io rimango pietrificata ad osservare la scena. Non prendo una decisione, non riesco nemmeno più a pensare. Non ho nemmeno coscienza del fatto di averle già afferrato di nuovo i piedi ed essermi seduta sulle sue cosce, né ricordo di aver rimosso la coperta che le avevo adagiato sulle mutandine per coprirla dal freddo.
“Brava, falle male” mi incita lui, con la voce sconvolta dal godimento.
A quel punto alzo la mano e le sferro un duro colpo proprio nel mezzo del sedere. Lei si contrae in un tremito, tentando di sottrarsi da quella nuova tortura. Ebbra della sua sofferenza di nuovo la colpisco e più forte. Nemmeno so da dove mi arrivi quella forza. L’odio anima le mie membra. Lui spinge sempre più forte, lei geme come può, e io di nuovo le sferro una sculacciata. Ad ogni colpo lo sento eccitarsi ulteriormente, e più forte premere il suo sesso nel profondo della gola di lei. Ne ho ribrezzo, ma sono disposta anche a scendere a patti con il diavolo pur di farla soffrire.
La mia punizione prosegue, e gli spasmi che ne ottiene lei, invece di calare, aumentano di colpo in colpo poiché ormai da molto lui non la lascia respirare.
Dai rapidi movimenti accelerati di poco prima lui s’immobilizza nel profondo della bocca di lei, e con un sospiro si sfila. La donna sbotta nuovamente in un frenetico ansimare.
“Allora ti piace farle del male?” io non rispondo, e meccanicamente proseguo una sculacciata dopo l’altra a punirla, quasi come se ne avessi il dovere.
Ora, che la sua bocca è libera, posso anche sentire molto più chiaramente i gemiti che le provoco.
Lui è palesemente spazientito dalla mia mancata risposta, ma si consola in qualche ultima irosa spinta tra le labbra della donna, fino a venire.
Solo allora anch’io cesso di accanirmi su di lei, come per un tacito accordo. E senza proferire altra parola, riposiziono la coperta a nascondere il corpo del mio reato, e mi accovaccio sul mio letto mentre lui, silenziosamente nella notte sguscia fuori dalla stanza.

La seconda parte del racconto verrà pubblicata la notte di Halloween