lapareteCi separa solo il muro di una casa vecchia almeno di cinquant’anni.

In quell’appartamento io ero l’ultimo di tre coinquilini e subito mi avevano fatto sentire a mio agio. Conducevamo vite tranquille: salvo rari festeggiamenti la casa era sempre silenziosa, per questo mai prima di oggi avevo notato quanto sottili fossero le nostre pareti divisorie, con quanta facilità penetrassero i suoni nella mia stanza.

Neanche sapevo lei avesse un fidanzato. Nell’ultimo mese non l’avevo mai vista rientrare con qualcuno. Pur vero che è molto riservata, ma penso me ne avrebbe fatto cenno se ci fosse stato un ragazzo, dal momento che si è già creata una certa confidenza.

Eppure non mi spiego in altro modo l’uomo che l’ha accompagnata nella sua stanza o il mugolio sordo e sommesso che odo ora.

Riconosco la sua gola che soffoca un respiro.

Cerco di non farci caso, e di riprendere il mio annoiato peregrinare da una pagina web all’altra.

Proprio quando la mia mente riesce a prendere il largo e allontanarsi dalla stanza, la mia e la sua, a distrarsi nelle fitte maglie della rete, un forte gemito accompagnato dal colpo che un corpo fa urtando un mobile o la parete irrompe in quella ritrovata quiete.

In casa questa sera siamo solo noi, e per un momento rimango davvero indeciso su quello che sia consono fare. Andare in cucina, tentando di allontanarmi almeno parzialmente da questa intimità in cui sento di intromettermi, o uscire di casa. Ma la cucina mi costringerebbe ad incontrarli una volta usciti dalla stanza, e per uscire è tardi ormai, non saprei davvero dove andare.

Decido allora di abbandonare la scrivania, sdraiarmi sul letto ed ascoltare la musica. Mi abbandono vestito sulle lenzuola e ancora con le scarpe ai piedi. Dal comodino afferro il lettore e un momento prima che io riesca ad infilare la seconda cuffia, di nuovo il suo gemito mi raggiunge.

Rimango indeciso.

Fin dal primo bisbiglio che ho sentito, o forse prima ancora, quando li ho uditi camminare a passi svelti fino ad infilarsi nella stanza, non ho potuto, malgrado abbia fortemente tentato, cacciare le immagini che la mia mente continua a creare.

Lei che schiude le labbra e geme, lei che viene stretta, lei che viene baciata, lei che viene presa.

E questa volta segue un lungo gemito sordo, come attutito da un cuscino, che di tanto in tanto sembra liberarsi leggermente e riprendere la piena voce, e poi smorzarsi ancora.

Esito. So che non dovrei. Eppure lo voglio così tanto. Infine cedo e mi slaccio i jeans, lo tiro fuori e inizio a toccarmi.

Il prolungato silenzio che segue lo riempie la mia immaginazione, con carezze e baci, con tocchi più leggeri. Le mie mani sognano il suo corpo nudo, e sogno il profumo della sua pelle, il suo sapore e quello dei suoi baci. Il modo in cui tocca e viene toccata, e com’è il suo viso quando gode o quando viene. E si schernisce quando l’ammiri nella sua nudità? Bacia con gli occhi chiusi? Ti guarda mentre fa l’amore? La vedo voltarsi con il ventre sul letto, e mentre tocco lievemente la sua schiena, giù per tutta l’ondulata curva della colonna vertebrale, per poi perdermi tra le sue cosce, la sento gemere con il viso zittito nelle piume del cuscino.

Infine il rumore di uno schiaffo mi ridesta dalle mie fantasie e ancora un forte gemito poi nuovamente ammutolito gli fa seguito. E subito la mia mente torna a costruire attorno a quel piccolo stimolo una situazione che contiene un micro universo di sensazioni. Il mio tocco si è fatto meno dolce, il dito che prima solcava il suo dorso e le dava il primo piacere ha preso il suo posto nel palmo che si è abbattuto sul suo sedere.

Non avevo mai fatto di questi pensieri eppure ne sono incredibilmente intrigato. È un gioco. Immagino altri schiaffi, un piccolo gemito segue, poi un riso soffocato nelle piume. Cerca di sfuggirmi, e la tiro nuovamente a me, e di nuovo le infliggo una piccola punizione. E lei di nuovo geme, ride e mi sfugge.

Continua nella mia mente questa fantasia, e più la sento allontanarsi, più la punisco e più lei mi fugge. Sento dentro di me il piacere crescere sempre di più, e immagino nell’altra stanza anche la sua bocca aprirsi nello stupore di un orgasmo.

Poco prima dell’apice però un nuovo colpo, un gemito ammutolito, seguito questa volta da un ‘no!’ e poi un pianto, la voce di lui per la prima volta furente, la porta che sbatte, prima della stanza poi dell’uscio.

Mi fermo e resto impietrito nel letto ma ormai non riesco a fermarmi: vengo. Ammutolisco, fremo, e quasi colpevole, me ne vergogno. Ancora non riesco a capire cosa stia avvenendo o sia avvenuto, ma un forte senso d’imbarazzo e di colpa mi assale.

Prendo dal cassetto del comodino un pacchetto di fazzoletti e mi pulisco, cercando di rimuovere anche il forte disagio che mi ha preso come una frenesia.

Mi metto a sedere e nell’altra stanza la sento singhiozzare. Rimango un momento sul letto, ancora stupefatto, cercando una spiegazione a quanto sia avvenuto realmente, ma i ricordi reali si alternano alla memoria della fantasia. Ha gemuto? Quando? E quegli schiaffi? E quei sospiri strozzati? Era un cuscino o era una mano?

Mi alzo e poggio l’orecchio sulla parete per sentire quel pianto delicato di cui mi sento egualmente responsabile.

Passano i minuti e lei non accenna a smettere o a trovare consolazione. Immagino sia seduta contro il muro; se non ci separasse potrei toccarla da tanto le sono vicino.

Vinco allora il mio imbarazzo, esco dalla camera e con esitazione busso alla sua porta.

Per un momento si zittisce, tira su con il naso e si schiarisce la gola, poi arriva un impercettibile ‘si?’ che tenta di ostentare una solidità invece traballante. Si regge a stento sull’increspatura della sua voce, più dolce e fragile di come l’abbia mai udita.

‘Posso entrare?’ le chiedo e mi stupisco di ritrovare una piccola crepa anche nel mio tono.; impercettibile segno di una differente commozione.

Lei rimane un momento in silenzio, infine ‘Preferirei di no’.

Poggio la fronte sulla sua porta, esito anche io. ‘Stai bene?’.

‘No’ e sento di nuovo che le sfugge una lacrima.

A quel punto decido ugualmente di entrare.

Nascosta in buona parte dal letto, non vedo altro che la sommità del suo capo. È piccola piccola, rintanata in un angolino: ha alle spalle il suo comodino, su cui un bicchiere riverso fa gocciolare del succo di frutta che rintocca sul pavimento. Alla sua sinistra la mia parete, alla sua destra il letto.

Faccio due passi e trovo i suoi occhi, le due linee di fuga di quel piccolo basso corridoio, che mi guardano enormi e stupefatti, vitrei e intrisi di una tenerezza che mi pare sconfinata.

D’istinto si massaggia la guancia, forse timorosa che vi sia rimasto un segno al di fuori della sua vergogna.

Come si farebbe con un cucciolo spaventato mi piego sulle ginocchia e modulo la voce, sussurro.

‘Ti ha fatto male?’.

Due grosse lacrime si affacciano sul suo sguardo, fa no con la testa, poi abbassa gli occhi vergognosa. Allora l’abbraccio, lei è immobile, le braccia conserte. Le bacio leggero la fronte, le dico che se ha bisogno ci sono. Poi decido di lasciarla sola nell’intimità della sua ferita, più psicologica che fisica, perciò impossibile per me da sanare.

Chiudo la porta dietro di me, torno sdraiato sul letto. Sembra si sia calmata, perché non odo più alcun singulto.

Forse un ex? L’ha schiaffeggiata, qui nella sua casa. L’ha spinta, piccola com’è. Non fatico a vederla sballottata in preda a quella furia, come una boa che se non fosse legata al fondo si perderebbe tra le onde del mare. Forse se non fosse stato per me, se lui avesse saputo di essere in casa loro due soli, se io per lasciargli la presunta intimità fossi uscito, le cose sarebbero andate diversamente.

Mi sono masturbato mentre lei nell’altra stanza soffriva, mentre lei lottava, mentre quel bruto la prendeva, la sbatteva e poi la stringeva, la zittiva. Eppure mi è piaciuto.

Si è fatto tardi, mi alzo, spengo la luce, poi mi spoglio, rimango in mutande e m’infilo sotto le lenzuola; dalla finestra una brezza leggera settembrina degli ultimi soli s’insinua tra le tapparelle che ogni tanto fremono.

Se avessi saputo fin da subito quello che stava accadendo come avrei reagito? Sarei intervenuto? Come si somigliano le voci della paura a quelle della sorpresa, quella della sofferenza a quella del piacere.

Per un solo momento, una frazione di secondo, smetto di sentirmi in colpa, e penso a quanto il gemito sia eccitante qualsiasi bocca l’abbia liberato.

Ritorno con la mente a quella voce che io pensavo ammutolita nel cuscino. Alla sua schiena nuda e sinuosa, che termina nei glutei e nel suo sesso, celato da quella pelle morbida, e anelante di una mano che lo trovi. Allo schiaffo che stupisce quel corpicino, alla fuga placcata, al secondo schiaffo più violento, al suo gemito più rotto, più offeso. Alla sua fuga più determinata, alla mia cattura più spietata, alla mia punizione più severa.

Sono già di nuovo eccitato; mi nasconde il buio, la notte e le lenzuola: neanche il senso di colpa che di nuovo prova a penetrarmi mi riesce a trovare.

Ricomincio a toccarmi, e questa volta la mia fantasia lascia l’illusione per una realtà più vera e cruda: quella fragilità spezzata, la passione sfrenata ed il rifiuto, che non termina però con la violenza sul suo viso, ma la fame del suo sapore. Immagino delle mani che la desiderano e cercano la sua pelle con rabbia tra i suoi vestiti; mani che afferrano e strappano. Sento il suo piagnucolio sommesso, le mani aggrapparsi per sfuggire, e braccia più forti che la cingono e la rapiscono.

Continuo a darmi piacere, e per le carezza di poco prima ci sono schiaffi, per i baci ci sono morsi e per i tocchi leggeri ci sono strette bramose, per i gemiti, gemiti.

Finché m’interrompe. Strisciando dalla porta mi trova prima la luce del corridoio, poi il senso di colpa. Fermato sento il cuore saltarmi nel petto, poi il mio fiato accelerato. Rimanendo di ghiaccio, cerco un ‘si?’ che riesco a malapena a pronunciare.

Lei rimane sulla soglia, impietrita anche lei, e parrebbe volersene andare, biascica uno ‘scusa’, ma lo specchio della porta illumina il mio comodino e il suo sguardo lo trova pieno ancora dei fazzoletti con cui poco prima mi ero pulito via seme e colpe.

Non sa cosa fare o cosa pensare, mi chiede con un cenno di disgusto nella voce ‘Ti stavi toccando prima?’.

Senza nemmeno lasciarmi la possibilità di rispondere, si avvicina al letto, prende un lembo del mio lenzuolo e mi scopre lasciandomi nudo a coprirmi alla meno peggio con le mani.

‘Ti stavi toccando anche ora!’.

Trovandomi così indifeso e spiazzato mi colpisce con un forte schiaffo in pieno viso. Sento il mio volto cambiare già espressione ed il sangue fluire, come in risposta ad un istinto lontano.

Di nuovo lei con il dorso colpisce di mal rovescio la mia altra guancia. Come un ringhio silenzioso digrigno i denti. Prova a punirmi di nuovo ma le afferro il braccio e le stringo il polso.

Lei stupita prova a colpirmi con la mano rimasta libera, ma prima che abbia il tempo di farlo la tiro sopra di me, e rotolando nell’altro lato del letto, finisce sotto il mio corpo nudo. Le tengo fermi i polsi mentre lei tenta di divincolarsi. Mi chino su di lei, che pian piano smette di lottare.

‘Vuoi farmi del male?’ chiede con voce sommessa, leggermente più quieta.

‘Si’ le rispondo io scostandole i capelli dalla fronte.

Poi i miei occhi tornano nei suoi, accesi e fiammeggianti. Mi avvicino lentamente alle sue labbra e lei solleva leggermente la nuca dal cuscino prendendosi il mio bacio, terminandolo con un forte morso che riaccende in me la voglia di farla gemere.

Una mano affonda nei suoi capelli, li stringe tra le dita, e la blocca con il collo nudo, esposto che assaggio con denti e labbra, come se mordessi un frutto fresco, una pesca.

Scendo sulla sua camicetta, slaccio uno ad uno rapidamente i bottoni. Deve essersi macchiata del succo di frutta rovesciato perché profuma di arancia. Trovo la sua pelle, sollevo il reggiseno e le bacio i seni, e li carezzo con la mano sinistra mentre l’altra tiene ancora i suoi capelli imbrigliati.

Scendo sul ventre, e sento in un piccolo spasmo il brivido che le provocano le mie labbra appena sotto il suo ombelico. Lascio ormai la presa con la mano che scende per avvicinarsi ai suoi jeans. Apro il bottone, ma prima che riesca a tirarle giù la zip, lei solleva il busto, e colpisce di nuovo il mio viso attonito con un ceffone. La mia mano sinistra stavolta afferra il suo piccolo e fragile collo e col mio peso l’ancoro al letto. Il suo sguardo è di sfida, la sua bocca un sorriso beffardo. Mentre il mio corpo preme sul suo, cerco la cerniera dei suoi pantaloni e riesco a farla scendere. Il palmo scende con tocco lento ma esercitando pressione sul cavallo mentre i miei occhi frugano nei suoi per cercare ogni lieve esitazione, attimo di godimento o di eccitazione; qui un semplice battito di ciglia, come delle esitanti ali di farfalla.

La mia mano allora scivola sotto a jeans e mutandine. Il petto sale, deglutisce, le labbra si separano, le palpebre si avvicinano. Ma è un attimo, e il suo sguardo torna insolente, anche se più liquido, più caldo, più sensuale.

Il mio medio passa tra le sue labbra, poi sale leggermente, trova il punto del suo piacere e inizia a muoversi su di esso. La mia bocca ha sete del suo sapore, e vorrebbe baciare anche quelle labbra, ma lei ancora mi sfugge ed io la devo addomesticare. Per istinto, per quel freno, la pressione sul suo collo si fa maggiore, lei inghiotte e scorgo l’ombra di paura nel bianco dei suoi occhi. Allora mi faccio più deciso. La spoglio e ora, senza più l’impedimento dei jeans stretti, infilo due dita nel suo sesso, accompagnando il movimento col mio bacino, pregustando il momento in cui la farò mia. Lei geme e il suo respiro è tanto vicino al mio che posso sentirlo andare e venire sulla mia pelle. Inebriato da quel suono, distolgo un momento lo sguardo, socchiudo gli occhi, volto il viso e avvicino l’orecchio alla sua bocca, timoroso di perdere anche un impercettibile fiato, mentre le mie dita continuano a sciogliersi nel calore tra le sue gambe.

Continuo a toccarla ad ascoltare ogni sospiro, finché non si fa affannato, come prima dell’apice, allora mi fermo. Lei geme lamentosa, chiude gli occhi, avvicina supplichevole le sopracciglia.

Io, quanto lei affamato, mi stacco con un incredibile sforzo di volontà, e la volto, premendole la guancia contro il cuscino. Finalmente non mi limito ad immaginare le mie dita che solcano la sua schiena, che accarezzano i suoi glutei, che si insinuano tra le sue cosce. Inizio a scivolare sopra quel corpo, a strofinarmi su di lei, pregustando sempre più il momento in cui potrò penetrarla, imponendo ad entrambi il supplizio dell’attesa.

Lei si è fatta più docile, schiava del godimento, così mi arrischio a lasciare la presa dalla sua guancia; mi metto seduto in ginocchio sulle sue cosce.

Con entrambe le mani le massaggio i glutei, morbidi e insieme sodi, distenendomi prima in avanti, verso le fossette di Venere, discendendendo poi con i pollici nell’interno delle cosce, percependo il tepore che sale a scaldare quei lembi di pelle e ricominciando daccapo.

Così come ho lasciato che il dolce suono dei suoi gemiti di piacere facesse crescere il mio desiderio, in altrettanto modo voglio affamarmi dei suoi lamenti.

Do il primo schiaffo con tutta la mia forza. Lei orgogliosamente trattiene il respiro, e non emette un fiato, né tanto meno tenta la fuga: rimane immobile e disciplinata, determinata ad osteggiarmi nel modo più sottile che potesse fare, ovvero levandomi l’appagamento.

Furente la colpisco con forza maggiore.

Ma lei serra i pugni e tace.

Indispettito dalla sua ostinazione, colpo dopo colpo, lei affonda il viso nel cuscino e in alcun modo riesco ad udire di nuovo quel gemito che vado cercando ormai con disperazione.

Nella luce fioca che entra dal corridoio, accanto al letto, vedo una delle mie ciabatte, di quelle in gomma dura che uso per andare di solito in palestra. Senza aspettare oltre e prima che lei, che ancora nasconde il viso, riesca a vedermi, raccolgo la ciabatta e la scaglio con tutta la mia forza sul suo sedere.

Abituata com’era ad un dolore ben diverso la colgo di sorpresa e mi regala finalmente quel lamento, il lamento. Ne sono tanto sopraffatto che inevitabilmente ne gemo anch’io, di soddisfazione e di appagamento.

Colpo dopo colpo, la sua voce giunge al mio orecchio come una stupenda rivelazione, e continuo a paragonare nella mia mente il dolore di ora con il piacere di prima, e di quel confuso e ambiguo vociare e sospirare godo.

Mentre mi sazio delle sue dolci pene, con la mano che non brandisce la mia arma rimediata, inizio a toccarmi e ad unire la mia voce alla sua, originate da antitetiche sensazioni.

Solo quando sento che sto per raggiungere l’estati decido di fermarmi. Faccio passare la mia mano, tra le sue cosce, sotto al suo ventre, e la tiro verso di me, facendole piegare le gambe.

La giudico meritevole ora di prendersi anche lei da me il suo piacere; così mi sdraio con la testa tra le sue ginocchia e l’accompagno in modo che sieda sul mio viso.

Subito sospira di piacere non appena la mia lingua inizia a lambirla.

Mentre continuo a toccarmi lei mi lascia senza fiato, muovendosi sulla mia bocca, disegnando un otto con i suoi fianchi che si muovono armoniosi come onde.

L’aspetto, sono talmente eccitato che di tanto in tanto mi devo fermare, ma ogni pausa prolunga il piacere che proverò raggiungendo l’orgasmo con lei. E intanto mentre sospiro tra le sue cosce lei prosegue a cavalcare il mio viso, rallentando come me per esasperare quell’attesa.

Quando entrambi ormai non riusciamo più a resistere, estenuanti da quel godimento, finalmente veniamo, ed io riesco vagamente a scorgere il viso che avevo cercato ore prima di immaginare, quello del suo orgasmo: la bocca forma quasi una O, sorpresa, gli occhi chiusi, le sopracciglia aggrottate, quasi in un’espressione sofferente.

Le chiavi nella toppa preannunciano il rientro del terzo coinquilino ed entrambi veniamo presi alla sprovvista e confusamente iniziamo ad affaccendarci come rischiassimo d’essere sorpresi in flagranza di chissà quale crimine.

Lei senza nemmeno pensarci, mi bacia sulla bocca, poi corre fuori dalla stanza e si chiude in camera sua. Spingo i suoi jeans, rimasti in camera mia, fuori dalle lenzuola e sotto al letto, ma sfilando le mutandine da quel groviglio e nascondendole sotto al cuscino.

La mattina ci incontriamo tutti e tre in cucina, a fare colazione. Lei sorseggia il caffèlatte stando in piedi con la schiena contro il ripiano. Io le sorrido complice, lei con dolce rimprovero, sfuggendo alle occhiate del terzo coinquilino ignaro. La provoco, la invito a sedersi ‘Perché non ti siedi?’.

‘Sono comoda in piedi’ risponde con un’occhiata divertita ed insieme sarcastica.

Stanotte quando il terzo coinquilino dormirà, busserò lievemente sulla parete e socchiuderò la porta. In ogni caso, non penso le restituirò le mutandine.