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Tutto è silenzio.
Curioso come quanto, essendo soli, attorniati dal buio e senza altro rumore se non quello che facciamo noi vivendo, diveniamo silenziosi. Sulla sottile ghiaia sotto ai miei piedi lo scalpiccio acuto delle mie scarpe tra i sassi pare insopportabile nel lieve frinio di grilli che ammutoliscono al mio passaggio. Così poggio ogni passo sempre più breve e leggera fino a raggiungerla, nel suo mutevole azzurro riflesso dai lampioni del campo di calcio poco lontano.
È vietato fare il bagno a quest’ora, ma la notte è calda, intorno nessuno. Rimango un momento a fissare la quieta acqua turchese, mi incanto a guardare il capriccioso disegno che proietta sui miei vestiti chiari. Infine mi decido e sfilo scarpe e calze, siedo sul bordo, e faccio ondeggiare lievemente i piedi in quell’acqua fresca e proibita.
Socchiudo gli occhi, un breve brivido mi ridesta da quell’attimo di pace in un soffio più fresco dell’aria d’estate.
Mi alzo, rimetto la tracolla e mi dirigo verso gli spogliatoi. Mi alleno sempre la sera tardi. Il piacere di avere un luogo tutto per me è impagabile.
Salgo le scale ed accendo la luce: sono sola. Vengo presa da una specie di euforia e lancio la borsa su una delle panche, causando un gran frastuono. Inizio a canticchiare a bassa voce; scalzo le scarpe senza slacciarle, sfilo il completo sudato, abbracciato fortemente al mio corpo, e levo l’intimo. Rimango nuda e tergiverso, di quella piccola sciocca trasgressione che solo un posto deserto che sei solita vedere affollato può dare. Passo davanti allo specchio: mi guardo da lontano prima, poi da vicino.
Una piccola idea perversa inizia a farsi strada nella mia mente e sorrido complice al mio riflesso, che ricambia con pari malizia. Infilo la mano tra le mie gambe calde e inizio a toccarmi, cercando di scovare ogni cambiamento lieve che compare sul mio viso, rintracciando i segni del piacere nei miei occhi. Lo sguardo immediatamente diviene caldo, le palpebre si socchiudono; mi lecco le labbra che subito tornano di nuovo a separarsi lasciando intravedere il sorriso. Prima sospiro, poi divertita decido di gemere, provocando il mondo a scoprirmi, nascosta qua in piena vista.
Decido di proseguire in doccia, e il rumore dell’acqua mi spinge ad alzare il volume del mio godimento per il puro piacere di riuscire a sentirmi. Poggio l’avambraccio sul muro, verso lo spruzzino che lascia cadere l’acqua tiepida sulla mia nuca. Indietreggio con le gambe tanto quanto le dimensioni ristrette di quel quadrato di piastrelle me lo concedono e affondo di nuovo le dita nel mio sesso.
Sollevo la testa leggermente, poi lascio che la mia guancia strofini la mia spalla e faccio scendere le mie labbra socchiuse un poco sul braccio. Chiudo gli occhi e lambisco la pelle lievemente con la lingua, poi decido di sorprendermi con un morso. Una lieve fitta comincia a pulsare nella mia bocca, e trovando questo gioco piuttosto eccitante decido di continuare e stringo di più, fino a farmi male. Gemo divertita da questo piccolo dolore auto inflitto e proseguo spingendo tre dita nel fondo della mia gola, fino quasi a farmi mancare il fiato e, mentre continuo a toccarmi, mi scopro sempre più eccitata.
‘Hey!’. Una voce alle mie spalle mi gela. Spalanco gli occhi e deglutisco. Il primo istinto è quello di girarmi ma prontamente la voce mi ingiunge ‘Non voltarti’.
La sorpresa lascia il posto alla paura. ‘Io…’ provo a giustificarmi, quasi balbettando, completamente spiazzata dalla situazione.
‘Spegni l’acqua’. Esitante, tentando di riacquisire una posizione più composta giro la manopola. ‘Non ti ho detto di tirarti su, rimettiti com’eri’.
‘Non…’ ma la voce mi muore in gola, e non dimeno lui di nuovo mi incalza. ‘Continua pure’.
Io non mi muovo, non so per quanto tempo. I miei nervi sono tanto tesi, il mio corpo talmente all’erta che ho cognizione di ogni singola goccia che si sta muovendo, scivolando su di me e rintoccando sulla porcellana del pavimento. Sono tanto immobile da iniziare a sentire i muscoli dolere. Lui deve essere in silenzio dietro di me. Non fiata o si muove, nemmeno mi sembra di sentirlo respirare. Eppure so che è dietro di me. Ne percepisco la presenza.
‘Ti avevo chiesto di continuare’. La sua voce è notevolmente più vicina a me di quando mi era giunta all’orecchio l’ultima volta. Sobbalzo per lo spavento. Mi sento terrorizzata e non ho nemmeno più il fiato per potergli rispondere, per pregarlo di andarsene e lasciarmi in pace.
Completamente presa dal panico inizio a singhiozzare e di nuovo dietro di me non arriva alcun suono, nemmeno un respiro. Difficile dire per quanto io sia rimasta immobile prima di riuscire un pochino a calmarmi. Il mio respiro torna a poco a poco regolare, la spalla inizia a contrarsi per gli spasmi dal momento che è ancora poggiata alla parete sotto lo spruzzino, e lo stesso vale per i glutei ed i muscoli delle cosce.
Quando il silenzio torna, non più riempito dalla mia paura cieca inizio a sentire una sensazione di solitudine. Non sento più la sua presenza dietro di me. Esito ancora un poco, schiava del mio terrore che a poco a poco si sta placando. Mi volto.
Dietro di me nessuno.
Sporgo il viso nel corridoio e scorgo sul pavimento i passi disegnati dalla terra impregnata nelle scarpe da lavoro bagnate dell’acqua fuoriuscita dalla mia doccia.
Esausta crollo a terra. Mi siedo ancora nuda sulle piastrelle fredde e nascondo il viso tra le mani riacquistando pian piano il controllo.

Quando scende la notte ogni cosa diventa un segreto. Le persone si confessano più volentieri con il buio. Si consumano più peccati.
Lei era così bella. Così fiera anche nel suo terrore. Ha l’animo della rivolta. Se avessi visto i suoi occhi l’avrei saputo per certo.
La piscina di notte ha il fascino dei divieti, dei limiti da oltrepassare. Il mio compito è osservare. Ma che differenza corre tra quello e lo spiare? Non riesco ad immaginare un lavoro diverso da questo, non più. Il mondo è là fuori, sempre, e io ne sono divenuto l’imparziale giudice che lo guarda dal buco della serratura.
Ma è un trono solitario il mio. Dormo quando la gente vive, e vivo quando la gente dorme. Quello che vedo sono i segni del passaggio della vita: le sdraio lasciate fuori posto, le cartacce appallottolate accanto ai cestini da canestri mancati, qualche gioco di un bambino a volte, o l’asciugamano dimenticato su una sedia.
E poi c’è lei. Che quasi ogni sera a passo leggero attraversa la mia terra di nessuno, il mio esilio solitario. Si bagna nelle acque proibite e azzurre di questa piscina, si fa accarezzare il corpo madido di sudore dalla sottile aria delle sere estive, poi scompare nello spogliatoio.
Ieri sera per la prima volta l’ho seguita.
Ma eccola che anche stasera riappare. Dopo la mia intrusione nello spogliatoio femminile temevo non si sarebbe fatta più vedere. Ero convinto di averla spaventata, di aver osato troppo, di aver spiato una volta in più. Gli occhi meno fieri fissano la ghiaia nel buio. Perché non alzi lo sguardo? Di cosa hai paura? Leva le scarpe e le calze, e intinge i piedi stanchi, però la sua fronte e corrugata, l’espressione pensosa. Poi d’un tratto, cos’è che ti ha svegliata? Solleva il mento come animata da un’idea improvvisa. Torna eretta e inizia a spogliarsi. Si tuffa nell’acqua che deve essere gelida, perché al suo riemergere boccheggia quasi in debito di ossigeno.
Ti desidero. La desidero. Conosco ogni passo di questi giardini, eppure il mio piede cade in fallo su una prematura foglia secca, e il suo crepitio la raggiunge anche nel lievissimo sciabordare dell’acqua in cui è immersa e drizza le orecchie. In fretta, come una ninfa scoperta da un mortale durante un qualche rito mistico e segreto, emerge dalla piscina, raccoglie le sue cose con cui copre la biancheria divenuta trasparente, e punzecchiandosi i piedi con la ghiaia si dirige a passi svelti verso lo spogliatoio ancora scalza.
Le lascio un po’ di vantaggio. Non voglio abbia paura di me, rispetto sì, anzi, deve sentirsi sicura, arrivare a fidarsi, proprio perché potrei farle del male ma decido invece di risparmiarla.
Ecco la porta che mi separa da lei. Il limite. Qui buio, mentre la luce bianca e artificiale scappa da sotto la porta e illumina i miei piedi. Si è fatta silenziosa stavolta. Poi finalmente l’acqua della doccia comincia a scorrere, ed io senza esitazioni afferro la maniglia ed entro.
Mi coglie in fallo però la sua voce prima che entrambi i miei piedi abbiano oltrepassato la soglia ‘Fermo!’.
Non la vedo davanti a me, ci separa una fila di armadietti: io da una parte, lei dall’altra.
‘Chi sei?’.
Rimango in silenzio.
‘Cosa vuoi da me?’.
Di nuovo lascio che la sua domanda cada nel vuoto.
‘Rispondimi!’.
Oltraggiato dal suo tono sbotto ‘Non ti permetto di parlarmi in questo modo ragazzina’.
Questa volta lei rimane ammutolita.
Poi flebilmente mi raggiunge un suo ‘Scusa’.
Ne stupisco.
‘Mi hai spaventata’. Aggiunge poi.
La sua dolcezza mi lascia un momento attonito.
Tuttavia riacquisto presto il controllo.
‘Era quello che volevi’.
Ci pensa un po’ su, ‘Forse’ – poi aggiunge – ‘tu come lo sai?’.
‘Lo so e basta’ le rispondo duramente.
‘Cos’altro sai?’ flebilmente mi chiede lei.
‘Che sei attratta da me’ oso io.
Esita poi in un moto troppo incerto di ribellione risponde ‘No, non so nemmeno chi sei, nemmeno ti ho mai visto, come posso essere attratta da te?’.
La risposta ha già preso forma piena nella mia mente, ma lascio che il silenzio ne crei un’impressione ancora più forte ‘Non saresti qui adesso se così non fosse’.
Difficile dire quanto durino i secondi che fanno seguito alle mie parole.
‘Posso vederti?’ infine mi domanda mite.
‘No’ – la redarguisco senza lasciare spazio ad obiezioni – ‘però io posso guardare te’.
Di là dagli armadietti la sento lievemente muoversi, ogni tanto il peso si sposta da una gamba all’altra, il piede ha un’esitazione, e il suo scalpiccio in quell’immenso deserto non può che risonare incredibilmente. Abbasso lo sguardo e vedo la sua ombra allungarsi vicino alle mie scarpe, filtrando da sotto gli armadietti.
‘Voglio che tu ti metta viso al muro e che non faccia alcun movimento, mi hai capito bene? Alcun movimento. Se solo provi a voltarti, se solo cerchi di disobbedirmi, questa sarà la prima ed ultima volta che mi vedrai’.
‘Va bene, sarò brava’.
Vedo l’ombra avvicinarsi al muro. Rimango un secondo immobile, poi a passi lenti inizio a percorrere il corridoio di armadietti che ci separa. Nell’aria umida e calda dello spogliatoio la gomma dei miei scarponcini produce quasi un cigolio.
Poggio la mano sull’ultimo armadietto della fila, ormai l’unica cosa a separarci, e vi tamburello con le dita producendo un risonare metallico. Poi svolto l’angolo. Lei è in piedi ubbidiente davanti al muro: i capelli leggermente sudati sono raccolti in una coda di cavallo, un poco inumiditi sulla nuca dal bagno imprevisto nella piscina; attendendo il mio arrivo ha avuto il tempo per rivestirsi, ma sia i pantaloncini che la canottiera hanno diffuse macchie lasciate dalla biancheria ancora zuppa.
Dista da me di almeno cinque metri; infondo a questo cunicolo stretto di armadietti grigi lei è l’unico punto di fuga, ma ancora non oso avvicinarmi. Ancora non è il momento.
‘Sciogliti i capelli’ le ordino.
Lei, muovendosi quasi tremante, afferra con una mano l’elastico, lo fa scivolare sulle lunghe ciocche; poi i capelli liberati cadono sulle spalle, e scuote lievemente la testa per sistemarli.
Cerco di assaporare ogni istante, di lasciare scorrere i minuti tra il desiderio che in me nasce, la soddisfazione che deriva dalla sua obbediente esecuzione, e di nuovo lascio che un nuovo desiderio getti le radici dentro di me.
‘Togliti le scarpe’.
Fa qualche passo indietreggiando dal muro, poi si china sfacciatamente a novanta gradi per slacciarsele e di una alla volta, con la punta dell’altro piede, si libera.
Un profondo inspiro tradisce il mio eccitamento, e mi pento di averlo fatto trapelare, perché rischio di renderla pericolosamente consapevole dell’effetto che ha su di me.
Orgoglioso e sprezzante allora le ingiungo ‘Rimettiti pure le scarpe e l’elastico, me ne vado’.
‘No!’ – supplichevole mi prega lei – ‘Ho fatto qualcosa di male? Non andartene!’.
‘Tu non puoi dirmi cosa fare!’ rabbiosamente le dico scandendo ogni parola ringhiata tra i denti.
Lei sconvolta dalla mia reazione si lascia cadere in ginocchio sempre rimanendo faccia al muro, nasconde il viso tra le mani e continua freneticamente e piagnucolando a scusarsi, a chiedermi perdono.
Infine, avendo ripreso il pieno potere su di lei, magnanimamente le concedo di rialzarsi.
Lei entusiasta torna eretta, vicina al muro, aspettando un nuovo comando.
‘Sfilati la canottiera’.
Poggia le mani incrociate sui fianchi, poi afferrando i lembi del suo top, le solleva sopra la testa, rimanendo in reggiseno e gettando l’indumento alle sue spalle.
‘Ora levati anche i pantaloncini’.
Di nuovo indietreggia, lentamente ne afferra i lembi e piegandosi vistosamente li fa scendere fino alle caviglie, scalzandone prima un piede, poi l’altro.
Sono costretto a serrare la mandibola questa volta per evitare che di nuovo il mio eccitamento trapeli dal mio respiro. Passo una mano davanti alle mie labbra, immaginando di poter saggiare quel bel sedere. Mi sta già venendo duro e la tortura che sto impartendo a lei, l’attesa, in qualche modo me l’impartisco anche da solo.
Muovo il primo passo verso di lei. Ne sono attratto, come da un dolce profumo. Accorcio ancora la distanza tra noi, ormai i metri che ci separano sono due. Le mie scarpe proseguono nel loro cigolio, anche lei perciò sa che le sono più vicino, e ne ha un evidente fremito.
L’esserle prossimo mi concede di modulare la voce, mantenendo un tono perentorio, ma non di meno più basso, insinuante, tentatore. Sono la voce della sua perversione, del desiderio più recondito e inconfessabile, il fiato sulla sua pelle, il caldo bisbiglio del peccato.
‘Slacciati il reggiseno’.
Con entrambe le mani inizia nervosamente a cercare il gancino dietro alla schiena, il mio sguardo addosso la rende insicura, dubitante, e maggiore difficoltà trova nell’eseguire il compito che le ho affidato, più i suoi movimenti si fanno concitati finché ‘Non mi aiuti?’ chiede lei quasi sorridendo imbarazzata.
‘No’ e non aggiungo altro.
Finalmente riesce a slacciarsi il reggiseno e ne sospira di sollievo; sfila le spalline e lo lascia cadere alla sua destra.
‘Ora le mutandine’.
Rimane immobile un secondo, ma difficile dire se si tratti di incertezza, dubbio o se sia semplicemente alla ricerca della catarsi che perseguo anche io, assapori ogni momento unico, eccitante, e s’impegni a lasciarlo durare il più possibile per suggerne interamente l’energia erotica e ricavarne pieno piacere.
Infine prende i lembi sui lati dei suoi slip, e li fa scendere lungo i fianchi. Di nuovo si china, ma questa volta il movimento scopre le natiche, e appena al di sotto di esse fa intravedere il suo sesso.
A questo punto socchiudo le labbra e mi mordo la mano; cosa darei per possedere quel fiore.
Lei torna eretta, e io per qualche secondo rimango a guardarla, nella sua longilinea e sinuosa forma.
Vorrei darle un nuovo ordine, ma sento la mia voce rotta dall’eccitamento, vorrei cominciare a toccarmi ma voglio riuscire a resistere, anche se è difficile, tremendamente difficile. Infine ritrovo in qualche modo il controllo su di me e finalmente le posso dire ‘Metti le mani sul muro e divarica leggermente le gambe’.
Lei si avvicina il più possibile al muro ed esegue questo nuovo comando.
Percorro gli ultimi passi che mi separano da lei. Più mi faccio vicino più inizio a percepirla. Dapprima l’odore di cloro di cui la pelle è impregnata, sento chiaro il respiro, e continuo ad avvicinarmi e pian piano arriva anche il calore che scaturisce dal suo corpo, finché non ci separano pochi, pochissimi centimetri.
‘Scosta i capelli dal collo e spostali sulla spalla sinistra’ le bisbiglio sottovoce.
Lei ha un brivido ed esegue togliendo per un momento la mano dal muro.
Il mio viso può ora avvicinarsi, fino quasi a toccarlo, al suo collo, all’incavo delle sue spalle, al suo orecchio dove inizio a sussurrare ‘Sei bella’.
Lei sospira ma non risponde.
‘Vorresti che ti toccassi?’.
Stordita fa un breve cenno di assenso con la testa.
‘Dillo, voglio sentirtelo dire’.
‘Vorrei’ – fa una breve pausa – ‘vorrei che tu mi toccassi’.
Lascio che il mio fiato vada e venga accanto al suo lobo, e sul suo collo, su cui il calore del mio respiro torna riflesso. La cosa la sta eccitando, lo sento, lo sento nel tepore che emana, nei brividi quando coglie la mia voce, nel battito che sento pulsare sotto la sua pelle, nel respiro che proferisce a bocca socchiusa.
Guardo il suo corpo, così prossimo a me, e cosa darei per toccarlo tutto, farlo mio, possederlo. La mia mano scende lentamente dietro di lei, e tra le sue gambe divaricate la infilo, senza tuttavia toccarla, rimando a diversi centimetri dal suo corpo, percependo solo il calore che emana il suo sesso.
Lei si accorge del mio gesto, poiché la vedo chinare la testa e guardare la mia mano di cui dalla sua prospettiva non intravede che le punte delle dita. Proferisce un piccolo lamentoso gemito, la sento deglutire poi accenna qualche movimento del bacino, troppo bramosa del mio tocco per poter aspettare; eppure pazienta, rimane in silenzio e attende.
Io lascio libero il mio sguardo di vagare, di passare dalla mia mano, così vicina al suo piacere, al suo collo, dove torno nuovamente a sospirare di tanto in tanto.
Infine non riesce più a resistere ‘Toccami, ti prego, ti prego’ – inizia a ripetermi, gemendo, supplicando – ‘toccami, prendimi’.
‘Shhh’ – Io torno accanto al suo orecchio e cerco di placarla – ‘Shhh, sii buona’.
Ma lei non vuole sentire alcuna ragione e continua a pregarmi finché nell’impeto dell’eccitamento non prende la mia mano con la sua e la preme fermamente sul suo sesso caldo, bagnato, invitante. Ho l’esitazione di un momento, vorrei col dito affondare in quel piacere, per poi perdermici anche con la lingua, assaggiarlo; ma è solo un istante, perché poi mi scopro furente: la sua disobbedienza mi ha offeso. Mi ha sfidato.
Prima che la mia voce si organizzi in una frase, la mia mano passa direttamente da quel dolce tepore e quel tocco leggero ad una forte sberla sul suo gluteo.
Lei stupisce e non ha nemmeno il tempo di guaire per il dolore.
‘Ti avevo’ – una seconda sculacciata si abbatte sull’altra natica – ‘detto’ – inizia a gemere, una terza sculacciata – ‘di non’ – una quarta – ‘muoverti!’ – una quinta, più forte – ‘Di non’ – una sesta, e lei segue nel gemere pari intensità alla mia forza – ‘disobbedire!’.
‘Mettiti bene a novanta così posso punirti come si deve!’.
Lei piagnucola, e mugola ma non oppone alcuna resistenza e obbedisce chinandosi.
Di nuovo la mia mano, ora più comodamente, si abbatte sul suo sedere. Ancora ed ancora.
‘Ti dispiace di esserti comportata male?’ e alla mia domanda segue un altro colpo.
‘No!’ si rivolta lei.
Non mi aspettavo una sua ribellione, non arrivati a questo punto. Allora carico la mia mano più della volta precedente, e le sferro un’altra sculacciata.
‘Allora ti dispiace?!’ ripeto la domanda alzando la voce.
‘No!’ torna ad urlarmi lei.
E di nuovo la mia punizione non si fa attendere, un’altra sberla più forte, mentre sotto i miei occhi vedo cominciare a comparire i segni rossi che emergono dalla sua pelle chiara sotto le bianche luci al neon dello spogliatoio.
‘Ti dispiace?!’ alzo ancora la voce.
Lei non risponde e si limita a gemere dal dolore.
Si merita così un’altra sculacciata.
‘Dì che ti dispiace!’.
Non le lascio nemmeno il tempo di rispondere che un altro colpo ha raggiunto il suo sedere sempre più arrossato, sempre più dolente.
‘Mi dispiace!’ – finalmente tra un lamento e l’altro eccola di nuovo addomesticata – ‘scusami, scusami!’.
Ma invece che spingermi alla clemenza la sua totale ammissione di colpe mi pare renda ancora più giusta la punizione che le infliggo, così tra un suo ‘Scusami!’ ed un ‘Perdonami!’ la mia mano trova sempre il suo corpo disciplinatamente immobile sotto ad ogni colpo.
Continuo fino ad essere esausto completamente.
Riprendo pian piano fiato mentre anche lei ansima senza osare ancora alzarsi.
Mi allontano di qualche passo. I muscoli delle cosce innaturalmente tesi le tremano e le natiche, quelle sono una rara visione: se nella foga del momento erano distinguibili le ombre impresse dalle mie mani, ora pare solo una chiazza uniforme rossa di dolore.
Indietreggio senza toglierle gli occhi di dosso, prossimo poi alla fine del corridoio ‘Puoi alzarti ora’.
Scompaio dietro l’angolo prima che lei abbia modo di eseguire, o di voltarsi, e anche se sento che mi supplica di non andare chiudo la porta dietro di me e mi allontano nella notte a passi veloci.

È sciocco. Questo non ha alcun senso. L’ho incontrato la notte, dalle scarpe da lavoro che indossa deve lavorare qua come custode o qualcosa del genere. Non ho idea di che aspetto possa avere, quale sia la sua età. La voce è quella comunque di un uomo piuttosto giovane, anche se indubbiamente più grande di me.
Ad ogni modo è irrazionale decidere di venire qua di giorno, in fondo per quanto ne so potrebbe lavorare solamente di sera. Dopo tutto dovrà pur dormire.
Eppure ieri notte l’ho aspettato, l’ho aspettato tanto, fino a tardi, ma lo spogliatoio è rimasto deserto. Mi sono toccata sotto la doccia, ho goduto ad alta voce pensando a lui, alle sue mani sul mio corpo, ho immaginato di averlo dentro di me, con forza, a possedermi, invece nulla. Sola. Ho ricordato la sua punizione, il dolore, la sensazione di potermi completamente affidare alle sue mani, alla sua forza.
Com’è diverso lo spogliatoio a quest’ora. La luce entra dalle finestre, le panche sono piene di borse, gli attaccapanni colmi d’abiti, a fiori e colorati, le persone entrano ed escono da bagni e docce, sbattono porte.
Ancora non ho deciso se farlo, se togliermi o meno il vestito. Rimango a fissare il mio riflesso nello specchio, lo stesso in cui solo tre sere prima cercavo i segni di un piacere, tutt’altro piacere rispetto a quello che mai avrei pensato di provare, mai avrei pensato di scoprire. Gli occhi non sono quelli di tre giorni fa, io non sono quella di tre giorni fa.
Infine mi decido e sfilo il vestito, rimango in costume, mi volto leggermente di schiena guardandomi come posso nel riflesso: rimane ancora qualche ombra violacea. Voltandomi incontro gli sguardi sbigottiti delle altre donne nello spogliatoio che hanno evidentemente notato il mio sedere e che per un secondo hanno interrotto il loro affaccendarsi.
Sorrido.
Esco dallo spogliatoio e raggiungo la piscina. Faccio un tuffo, nuoto un po’, poi uscendo prendo la strada più lunga, in modo che sia sicura di non passare inosservata. Nel frattempo getto intorno ovunque il mio sguardo, cercando di cogliere gli occhi, gli occhi che siano infuocati dalla vista del loro operato, dalla scoperta di quel piccolo suggello della loro punizione.
Per lo più però incrocio volti interrogativi, curiosi, alcuni divertiti, scandalizzati. Ma non quell’espressione, non quella.
Mi sdraio a pancia in giù e inizio a prendere il sole, lasciando il sedere in bella mostra, anzi, scostando addirittura il costume in modo che entrambe le natiche siano perfettamente visibili, che alcun livido violaceo possa sfuggire alla vista.
Attendo ore, rischio di scottarmi, ma non m’importa.
Finalmente qualcuno si china accanto a me. Sento una presenza, ma ho timore a voltarmi, un milione di domande si affollano nella mia testa, e, rimanendo insolute, altrettanti dubbi.
Finché prendo coraggio: non vale la pena di arrendermi ora. Il bagnino ha un aspetto corrucciato e mi fissa quasi impietosito.
Apro la bocca per proferire qualcosa: mi serve la voce, la sua voce, per poter dissipare ogni dubbio.
‘Tutto bene?’. Non è lui.
‘Certo’ rispondo voltando il viso maleducatamente dall’altra parte. Stizzita, delusa.
‘Ok’ – quasi balebettando – ‘temevo, temevo ti fossi addormentata, ti stai scottando’.
‘Tutto ok’ taglio freddamente la conversazione rimanendo con la testa girata.
‘Ok’ se ne va lui con un sospiro.
Ho fatto qualcosa di sbagliato? Ho commesso qualche errore? Perché mi fuggi così? Forse mi avresti delusa, forse vivendoti perderesti quell’aura d’idealità, di potere, di sicurezza che ti attribuisco. Forse è meglio così.
In qualche modo però, ti sono grata.
Tu mi hai insegnato chi sono.