Racconto Inedito

Martina Sculacciata dal Papà

(di Mamma Severa)

 

Avevamo lasciato Martina e Serena, le nostre due simpatiche inseparabili eroine davanti al portone del liceo, dove grazie al loro instancabile impegno profuso nello studio si erano trovate a dover ripetere l’ultimo anno in seguito alla sonora bocciatura subita l’anno precedente. A quest’ultima era seguita una altrettanto sonora e prolungata sessione di sculacciate impartita sul sederino scoperto da entrambe le mamme a ciascuna ragazza fatta distendere di traverso sulle ginocchia. Le sberle delle loro mamme erano state così potenti da provocare pianti a dirotto e strilli a perdifiato da parte delle ragazze e la punizione aveva avuto termine solo quando entrambi i culetti erano diventati completamente viola. Ci volle un bel po’ di tempo perché i posteriori riacquistassero il colore consueto, ma questo fortunatamente avvenne prima che le ragazze andassero in vacanza al mare ciascuna con la propria famiglia. Sarebbe stato imbarazzante soprattutto per loro ma anche per i rispettivi genitori se la mutandina del due pezzi che le due diciottenni erano solite indossare quado erano in spiaggia, che lasciava in vista la parte inferiore e più paffuta delle natiche, avesse rivelato ai presenti, in particolare ai ragazzi, l’arrossamento della pelle tipico delle sculacciate.

Quello delle vacanze era l’unico periodo dell’anno in cui Martina e Serena si separavano, perché le due famiglie andavano entrambe al mare ma in posti diversi. Le ragazze però mediante gli smatphone si sentivano almeno due o tre volte al giorno per raccontarsi tutto. Le loro conversazioni riguardavano principalmente i giovani palestrati distesi al sole e le fantasie che questi inevitabilmente scatenavano in loro, con la conseguenza che spesso e volentieri, dopo aver trascorso la serata con i loro amici e aver dato la buonanotte ai genitori, le ragazze si ritrovavano nelle loro camerette distese supine sul letto a stuzzicare il bottoncino della loro patatina che nel giro di pochi minuti era completamente bagnata. Continuando a muovere le dita come ormai avevano imparato da quando erano ragazzine, raggiungevano un breve periodo di intenso e sconvolgente piacere che poteva ripetersi se la ragazza si applicava con impegno in quello che stava facendo. Naturalmente tutto ciò veniva raccontato con dovizia di particolari da Martina a Serena e altrettanto minuziosamente Serena raccontava episodi del genere a Martina.

Se qualcuno pensasse che le due ragazze fossero lesbiche prenderebbe un granchio colossale. La loro era una grande amicizia nata nell’infanzia, consolidata nell’adolescenza e diventata ancora più profonda nella maggiore età. Questa amicizia non era di nessun ostacolo alle loro naturali inclinazioni nei confronti dei ragazzi e al loro desiderio di conoscerli ed eventualmente di andarci a letto.

Cosa più unica che rara per due ragazze diciottenni di oggi però, sia Martina che Serena erano ancora vergini, non perché volessero arrivare illibate al matrimonio ma perché erano tutto sommato due brave ragazze che volevano che la prima volta fosse con il ragazzo giusto. Sia Martina che Serena dopo la mattina divisa equamente tra il sole per l’abbronzatura e il bagno per rinfrescarsi, il pranzo e il riposino pomeridiano, la sera si ritrovavano ciascuna con il proprio gruppo di amici qualche volta per andare in discoteca e qualche volta sulla spiaggia. Dal momento che erano entrambe molto carine, ogni estate trovavano un ragazzo della loro età ben disposto ad appartarsi con ciascuna di loro e, quando erano soli, a coprirla di baci non solo sulle labbra ma su ogni lembo di pelle che fosse accessibile.

Quell’estate Martina si era messa con un ragazzo carino e gentile con il quale frequentava un gruppo di amici. Una sera si ritrovarono tutti insieme in spiaggia seduti in circolo all’indiana. Senza dare troppo nell’occhio, a un certo punto Martina e il suo ragazzo sgattaiolarono via e si nascosero a qualche centinaio di metri dal gruppo in modo da scambiarsi effusioni di ogni genere senza essere disturbati. Il ragazzo dopo aver a lungo baciato Martina sulle labbra, sul collo e su tutto ciò che di scoperto aveva la ragazza dalla testa ai piedi, passò ad occuparsi del suo seno che nel frattempo aveva messo a nudo togliendo a Martina maglietta e reggiseno. Dopo aver baciato a lungo quella pelle liscia come la seta e adeguatamente mordicchiato i capezzoli, il ragazzo gentilmente ma risolutamente sfilò i jeans e le mutandine della ragazza. Risalì sempre baciando Martina prima sulle gambe e poi sull’interno delle cosce facendola tremare di piacere e provocandole la naturale secrezione degli umori vaginali. Quindi proseguì la risalita per dedicarsi alle parti più intime. Avrebbe volentieri distribuito bacetti e leccatine a non finire sulla patatina della ragazza se questa, che non voleva che la cosa andasse troppo oltre, non lo avesse fermato. Lei, quasi a volersi scusare per aver interrotto le effusioni del ragazzo, gli abbassò i bermuda si impossessò del suo sesso e, lavorando prima con le dita facendo fare su e giù al prepuzio e poi succhiando sapientemente il glande scoperto con le sue labbra morbide che face ripetutamente scorrere avanti e indietro per tutta la sua lunghezza, finì per procurare al giovane un godimento tale da lasciarlo stordito per alcuni minuti. Poi entrambi soddisfatti per le reciproche effusioni, anche se queste non si erano concluse con un rapporto completo, tornarono dagli amici rimasti in gruppo sulla spiaggia e lì passarono ancora qualche ora ridendo e scherzando. Poi, finalmente, verso le due del mattino ciascuno se ne tornò a casa propria. Il ragazzo di Martina la riaccompagnò a casa e, dopo averla baciata, le augurò la buonanotte.

La ragazza salì le poche scale che l’avrebbero portata all’appartamentino che i genitori ogni anno affittavano per le vacanze, non vedendo l’ora di raccontare a Serena con tutti i dettagli quello che lei e il suo ragazzo avevano fatto quella sera. Però erano quasi le due e mezzo e a quell’ora la sua amica sicuramente stava dormendo. Se avesse svegliato Serena in piena notte, quest’ultima, in virtù della confidenza che c’era tra loro, non avrebbe certamente esitato a mandarla a fare in c. Quindi doveva avere pazienza e attendere la mattina dopo. Nel frattempo però l’aspettava una sgradita sorpresa. Appena entrata in casa, Martina si trovò davanti entrambi i genitori che si erano molto preoccupati perché la figlia tardava a rientrare. Era già successo che Martina rincasasse tardi, ma mai così tardi. “Si può sapere dove sei stata finora” chiese il padre “ci hai fatto stare in ansia e, con tutto quello di brutto che accade in giro e che quasi ogni giorno si sente al telegiornale, stavamo per chiamare i carabinieri”. Martina cercò di scusarsi: “Papà sono stata con i miei amici e poi si sa che in vacanza può succedere di rincasare tardi”. “Può succedere a quelle che hanno genitori che non si occupano di loro e che sono eccessivamente permissivi, ma a mia figlia NO!” rincarò la dose il padre che cominciava ad arrabbiarsi”. “Be’ allora se vuoi saperla tutta” rispose Martina che non si rese conto in quel momento delle conseguenze del suo atteggiamento “Io ormai sono maggiorenne e faccio quello che mi pare”. Il padre, che in genere era calmo e non tradiva le proprie emozioni, rimase per un attimo sorpreso da tanta impudenza, poi diventò tutto rosso: “adesso te lo faccio vedere io cosa succede alle ragazzine maggiorenni maleducate”.

La signora Mirella si era resa conto di ciò che stava per fare il marito “Mario, ti prego, le si vedranno i segni sotto il bordo del costume”. “Lasciami stare, non me ne importa niente dei segni sotto il bordo del costume, ormai ho deciso”, le rispose il marito il cui volto piano piano riassumeva il colore consueto, “questa cretina ci doveva pensare prima” e rivolto a Martina “Quanto a te, non so se hai già capito, altrimenti te lo dico io in modo più esplicito: abbassati tutto quello che porti dalla vita in giù, anzi sfilatelo completamente attraverso le caviglie. Quando sei pronta vieni sulle mie ginocchia e mettiti a pancia in giù con il culetto alla mia destra. Martina solo allora si rese conto di averla combinata grossa, però sapeva che il padre le voleva un bene dell’anima e già in lacrime fece un ultimo tentativo: “Perdonami papà ti prometto che non rientrerò più a casa tardi e che non ti risponderò più in modo villano, ma tu non sculacciarmi, altrimenti da domani non potrò più mettermi in costume”. “Martina” le rispose il padre “è da tanto tempo che tu hai bisogno di una lezione e visto che le sculacciate che tu e Serena avete ricevuto dalle vostre madri in seguito alla bocciatura non ti sono bastate, forse hai bisogno di essere sculacciata da una mano maschile. Per quanto riguarda i segni sotto il bordo del costume hai ragione perché ho intenzione di sculacciarti forte, però alla fine delle vacanze ormai manca una settimana. In questo periodo in spiaggia dovrai indossare, sopra le mutandine del due pezzi, un paio di calzoncini che coprano completamente il tuo bel culetto e, per maggior sicurezza, anche la parte superiore delle cosce. Considerala, se vuoi, una punizione aggiuntiva per il tuo comportamento da ragazzina scriteriata.”

“Però papà non è giusto” si lamentò Martina “due settimane fa ho avuto il ciclo e per alcuni giorni non ho potuto fare il bagno. Da domani dovrò andare in spiaggia indossando dei calzoncini che mi coprano completamente il sedere e così conciata susciterò sicuramente la curiosità e i commenti salaci da parte dei ragazzi e delle ragazze presenti sulla spiaggia, che non tarderanno a capire cosa ho da nascondere così gelosamente. Come se non bastasse dovrò anche rinunciare a fare il bagno, perché i pochi che non avessero ancora intuito la vera ragione del mio abbigliamento si chiederebbero perché entro in acqua con i calzoncini anziché con il due pezzi come faccio tutti i giorni. Non c’è che dire mi si prospetta proprio una bella fine delle vacanze.”

“Arrangiati” le disse il padre “preoccupati piuttosto delle sculacciate che stai per ricevere. Ti posso assicurare che quando alla fine ti permetterò di rimetterti in piedi tutte le altre cose ti sembreranno secondarie”.

Ora però pensiamo alle cose serie. Adesso sono quasi le quattro, considerando che per sculacciarti impiegherò una mezzoretta e che per le quattro e mezzo vorrei andare a dormire, smettila di frignare come una bimbetta visto che come hai detto poco fa sei ormai maggiorenne e vieni qui sulle mie ginocchia.

Obtorto collo Martina fece come il padre le aveva detto e rimase ad aspettare che cominciassero ad arrivare le sculacciate sulla pelle indifesa del suo posteriore. Il papà esitò qualche istante prima di cominciare restando incantato dalle forme di quel culetto piuttosto piccolo ma carnoso che aveva visto l’ultima volta quando lui e il papà di Serena erano stati invitati dalle proprie mogli ad assistere alle sculacciate che le ragazze avevano ricevuto in seguito alla loro bocciatura. All’apparenza quel sederino dimostrava molti meno anni di quanti ne avesse in realtà Martina, facendo ritenere che nonostante il passare del tempo fosse rimasto delicato e sensibile. Quindi il padre di Martina pensò che, diversamente da quanto possano ritenere alcuni, la fatica profusa nella generosa dose di sculacciate che intendeva impartire alla ragazza con tutta la forza dei suoi bicipiti maschili sarebbe stata ben presto ricompensata dalle urla e dalle lacrime della figlia anche se diciottenne.

Quindi cominciò a sculacciare di buona lena indirizzando le sberle su quella parte del culetto che comincia un centimetro circa sopra l’attaccatura delle cosce e arriva più o meno a metà della fessura delle natiche. In quella parte la pelle si infiamma rapidamente, infatti Martina, dopo aver resistito in silenzio alle prime sculacciate aveva cominciato a piangere e a urlare come il papà aveva previsto. Questi, ben deciso a dare alla figlia una punizione che non avrebbe dimenticato tanto presto, continuava a distribuire potenti sberle ora su una natica, ora sull’altra, ora su entrambe, visto che avendo le mani grandi poteva colpire con un unico sculaccione quasi tutta la superfice più sensibile del sedere della figlia, la quale, libera da ogni indumento più o meno intimo attorno alle caviglie, agitava le gambe menando calci a casaccio nell’aria circostante. Intanto il padre sentì che la sua mano destra cominciava a bruciargli, ma non ci fece molto caso riflettendo piuttosto sul fatto che, se a lui bruciava la mano tutt’altro che delicata, figurarsi quanto doveva bruciare il sedere molto più delicato e sensibile della figlia. Infatti il fondamento stesso della sculacciate somministrate con la mano a scopo punitivo sta proprio nel fatto, su cui penso che converranno tutti, che esse fanno molto più male al sedere che le riceve che alla mano che le da. Difatti, Martina si sentiva il culetto in fiamme e i suoi strilli in piena notte dovevano aver svegliato tutto il palazzo. La mattina dopo suo padre avrebbe dovuto spendere tutte le sue capacità di persuasione per convincere condomini e affittuari dell’immobile che, se aveva dovuto provocare tutto quel rumore, lo aveva fatto per una giusta causa. Sempre continuando a sculacciare, disse alla figlia in lacrime: “Dal momento che tu non puoi vederlo ti informo che il tuo sedere è rosso vivo e che dopo ogni sculaccione il rosso diventa più scuro”.

Martina continuava a piangere e a urlare scongiurando il papà di smetterla “Aiaaaaaaa …… basta papà ……. Il culetto mi brucia da impazzire …….. lasciami andare ……. farò tutto quello che vuoi”. Ma il padre senza dare peso alle suppliche della figlia continuava a sculacciarla sempre più forte chiedendole: “Ti sei accorta solo ora che le sculacciate fanno male?”. Dopo qualche minuto la mamma di Martina sentì il dovere di intervenire: “Mario, non ti sembra che basti: ormai nostra figlia ha il sedere viola”. Il papà di Martina però, nonostante distinguesse perfettamente i colori, non diede peso alle parole della moglie, ed essendo un uomo preciso, continuò a sculacciare per altri dieci minuti buoni finché l’intera durata della punizione fosse mezzora come aveva stabilito prima di cominciare. Alla fine il sedere anziché uniformemente viola si presentava qua e la anche con delle macchie bluastre che dovevano fare un male d’inferno.

Martina ormai senza più voce per gli strilli e non avendo più lacrime da versare, si tirò su a fatica dalle ginocchia di suo padre. Avrebbe voluto massaggiarsi il posteriore, ma il solo contatto della mano le procurava un dolore insopportabile. A passi lentissimi riuscì a raggiungere la propria cameretta e il proprio letto dove si distese a pancia in giù evitando ogni contatto tra il culetto e le lenzuola. Lì rimase a riflettere. Papà era stato troppo severo, ma in una cosa sicuramente aveva ragione: dopo le sculacciate non poter indossare in spiaggia il due pezzi, non poter fare il bagno e i commenti degli amici, ora che non poteva sedersi e neppure sdraiarsi supina, avevano perso molta della loro importanza. La mattina successiva sarebbe rimasta a casa, avrebbe preso il suo smartphone e, sempre sdraiata a pancia in giù sul letto e con il culetto nudo per aria, avrebbe chiamato Serena. Ne aveva di cose da raccontarle.

Martina passò sveglia le restanti ore della notte a causa del dolore dovuto alle sculacciate ricevute dal padre. Poi verso le otto telefonò a Serena: “Ciao Serena come stai?” “Bene e tu?” le rispose Serena. “Io per niente” disse Martina. “Come mai?” le chiese l’amica preoccupata. “OK. Ora ti racconto tutto” cominciò Martina “la serata di ieri era iniziata bene. Io e il mio ragazzo ci eravamo ritrovati in gruppo con gli altri in spiaggia. Poi ci eravamo appartati e lì, be’ sai come vanno queste cose”. “Lo so, lo so” le rispose Serena che in effetti lo sapeva perfettamente per esperienza diretta. “Però” continuò Martina “io l’ho fermato in tempo. Ci mancava solo che mi mettesse incinta”. “Per una volta tanto hai agito con la testa anziché con la patata” scherzò Serena. “Poi” continuò Martina “siamo tornati nel gruppo e abbiamo riso e scherzato per un paio d’ore. Per farla breve, sono rientrata a casa che erano le due passate. I miei genitori erano svegli ad aspettarmi. Papà mi ha rimproverato, io gli ho risposto male e in men che non si dica mi sono trovata a pancia in giù sulle sue ginocchia con il culetto scoperto, sul quale me ne date tante ma tante da farmelo viola. Ora sono sdraiata bocconi sul letto con il sedere che mi brucia e non posso sedermi e neppure sdraiarmi sulla schiena per il dolore”. “Sai cosa faccio io quando me le danno?” le disse Serena “Senza farmi vedere dai miei, prendo un catino bello largo, ci metto l’acqua del rubinetto fino a metà altezza e poi tutto il ghiaccio che trovo in frigorifero. Poi porto tutto in bagno chiudo a chiave, aspetto fino a quando l’acqua è bella fredda e poi mi accuccio sopra immergendovi il culetto nudo, assumendo praticamente la stessa posizione di quando faccio pipì all’aperto dietro un cespuglio. Non è un rimedio risolutivo, ma da sollievo almeno per un po’”. “Grazie del consiglio, ci proverò”. Le rispose Martina “ma ora devo lasciati. Bussano alla porta. Bacetti”.

Era la madre che, stanca di aspettare, era entrata nella stanza. “Ma mamma ho il sedere nudo per aria “protestò la figlia”. “E che sarà mai?” Le rispose la signora Mirella “sono tua madre e ho visto il tuo bel culetto un’infinità di volte. L’ultima è stata solo poche ore fa quando tuo padre te le ha suonate di santa ragione. Piuttosto, vedo che da allora l’aspetto del tuo posteriore non è cambiato granché. E’ tuttora viola con delle zone bluastre. Certo che potevi evitare di rispondere a tuo padre in quel modo. Lo sai che ti vuole un bene dell’anima, ma tu l’hai proprio costretto a punirti. Comunque, ti ho portato una pomata per il culetto e un paio di calzoncini che coprono anche parte delle cosce. Ora vienimi sulle ginocchia così ti metto la pomata”. Facendo appello a tutte le sue forze e stando attenta a non strusciare le natiche sulle lenzuola, Martina si mise in piedi, la madre si sedette sul letto e la figlia si distese sulle sue ginocchia. “Mamma mi raccomando fai piano” disse Martina. E la madre: “Non ti preoccupare so quanto è sensibile il tuo culetto, figuriamoci ora dopo tutte le sculacciate che hai preso”. La signora Mirella cosparse di pomata tutta la parte interessata e, per maggior sicurezza, anche le zone limitrofe. L’operazione fu condotta così bene che la ragazza emise solo qualche leggero mugugno.

Dopo di che la signora disse alla figlia: “rimettiti sul letto nella posizione di prima e restatene tranquillamente a casa. Non ti preoccupare del pranzo e della cena. Per oggi te li porto io, ma non ti ci abituare”. Avviandosi verso la porta la signora Mirella borbottò tra sé e sé “guarda che deve fare una madre quando ha una figlia scema”. Prima di uscire dalla stanza raccomandò a Martina, non appena le fosse stato possibile, di chiedere perdono al padre per avergli risposto in modo villano e per averlo costretto a punirla, nonostante il bene che le voleva.

Martina dovette adattarsi a trascorrere l’ultima parte delle vacanze indossando sopra le mutandine del due pezzi i calzoncini che la signora Mirella le aveva comprati. Non poté fare il bagno e si inventò una scusa con gli amici per il suo insolito abbigliamento da spiaggia. Con il passare dei giorni il colore del culetto sbiadiva progressivamente e piano piano era tornata a sedersi senza provare troppo male. Continuava a sentirsi più volte al giorno con Serena, il cui posteriore, a differenza del suo, aveva superato indenne il periodo delle vacanze. Intanto le due ragazze prima una e poi l’altra avevano compiuto diciannove anni e, al ritorno dalle vacanze, ricominciarono a vedersi con regolarità. Quando riprese l’anno scolastico si ritrovarono tutte e due davanti al portone del liceo per ripetere l’ultimo anno. Entrambe erano ben decise a dedicare allo studio quanto era strettamente necessario a superare l’esame finale, rinunciando così del tutto a quel margine di sicurezza, che sarebbe opportuno riservare a tutte le attività umane. Dopo la bocciatura dell’anno precedente era prevedibile che i rispettivi genitori seguissero con attenzione il loro rendimento scolastico pronti a intervenire ad ogni minimo insuccesso delle ragazze. A soffrirne sarebbe stato naturalmente il loro culetto che, in caso di necessità, i rispettivi padri o madri si sarebbero incaricati di mettere a nudo, di far diventare viola e di far bruciare in modo insopportabile grazie una prolungata dose di sculacciate.