“Può spiegarmi esattamente come si sono svolti i fatti di questa notte, signora?”.

“Anche se lo facessi non capirebbe, agente”.

“Perché pensa questo?”.

“Perché lei è uomo, agente”.

“Non siamo tutti uguali signora, io sono qui per aiutarla”.

“Aiutarmi? Come pensa esattamente di potermi aiutare?”.

“Le sto dando la possibilità di spiegarsi; è più di quanto concederemmo in genere cogliendo una persona in flagranza di reato”.

“Quindi dovrei ritenermi fortunata”.

“Le sto solo dicendo che vorrei che mi spiegasse gli eventi di questa sera in modo da darle una mano”.

“Cosa importa? Le motivazioni che spiegherebbero i reati da me commessi non sono illegali”.

“Questo non li rende meno sbagliati”.

“E sia; un atto deplorevole, misurato nella scala dell’etica, lascia aperto uno spiraglio di discussione; ma sfortunatamente per me l’illegalità non è una graduata palette di grigi, quanto piuttosto un interruttore”.

“Non la sto seguendo”.

“C’è il bene e c’è il male, e dal momento che la morale, al di fuori della religione, non ha valore assoluto, potremmo discutere io e lei della giustezza di un’azione. Non solo in termini qualitativi, ma anche quantitativi; quindi si potrebbe definire quanto sia sbagliata una determinata azione.

Invece, se qualcosa è illegale, è illegale, come quello che mi ha visto fare in quella stanza, ed è superfluo discuterne”.

“Ha ragione signora, tuttavia esistono le attenuanti”.

“Naturale, le attenuanti”.

“L’ho convinta?”.

“Affatto. Non credo che le attenuanti siano applicabili al mio caso. Ma le racconterò ugualmente. La mia storia, attualmente, è tutto ciò che ho.

Erano le 11 di questa sera. Lo so perché avevo appena scritto un messaggio a mio marito per avvisarlo che sarei tornata, contrariamente da quanto c’eravamo detti”.

“Sì: leggo dalla deposizione di suo marito, appunto, che lei avrebbe dovuto rimanere a dormire da un’amica rimasta sola a casa stasera”.

“Preferirei non m’interrompesse durante il racconto”.

“Le chiedo scusa, vada pure avanti”.

“Come le dicevo: avrei dovuto dormire da un’amica rimasta sola ma all’ultimo il suo compagno si era liberato ed era rientrato, così sono tornata a casa.

Quando sono entrata il mio corpo ha capito che qualcosa era profondamente sbagliato prima ancora che la mia mente potesse razionalizzare la costellazione d’indizi dissipati per tutto il mio soggiorno e cucina. Mi ha preso un istantaneo disgusto provocato dal puzzo di sigarette che aleggiava per tutta l’aria e che sembrava impregnare ogni cosa su cui potessi posare lo sguardo.

La tavola in cucina era apparecchiata per due. Accanto alla porta erano disposte due paia di scarpe, di cui un paio con il tacco, indubbiamente non appartenenti a mio marito.

Difficile dire se i guaiti di quella donna mi fossero arrivati solo in quel momento, o se la mole di dati che il mio cervello s’impegnava a rielaborare mi provocasse una sorta di ritardo o differita tra olfatto, vista e udito.

Mi è caduta la borsetta dalle mani, e, mi era sembrato, con un gran fracasso. Ma nulla è cambiato. Le scarpe erano ancora lì, la tavola apparecchiata, il fumo impregnava le mie tende e i mugolii arrivavano dalla camera da letto.

Ora non saprei dirle con precisione quanto io sia rimasta lì ad ascoltare mio marito e una donna sconosciuta fare sesso nel mio letto; immagino quanto bastasse perché tutto l’odio, il disgusto, la delusione, lasciassero il mio corpo; in modo da acquisire una lucidità che, se non fosse per la freddezza che si è impossessata di me, definirei brutale.

Non avevo un piano quando ho percorso quel corridoio. Non mi rimaneva nemmeno quello. Non è che avessi intenzione di far loro del male, o fare una scenata, o cose simili. Volevo solo vedere, capire, se tutto fosse reale.

Mi sono affacciata dalla porta e c’è voluta una frazione di secondo perché lo sguardo estasiato di mio marito si trasformasse in sorpresa, e poi in vergogna. Lei invece mi dava le spalle mentre lo cavalcava. Quindi ha continuato a godere, stando sopra di lui, il che è stato molto penoso.

Quella donna si è accorta di quello che stava succedendo solamente quando ha raddrizzato la testa fino a quel momento riversa all’indietro e ha guardato il volto sconvolto dell’uomo che stava scopando.

Ero molto sorpresa”.

“Posso immaginare lo shock, anche se ciò non giustifica…”.

“No, non ero sorpresa dal tradimento. Mi sono resa conto, quando lei si è voltata a guardarmi, che lui era legato al letto. Quello mi ha sorpresa. Mio marito non è mai stato perverso, non avrei mai immaginato che gli piacesse quel genere di cose. Forse se lui non fosse stato legato non avrei fatto quello che ho fatto”.

“L’idea che fosse stato perverso con un’altra donna l’ha fatta infuriare?”.

“Ero completamente svuotata di ogni emozione arrivata a quel punto. No, semplicemente se avessi dovuto bloccare entrambi mi sarebbe stato impossibile. Al contrario, avendo lui già legato alla testiera del letto, tutto il resto mi è venuto molto più facile.

In tre passi ero già accanto a lei. Ho afferrato i suoi capelli e con un giro di polso ho assicurato saldamente la presa, poi ho tirato più forte che potevo. Sapesse com’erano morbidi quei capelli. Erano talmente lisci che per un secondo ho temuto che nemmeno con quella presa sarei riuscita a non farmeli scivolare tra le dita.

Ad ogni modo lei è caduta rovinosamente giù dal letto. Con molta poca dignità, se posso dirlo, rimanendo con una gamba sul letto ed il sedere all’aria, mentre la faccia era sul pavimento. Ai miei piedi. Mio marito ha piagnucolato qualcosa, non ricordo, era talmente banale. “Non toccarla, ti posso spiegare, non farlo”, cose di questo tipo.

Ma io avevo per la testa pensieri più urgenti, come cosa farne di lei.

Per prima cosa ho spinto quello che di lei ancora si trovava sul letto a terra. Poi l’ho afferrata nuovamente per i capelli e l’ho trascinata. Lei mi ha graffiato tutte le mani cercando di liberarsi, vede? Era parecchio agguerrita. Tuttavia sono riuscita a portarmela fino alla poltrona che stava davanti al mio letto. L’ho girata e le ho messo una scarpa sulla faccia, giusto per evitare che si rialzasse, e nel frattempo cercavo qualcosa per legarla. I pantaloni di mio marito erano ai piedi del letto, con ancora la cintura nei passanti. Ecco la mia soluzione. Le ho legato i polsi ma si divincolava ancora, quindi le ho sbattuto la fronte sul pavimento per un paio di volte. Non volevo farle male, il dolore fisico è così poco attraente, m’interessava semplicemente che stesse ferma. Ed effettivamente dopo quei colpi si è tranquillizzata: era quasi a peso morto quando l’ho issata sulla poltrona.

Non vorrei vantarmi, ma l’idea che ho avuto in seguito si è rivelata, come capirà, davvero illuminata. Ho visto una gruccia, di quelle dove appendo di solito le camice di mio marito, e l’ho deformata in modo da ottenere un lungo filo metallico. Ho passato il filo davanti alla sua gola, e poi ho assicurato il filo alla cintura attorno ai polsi. Se ci pensa è davvero ingegnoso: così cercando di liberarsi stringeva ulteriormente il suo cappio.

Non era molto in vena di scalciare in quel momento ma sapevo che le sarebbe tornata la voglia, e mi sono venuti in aiuto ancora una volta gli abiti a terra di mio marito: le ho legato la camicia attorno alle caviglie. Un calzino, infine, si è rivelato un ottimo modo per far cessare i suoi lamenti.

Questa era la parte che voleva sentire lei, mi sembra di capire, no? Come ho fatto quello che ho fatto. Sfortunatamente non è la parte che preferisco io. Vuole sapere tutta la storia?

Mio marito era ancora lì che piagnucolava sul letto.

Cercava di liberarsi ma quella donna aveva fatto un ottimo lavoro con i cavi che evidentemente provenivano da qualche scatolone del mio stanzino. Aveva cavi ad ogni arto ma solo i polsi erano assicurati al letto. Difatti scalciava talmente forte da fare certi salti disumani rimbalzando sul materasso.

Afferrare quei cavi che sferzavano l’aria mi ha sinceramente divertita. Ho preso per primo quello legato al piede destro e questo mi ha dato la possibilità di girarlo facendo semplicemente qualche passo attorno al letto. Da lì non ci ho messo molto ad assicurare entrambi i piedi, in modo che fosse a pancia in giù e a gambe ben divaricate.

Ho dato una rapida occhiata nella camera e la prima cosa che mi abbia colpita è stata la mia spazzola, appoggiata sul mobile con la specchiera: in legno, con una superficie ovale abbastanza ampia. Ecco, circa come la mia mano, per darle un’idea.

L’ho impugnata e l’ho abbattuta sulle sue natiche. Lui ha fatto un balzo! La prima volta non ero riuscita a tenerla bene, e l’impatto è stato tanto forte che mi è sfuggita dalle mani e ho dovuto raccoglierla da terra. La seconda volta è andata molto meglio, e la mia presa è stata più salda.

Lui inizialmente era furente. Credo si sentisse offeso nella sua virilità. Il che mi ha davvero eccitata. Sentivo di avere il pieno controllo della situazione.

Per poter dare più forza sono salita cavalcioni sul letto, sedendo sulle sue cosce, e ho iniziato ad usare tutta la forza che avevo, colpo dopo colpo. Lui cercava di divincolarsi, e mi urlava i peggiori insulti, il che però non faceva altro che accrescere la mia voglia di punirlo e svilirlo. ‘Sei una puttana! Una maniaca! Tu sei pazza, ti arresteranno e morirai in carcere, lurida depravata!’. La rottura, l’increspatura che aveva la sua voce quando lo colpivo era inebriante.

Il suo sedere era completamente rosso ma non mi bastava. Gettai la spazzola sul pavimento e lo sentii sospirare di sollievo, illuso che il suo tormento fosse finito.

Scesa dal letto incontrai lo sguardo indubbiamente più vivace di come l’avevo lasciato della donna e ho lasciato la stanza dicendole che sarebbe arrivato anche il suo turno. Ho rimediato un cavo.

Stavo ritta ai piedi del letto, e vedevo la testa di mio marito ondeggiare freneticamente nel tentativo di capire cose stesse per succedere alle sue spalle. Dietro di me mugolava dalla poltrona la sua donna. Chissà cosa stava tentando di dire. Forse anche lei mi pregava di smettere, o mi scagliava insulti silenziosi, o forse tentava di avvertirlo, come se poi avesse potuto fare la differenza.

Ad ogni modo ho fatto due giri di cavo intorno al mio palmo e ho iniziato a tenderlo tra le due mani in modo che producesse uno schiocco. A quel punto mio marito ha cambiato strategia. ‘Capisco la tua reazione: io ti ho fatto del male e tu adesso vuoi farlo a me. Mi dispiace tanto, è stato solo un momento di debolezza. È stata la prima volta e adesso ho capito, non lo farò mai più! Mai più te lo giuro, quant’è vero Iddio!’. Il sorriso che avevo sulle labbra è indelebile. Lo vede? Sorrido anche adesso, mi basta ripensarci. Tutta questa storia mi ha portato solo questo sorriso, e penso comunque ne sia valsa la pena.

La prima frustata è stata la più dolce, perché ha interrotto i suoi lamenti. Dopo un lungo e aspirato ‘Ah!’ di stupore e di dolore è tornato a parlare. ‘Ti prego, te lo giuro!’. Di nuovo un’altra frustata. Di nuovo quel momento di voce rotta che finisce in un lamento. Per me era puro piacere. Colpo dopo colpo si disegnavano delle righe rosse su rosso, che uscivano poco a poco come una fotografia che, con gli acidi giusti, si impressiona sulla carta.

Mi sono fermata quando ha smesso di implorare. Capivo che ormai il dolore era tale da averlo fatto arrendere e avevo solo due strade: smettere o rilanciare; offrirgli un dolore ancora più forte per poterlo sentire di nuovo supplicare.

Ho affiancato il letto e ho raggiunto il mio comodino dal quale ho estratto un vibratore. Lui non ha osato guardarmi, e ha tenuto la testa sul cuscino, forse troppo umiliato per poter mostrare gli occhi.

Quando lei ha visto cosa tenevo tra le mani ha cominciato di nuovo ad agitarsi sulla poltrona e a guaire. Io non le ho scollato lo sguardo di dosso mentre silenziosamente e lentamente sono salita sul letto, sentendo le molle cigolare sotto le mie ginocchia. Lui stava ancora immobile e paralizzato con il volto nel cuscino. Quando l’ho acceso ed ha cominciato a vibrare allora ha tirato su il capo di scatto e ha ritrovato la voce: ‘Sei malata! Tu sei malata! No! Non farlo!’.

L’ho spinto nel suo ano con tutta la forza che avevo. L’ho visto scomparire interamente nel suo corpo. L’urlo che è uscito dalla sua gola è arrivato fino nei pori della mia pelle e ha riempito tutta l’aria. Mi sono puntellata in modo che gli arrivasse fino in fondo mentre le sue punte dei piedi spingevano contro la testiera del letto nel disperato tentativo di sottrarsi a quell’agonia. La seconda spinta è stata altrettanto forte e il suo urlo altrettanto agghiacciante. È stato in quel momento che ha iniziato a piangere. Non solo lo sentivo singhiozzare, ma vedevo anche la sua schiena fremere e sobbalzare.

Qui fatico a dire quante spinte abbia dato a quel vibratore, o quanto ci sia voluto perché ad ogni spinta lui smettesse di urlare, dal momento che il piacere che ricavavo da quel gesto mi intontiva. Forse per questo mi sono arrabbiata quando sono stata interrotta. A lei non pianificavo di fare alcun male, mi ci ha portata lei.

Era tanto partecipe, o forse invidiosa, di quel dolore, che nell’agitarsi era caduta faccia in giù dalla poltrona, visto che le avevo assicurato solo le caviglie. Mi ha costretta a scendere dal letto, e nel frattempo sentivo alle mie spalle mio marito che continuava a piangere come un bambino. Di nuovo lei si è trovata faccia sul pavimento e sedere all’aria. Quindi mi è sembrato doveroso chiederle: ‘Sei così invidiosa? Vuoi anche te essere sculacciata per bene? Ti accontento subito!’. Ho dato una bella scarica di schiaffi anche su quel ben sedere tondo che se ne stava lì per aria finché le natiche non sono diventate rosse anche a lei.

‘Preferisci che usi la spazzola anche su di te?’. In tutta risposta mi è arrivato solo un indistinto piagnucolio. ‘Forse invece preferisci il vibratore, vero? Ma perché mai accontentarsi di un vibratore quando c’è qui il bel cazzone di mio marito?!’.

Ho liberato uno dei piedi di lui e l’ho di nuovo girato pancia all’aria. Inutile dire che non ha opposto alcuna resistenza, non ne aveva più la forza. Si è limitato a nascondersi il viso come poteva con il braccio e a continuare nel suo pianto sommesso.

A quel punto ho liberato lei, che nondimeno era poco combattiva. L’ho presa stretta per i polsi legati con la gruccia al collo e l’ho portata sul letto.

‘Non sembra che “lui” sia molto disposto a collaborare ma sono sicura che possiamo rimediare. Come te la cavi con i pompini? Sono sicura che sei bravissima, con quella bella bocca’. A quel punto le ho spinto la testa sul membro afflosciato di mio marito. ‘Brava, succhiaglielo per bene, così poi facciamo divertire anche te’.

Ho continuato a muoverle la testa tenendola per i polsi, mentre lei versava lacrime e lui continuava a nascondersi il viso per l’umiliazione subita. ‘Non è questo che volevate? Fare sesso? Perfetto! Ora che avete la mia benedizione vi è passata la voglia?’.

Se la sentivo rallentare o opporre resistenza si beccava un’altra sculacciata, dopodiché tornavo a stringerle i capelli più forte e a muoverle la testa sul cazzo di mio marito.

Credo sia stato a quel punto che è arrivato in casa lei”.

“Esattamente”.

“Che ore erano con precisione?”.

“Erano le 2 e 13”.

“Le 2 e 13 eh? Abbiamo passato insieme un sacco di tempo”.

“Non mi sembra pentita”.

“Non lo sono infatti. Cosa le dicevo? Niente attenuanti”.