Non credevo che la cosa mi avrebbe eccitato.

Eppure quando ho abbassato lo sguardo e l’ho trovata in ginocchio con il viso incredibilmente vicino al cavallo dei miei pantaloni mi sono sentito pervadere da una sensazione di potere.

Non svettava imperiosa dai suoi tacchi, i suoi capelli raccolti in un fasciato reticolo di forcine invisibili allo sguardo non si sollevavano lontano da me. Il tailleur dalla vestibilità classica che le fasciava morbidamente i fianchi ora la rendeva quasi goffa, quasi ingabbiata dalla sua stessa autorità.

Non una volta mi aveva rivolto una parola gentile. Nella sua voce non c’era mai stata esitazione, né dolcezza. Ogni parola una coltellata, netta, dura.

Irraggiungibile.

Invece in quel momento, in quel parcheggio, cercando tentoni le chiavi sfuggite sotto all’automobile, avrei potuto in qualsiasi momento afferrarla, e fare di lei quel che volevo.

Più di ogni altra cosa mi eccitava la sua vulnerabilità.

In ufficio la prima cosa che una donna perde è la femminilità, ma una persona perde semplicemente la sua umanità: la vedevo umana, per la prima volta.

La sua fragilità la rese ai miei occhi la creatura più bella su cui avessi posato lo sguardo, e insieme a questo amore venne la morbosa voglia di distruggere quel piccolo miracolo, con la stessa innata sadomasochistica brama con cui una bambina strappa i petali ad un fiore.

Il nostro sguardo si toccò e lei per un momento di stupore schiuse le labbra. Poi si riebbe, e serrò i denti in una morsa tale da trasparire dalle guance. I suoi occhi si spensero di nuovo, si sollevò, e con una mossa rapida e ferma rassestò la giacca del suo tailleur.

Aprì la macchina, poi si voltò per un momento a guardarmi in viso con sguardo determinato, e senza accennare a distoglierlo dal mio volto attonito sedette al posto di guida e chiuse la portiera. Smise di fissarmi solo quando inserì la retro, ed uscì in una manovra dal parcheggio.

Difficile dire quanto rimasi appoggiato con la schiena alla mia macchina, quasi come mi ci avesse condotto un forte spintone.

Guidando verso casa l’immagine del mio capo inginocchiato davanti a me si riproponeva in un alternanza forsennata. Rivivevo quell’istante cui subito dopo la mia immaginazione perversa faceva seguire un finale di volta in volta differente.

La prima fantasia che mi si propose cominciava proprio da quel momento in cui lei socchiuse le labbra: io infilo la mano rudemente in quel groviglio biondo di forcine, fino a raggiungerle là dove si celavano, sentendole arpionarsi ai ciuffi di capelli, strappandoleli nel disperato tentativo di rimanervi aggrappate. Sul suo viso non compare una smorfia di rabbia, ma di dolore, e la sua fronte si aggrotta; la bocca socchiusa si spalanca cercando di prendere aria. A quel punto con l’altra mano slaccio il bottone dei miei pantaloni e mi affretto a tirarlo fuori per spingerlo a fondo nella sua bocca, nella sua gola, mentre le muovo con forza la testa.

Ho un piccolo sussulto di dolore per via dell’erezione nella scomoda posizione in cui i sedili dell’auto mi costringono.

In pochi attimi ho percorso le scale che mi separavano dalla porta del mio appartamento. All’ingresso mi accoglie la tavola apparecchiata e la mia ragazza sorridente. Davanti al vestito scampanato le sue piccole mani giunte.

Io la guardo e mi sento smarrito. È ancora duro nei miei pantaloni e dalla mente non riesco a togliermi quello sguardo e gli scenari che a quello sguardo avrebbero potuto seguire.

A grandi passi mi avvicino al tavolo mentre vedo il suo sorriso smorzarsi, e i suoi occhi pormi mille domande. Con un colpo di mano butto a terra una forchetta. Poi la indico e ad alta voce le ordino ‘raccoglila’.

Il suo sorriso è scomparso dalla bocca che ora mi rivolge una smorfia, gli interrogativi negli occhi si fanno rimproveri.

‘Come scusa?’.

La voce le vibra nel tentativo di celare la collera e lo stupore che crescono in lei.

‘Raccoglila!’ urlo io. Sono arrabbiato, furente. Indico di nuovo la forchetta, poi la strattono per il braccio.

Lei si libera dalla mia presa ed ora è spaventata. Cerco di calmarmi, rimango in piedi un momento, poi con tono più pacato, senza scollare gli occhi da quella forchetta le chiedo se ‘per favore’ può raccogliermi la forchetta.

Lei mi guarda senza capire, poi lentamente si china senza abbandonare i miei occhi fino a toccare la posata sul pavimento.

A quel punto la mia mano entra nei suoi capelli biondi scompigliati chiudendo in un pugno tutte le ciocche che sono riuscito ad afferrare. Lei emette un piccolo lamento ma io stringo più forte, e lei si limita a dipingersi una smorfia di dolore sulla fronte.

Porto l’altra mia mano al bottone dei pantaloni e lo slaccio. Lei pronuncia il mio nome, vuole che le spieghi perché lo sto facendo. Mi limito ad uno ‘shhh’.

Lei ci riprova e mi domanda che cosa sto facendo ma io l’ho già tirato fuori, eretto, tanto duro da farmi quasi male, e mentre ancora le ingiungo uno ‘shhh’ aggiungo ‘zitta e succhiamelo’.

Lo affondo tra le sue labbra spingendole la testa tutta sul mio sesso. Un suono quasi animale mi sgorga dalla gola e torno a ripetere quell’azione ancora ed ancora.

Lei cerca di opporsi confusamente, ma io sono più forte e continuo a rubarle il mio piacere, la guardo e la vedo, il mio capo nel suo tailleur color canarino che traballa sui tacchi, che cerca di sottrarsi alla mia morsa.

Il piacere continua a salire, e io devo fermarmi per non venire subito.

Lo sfilo dalla bocca e la mia mano dai suoi capelli passa alla gola. Lei inghiotte e mi guarda con due occhi immensi e feriti. Le sue labbra mi fissano incerte: prima le solca la lingua, poi l’ombra di un sorriso complice, la paura e la curiosità nella mia violenza, l’attrazione per ciò che è ignoto.

La faccio alzare, la giro mettendomi dietro di lei e le stringo forte il braccio attorno al collo. Con l’altra mano sfilo la cintura dai passanti e le lego i polsi dietro alla nuca, poi la spingo a novanta gradi.

Le sollevo il vestito a fiori che indossa e le abbasso le mutandine. Trovandomi chinato ne approfitta per alzarsi ma io rapidamente torno in piedi e le spingo la testa sul tavolo, terminando l’operazione con la mia scarpa che preme le sue mutandine sul pavimento. Nella mia mente il mio capo ora è chino sul cofano, ancora troppo orgogliosa per implorare, ma implorerà.

Tento di infilare una mano tra le cosce della mia ragazza, ma sono serrate. Inizia a piacerle, sta diventando una sfida. Si oppone ad ogni mio gesto, curiosa e spaventata da quale sarà la mia reazione.

Allora mi lecco il medio, ed inizio a passarlo sull’ano, scendendo, e incontrando sempre meno resistenza, finché le sue gambe si aprono e io infilo il mio dito nel suo fiore. È bagnata e le sfugge un mugolo di piacere.

Ho un’esitazione, e per un momento vorrei lasciar perdere, inginocchiarmi tra le sue cosce calde e leccarla, darle piacere, sentirla gemere. Ma alla mente torna lei china sul cofano: distaccata, fredda, robotica, senz’anima, che diventa fragile, diventa succube, diventa mortale.

Quasi senza pensarci le sferro la prima sculacciata. Sono sorpreso e lo è anche lei. Il secondo schiaffo è più deciso, e coglie impreparata solo lei che tenta di nuovo di alzarsi. Una mano le afferra i polsi legati sulla nuca e la tiene adesa al tavolo mentre con la destra torno ad infierire sulla sua natica.

Ora inizia a lamentarsi. Dapprima nessuna parola, solo qualche gemito smorzato, in un costante basso crescendo. Prima sento il mio palmo sulla sua carne, poi segue la sua risposta gutturale. La mia mente continua a vagare, così uno schiaffo cade sulla natica attorniata dal tailleur giallo arricciato sulla schiena, l’altro sul tavolo della mia cucina. Al dolore della mia ragazza, corrisponde quello del mio capo. Per far gridare la donna senz’anima, infliggo lo schiaffo al mio amore, così che presti la voce al mio odio. Per sentirla soffrire, devo far si che lei soffra, la mia lei.

E anche se ad ogni colpo credo di aver usato tutta la mia forza, ad ogni botta riesco a superarmi, e lei urla sempre più forte, e urla il mio capo, china sulla rilucente verniciatura argento della sua berlina.

Non mi basta più, così per un secondo mi fermo, mi guardo intorno, poi lo vedo; senza lasciarle la nuca mi allungo verso il lavandino e raggiungo la paletta metallica con cui aveva probabilmente cucinato gli hamburger che si stanno freddando nei piatti.

La forza nel mio braccio destro si è dileguata, e la sua corrispettiva natica è rossa e calda e dolente. Passo l’arnese nella mia mano sinistra e impartisco il primo colpo sul gluteo ancora impunito.

Le sgorga del sincero dolore. Puro, primordiale, vero.

Immagino il volto di lei, rigato dalle lacrime, poggiato sul freddo metallo.

E ora sì che inizia ad implorare.

Non lascio che la foga mi stordisca più. Misuro la forza ad ogni impatto, e il tempo tra ogni colpo. Un lieve fischio dell’aria che passa tra le fessure metalliche e un sonoro schiaffo di pelle battuta.

Lascio che abbia il tempo di supplicare, e le concedo l’illusione di avermi convinto a smettere perché si abbatta un altro sonoro colpo sulla sua natica che risponde già con il rossore.

Vedo con chiarezza il suo rossetto che bacia la vernice della berlina, sento la sua voce supplice ora colma di quell’esitazione che non ha mai avuto, di quella dolcezza che non ho mai sentito.

Fragilmente in bilico su quei tacchi che non domina più, arpionata dalla gabbia dorata dei suoi vestiti firmati.

Il rossore si fa violaceo: là dove sul gluteo destro impressa c’era la mia mano, qui iniziano a disegnarsi i contorni della paletta, e le piccole fessure che la percorrono.

Ansima, geme, mi chiede di smettere.

Godo tanto di quel dolore che sorrido: la paletta si ferma alzata, lei prega, e io le rispondo con l’ennesimo colpo.

Il mio braccio brandisce la paletta a mezz’aria, ma la mia ragazza si fa d’un tratto silenziosa. Respira dal naso con affanno, e ogni tanto in debito d’ossigeno apre la bocca per poi serrarla ancora.

Mugola flebilmente, poi fa un paio di tentativi di schiarirsi la voce. Infine al mio orecchio giunge un ‘ti amo’. Risuona come l’avesse pronunciato una bocca dal mio interno, dallo stomaco, e avesse riecheggiato nella mia gabbia toracica per poi dileguarsi nella stanza.

Getto a terra la paletta, il cui tintinnare metallico sul pavimento rilassa i muscoli avvinghiati delle sue gambe.

Cado sulle mie ginocchia, con tutto il mio peso, senza risparmiarmi il dolore che fino ad ora ho dispensato solo a lei, e pago il mio debito con il suo piacere.

Affondo il viso nel suo sesso e lei ha un lieve sussulto in quel groviglio di zone dolenti e lividi di domani. Poi sento che torna a respirare, e il suo sapore nella mia bocca, che entra in me e si dilegua come un balsamo. Spegne per sempre il mio furore.

In un attimo le sue gambe tremano, di quello spasmo inconfondibile che le arriccia i piedi e preannuncia l’apice. Raggiunge l’orgasmo, e geme di sollievo, di pura estasi, come se la sofferenza che l’ha preceduta l’abbia resa più sacra, più meritata. Come se il dolore fosse un sacrificio necessario per quel fremito che si dipana dal basso ventre.

Rimane un secondo china su se stessa, con le ginocchia che si toccano e i polpacci che scendono spioventi.

Si volta e io non ho il coraggio di muovermi, la forza di farlo. Sento ogni muscolo del mio corpo come fosse stato svuotato da ogni elettrico impulso necessario a innescare una contrazione.

Mi sento completamente impotente.

Si alza con qualche difficoltà, e il vestito le scende di nuovo sulle gambe e sul sedere punito; le sue mani tornano giunte di fronte a lei avvinte dalla morsa della mia cintura.

Sorride e piange contemporaneamente. Il suo sguardo si fa materno, dolce e affettuoso.

Per un momento guardo a terra, poi in uno slancio le afferro le mani, e mentre le libero le ricopro di baci.

Terminata la mia operazione, l’abbraccio, poggiando la mia guancia sul suo ventre, e lei prende a carezzarmi i capelli.

Godo di quella pace.

Godo di quel silenzio che è tornato a riempire la cucina.

‘Ti amo anch’io’ dico io.

‘Mangiamo’ dice lei.