“Voi siete…”.

“Lesbiche?”.

“Avrei detto ‘una coppia’ ma sì, la mia domanda era quella”.

Lo sai che non credo nei mezzi termini. Mi punge anche senza vederlo lo sguardo di sottecchi che mi hai appena lanciato. Volutamente t’ignoro, così, non paga, mi tormenti il polpaccio con piccoli calci sferrati dalla punta scalza del piede appena sfilato dal sandalo.

Mi alzo e sfodero un sorriso. “Volete il caffè?”.

“Volentieri” gentilmente risponde la nostra giovane ospite. Tu annuisci senza smettere di ammonirmi.

“Come lo prendi?”.

“Avete il decaffeinato?”.

Le rispondo con un altro sorriso.

Non sembra affatto a disagio.

Fino ad un paio d’ore fa nutrivo qualche dubbio. In realtà ho ancora dubbi sull’intera faccenda.

Non siamo una coppia da sex toys: preferisco comunque la pelle, la carne, il sudore, il calore. I sex toys rendono tutto più perverso, e tutto meno naturale.

Ci piace avere l’orgasmo insieme, in fondo a chi non piace? Il problema forse sta tutto lì. Nessuna domina sull’altra. È un continuo braccio di ferro, una forza uguale e contraria in perenne opposizione.

La nostra piccola ospite si trova qui per questo.

Fa spinning con lei.

“Invitiamola a cena!” mi aveva detto una sera.

“Le piacciono le donne?”.

“A quale donna non piacciono?”.

“Parlo seriamente”.

“Seriamente? L’ho vista come mi guarda, sente i miei occhi addosso negli spogliatoi. Si spoglia e resta lì, a farsi guardare. Fidati”.

Ed eccola lì, provvisoria, davanti alla mia porta. Ha un che d’immateriale, non saprei spiegarlo. Sembrava non fosse nemmeno lì davvero, come se mi trovassi di fronte ad un ologramma. Appena scavalcato l’uscio capisco il perché: cammina senza far rumore, e l’aria le entra ed esce dalle labbra come un segreto. Forse è anche il vestito che indossa, nero, che le cade addosso come una pennellata.

Dal soggiorno vi sento parlare: il tono delle risate squillanti e delle chiacchiere triviali di poco prima ha lasciato il posto ad un cicaleccio sommesso, notturno, inconfesso.

Vi sento bisbigliare e un pochino mi arrendo alle fantasie. Immagino cosa potreste svelarvi, alle luci di quelle candele, sotto quel lampadario fioco.

Rientro in scena con vassoio e tre caffè. Intorno odore speziato di ebbrezza di vino rosso e d’estate.

“Lo bevo amaro”. Il tono con cui lo proferisce ora non è lo stesso cordiale di qualche minuto fa. Sarà il vino: ha dato alla testa a me che la sento insinuante o a lei che all’improvviso si è fatta provocante?

Ti guardo e mi ricambi complice, e io sono già eccitata.

Per la prima volta torno a sentirmi cacciatrice e la osservo, la nostra piccola ospite, come saggia il bordo liscio della tazzina di porcellana. Guardo quella bocca e ho già voglia di possederla. Ora capisco cosa intendessi: ama farsi ammirare. Quasi a rallentatore poggia la tazzina vuota sul vassoio, si lecca le labbra e accenna a darvi un piccolo morso.

Io deglutisco.

Mi rivolgo ancora a te e nei tuoi occhi riconosco lo stesso sguardo predatorio, affamato.

Pensando a questa serata, alle fantasie che avevo costruito, mi sono sempre chiesta cosa separasse la tavola apparecchiata dalla camera da letto.

Tu ti alzi semplicemente, nessuna osa parlare. L’aria è vuota, perché tutto l’ossigeno è nelle nostre gole e nei nostri polmoni.

Si alza la nostra piccola ospite e vi seguo anch’io.

Aspetti sul primo gradino e le prendi la mano; io un passo dietro di voi.

La guardo sfiorare gli scalini mentre sale e mi perdo nella profonda scollatura della sua schiena. Mi scopro a domandarmi cosa indossi sotto quel vestito, se porti la biancheria o no, che sapore abbia, quale sia il suo profumo.

Ho un fremito.

La camera da letto è buia e silenziosa: non c’è luce fuorché quella del lampione fuori dalla finestra. La notte ci spia; sento come si stia per orchestrare una cospirazione in questa stanza, un delitto, un peccato, e mi piace. Voglio che la luna ci veda e anche lei si tocchi pensando a noi.

Tu siedi sul letto e alzi i piedi guardandola imperiosa.

Lei per un attimo non si muove, poi guarda me. Non è paura quella che vedo, l’insicurezza piuttosto della prima della classe, il cui nome è appena stato toccato dal dito smaltato di una professoressa pedante l’unico giorno in cui non ha studiato.

Mi avvicino a lei e le tolgo ogni dubbio: la mia mano prende il suo mento e le giro il viso affinché torni a guardarti. Poi la mia mano afferra la sua spalla e la spingo ai tuoi piedi.

Le sussurro di toglierti le scarpe.

Il tuo piede si alza fino ad arrivare poco sotto ai suoi occhi ma lo sguardo le cade sotto al vestito scostato, tra le tue cosce.

Tiene tra le mani il cinturino, lo slaccia, lo sfila. Si avvicina alle tue dita e ti bacia la pelle. Poi procede con il sinistro finché non sei scalza.

La invito a rialzarsi prendendole la mano, fino a sollevarlela sopra la testa. Prendo i lembi del suo vestito e libero il suo esile corpicino. Non portava la biancheria.

Tu la vedi e sento che inizi a diventare calda.

Mi metto dietro di lei, le scosto i lunghi capelli e le copro di lenti baci il collo e poi la schiena. Le mie mani intanto scoprono il suo corpo, il suo ventre, i suoi fianchi, le sue cosce.

Sei preda dell’avidità e decidi di portarmela via. Prendi i suoi capelli tra le mani e inviti il suo viso tra le tue gambe, sollevando appena il vestito.

Lei bacia le tue dolci labbra e tu hai un fremito immediato a quel tocco. Tieni la sua testa affondata nel tuo sesso e godi.

La sua posizione è innaturale: le gambe sono ritte ai piedi del letto ma la schiena è piegata e proiettata verso di te. Sarò perversa ma pensare che stia scomoda mi eccita ancora di più.

Le mie mani carezzano le sue gambe e si avvicinano al suo fiore; la sentirei gemere se tu la lasciassi respirare ma ingordamente vuoi saziarti dei suoi baci.

Decido di regalarle un momento, un secondo di godimento, e spingo la mia lingua nel suo sesso. La scuote un brivido.

I tuoi sospiri mi tormentano; inizia a nascere dentro di me una sorta di gelosia verso di lei che ti sta dando piacere.

Torno eretta alle sue spalle e tocco le sue natiche sode. Cresce il desiderio di punirla, di attuare una piccola vendetta.

Il primo schiaffo spezza l’incanto. Il buio là fuori ha rizzato le orecchie. Tutta l’aria diventa elettrica e origlia e ci sta a guardare.

Ti sento gemere più forte, di nuovo sale quella gelosia.

Il secondo schiaffo trova la mia mano già anestetizzata, già pronta.

Tu inizi a chiedermi di farlo ancora, di rifarlo, più forte.

Io prontamente obbedisco e le infliggo ogni momento un colpo più forte del precedente, e più foga ci metto, più godi per il suo dolore, più sento salire la rabbia e più violenza metto nel colpo successivo.

Tu supplichi, tu ansimi, e me lo chiedi di nuovo, stai quasi urlando.

Lei si libera dalla presa salda delle tue mani e ansima forte, come se per tutto il tempo non avesse potuto respirare, come se fosse stata dedita solo al tuo piacere a scapito di tutto il resto.

Io non mi fermo e continuo a colpirla mentre i suoi glutei si fanno più caldi sotto le mie dita indolenzite.

Tra un respiro affannoso e l’altro geme sempre più forte e presto, ritrovato il fiato, mi chiede di smettere, di non farle più male.

I miei muscoli sono in rivolta e ogni colpo li sento contrarsi per la fatica, eppure non mi voglio fermare.

La tua schiavetta si è ribellata e ora se ne sta di fronte a me a gemere, così ti avvicini e le infili l’indice ed il medio nella bocca. Lei confusamente inizia a succhiare e insieme cerca di urlare, di implorarmi.

Le mie sculacciate si fanno sempre più rarefatte. Ormai sento di non avere più forza nelle braccia, così pian piano inizio a placarmi.

Il silenzio riempito con odore di sesso e respiri affannati cala di nuovo tra noi; tu sfili le dita dalle sue labbra, la tiri a te sul letto e lei gemendo sale carponi.

Io premo sulla sua schiena e lei, obbediente, si lascia cadere, sdraiandosi.

La fai mettere a pancia in su e se ne lamenta vistosamente. Fa per toccarsi i glutei e tenta di tenerli sollevati mentre tu la afferri per i piedi e la fai girare di centoottanta gradi. Ogni tanto ha un sussulto ma riuscite in quella dolorosa operazione.

Nel frattempo mi sfilo i pantaloni e le mutandine; non resisto alla curiosità e affondo un dito nel mio sesso. Ricavo un immediato piacere dal sentirmi completamente bagnata.

Salgo anch’io insieme a voi sul letto: finalmente è il mio turno di esigere un po’ di piacere, di usare quella dolce bocca che fin’ora ha assaporato solo il tuo frutto.

Salgo cavalcioni sul suo viso e lei immediatamente comincia a leccarmi. Godo intensamente, immensamente; mi sovrasta all’istante, tanto velocemente da lasciarmi intontita.

Mi mordo il labbro e non so trattenermi dal cominciare a muovermi leggermente avanti e indietro su quel visino mentre dei gemiti mi sfuggono dalle labbra. Riverso la testa all’indietro e mi abbandono a un sorriso.

Ora la sento sospirare sotto di me e, portato di nuovo lo sguardo annebbiato di fronte, vedo il tuo viso nascosto tra le sue cosce.

Alzi gli occhi e ci guardiamo, ti vedo leccarla con bramosia e la sento gemere e godere sotto di me.

Voglio di più, e questa strana foga mi prende, irrefrenabile, e i movimenti che fino ad ora erano accennati diventano più profondi, e cerco di afferrarla, di prenderla tutta. Tra le mani le stringo il seno, poi tento di afferrarle anche il collo. Mi aggrappo a tutto il suo corpo per poter spingere più a fondo, per averne di più.

Vi sento in un accorato concerto di gemiti e sospiri; anche tu ti stai toccando e partecipi del nostro piacere ma mentre voi soffocate i mugoli nella carne io godo a piena voce. Che la notte ci senta.

Sale, velocemente.

Ancora un momento.

Vengo.

L’orgasmo, magnifico, e vi sento con me, nello stesso momento, o poco dopo, in un alternarsi di onde che dal culmine si fanno via via sempre più lunghe e ovattate.

La luna si riconquista il suo silenzio, questa volta davvero, mentre si spengono pian piano i nostri respiri e i battiti accelerati.

Vi sento sorridere, di vera felicità, di sollievo.

Anch’io mi butto sul letto con le ginocchia che non mi sorreggono più.

La nostra piccola ospite accenna ad una risatina, sommessa, infantile.

“Grazie per la cena”.

Ridiamo anche noi.

“Figurati, torna pure quando vuoi”.

Allungo la mano tra le lenzuola increspate, raggiungo la tua mano e la stringo forte.

Ci guardiamo, poi mi rivolgo alla finestra e la vedo: bianca e immensa.

Alla fine è venuta a guardare.