Spinsi gli occhiali sul naso con la punta dell’indice, mentre tra le altre dita stringevo un fascicoletto di fogli ancora tiepidi di stampa. Il loro odore d’inchiostro caldo mi arrivò in un respiro profondo.

Guardai alle mie spalle e lei era ancora lì, a fissarmi. Mi schiarii la gola e tornai a badare alle mie fotocopie mentre sentivo il suo sguardo pesarmi sulla nuca, come mi stesse passando da parte a parte.

“Fanno 50 centesimi”, dissi con voce ferma, guardandola nel profondo degli occhi mentre pareggiavo i fogli appoggiandoli sul tavolo.

“Solo 50?”. Ribatté lei inclinando la testa.

“Hai detto che sono per il prof di analisi, no?”.

“Esattamente.”

“Allora 50 centesimi”.

Mi sorrise ed estrasse la moneta dal portafogli, abbassando lo sguardo, fingendo timidezza.

Io continuai a guardarla, mi imposi di non esitare.

Con le studentesse è facile. Cercano sempre quello che le faccia sentire padrone della loro sessualità. Hanno questa assurda fantasia di portarsi a letto il professore, e quando sono costrette ad abbassare il tiro vengono qui, in segreteria. E trovano me. Sto per passare la trentina: sono abbastanza grande da costituire una sfida, ma non troppo da far loro credere di non potermi dominare.

Viene prima della crisi di mezza età, proprio nell’età in cui sentono che tutto sta diventando definitivo, loro vengono da me, e mi scopano stando sopra, come in un dannato rodeo. Senza nemmeno spogliarsi, si rimettono il rossetto alla cieca ed escono sorridendomi prima ancora che io abbia avuto il tempo di rinfilarmi le mutande.

Ma lei, i suoi occhi, mi chiedeva protezione e dolore. Era come una supplica. Sapevo che non voleva dominare, voleva essere dominata. Mi chiedeva con lo sguardo di farle del male.

Uscì dalla porta e stavolta sapevo che era lei a sentire il mio sguardo addosso.

Credo fosse quella sera, o una che seguì dopo poco. Erano da poco passate le 18 ma era buio pesto e faceva davvero freddo. Ero uscito per fumare una sigaretta ma le mie dita erano tanto gelate da non riuscire ad imprimere la scintilla dell’accendino. Rinunciai, e con la sigaretta ancora spenta tra le labbra rientrai dalla porta di servizio mentre gli occhiali si appannarono in un momento.

Rimasi per un secondo immobile in quella cecità e quel tempore mentre sentivo il sangue che tornava a fluire.

Dapprima mi arrivò un profumo. Sapeva di primavera, di tutti i frutti freschi dell’estate. Poi si diradò la nebbia e la vidi in quel corridoio.

Si voltò a guardarmi mentre stava lì in piedi, come colta di sorpresa, davanti alla porta del bagno delle ragazze, con quell’unica luce a timer che le illuminava il viso.

Poi in un attimo ci fu il buio totale.

D’istinto allungai il braccio verso di lei. Quando raggiunsi il suo fianco, quell’osso sporgente come si stesse protraendo verso di me, non sentii nulla.

Non un gemito, né calore; era come marmo, come se nemmeno stesse più respirando.

Mi feci più vicino, e con l’altra mano cercai il suo viso.

Capii che ora era girata, rivolta verso di me. Raggiunsi la sua bocca e la trovai socchiusa. E allora la sentii respirare, il calore che andava e veniva sul mio pollice premuto sulle sue labbra.

In un fremito inaspettatamente parve volermi sfuggire. Il suo piccolo corpicino divenne rigido e si proiettò in un sobbalzo all’indietro. Il mio braccio la serrò subito in una presa decisa. La bocca fece per aprirsi in un grido, ma prontamente le la tappai. Sotto il mio palmo la sentii sorridere e non ebbi più alcun dubbio. Era quello che voleva.

La girai in modo che il suo sedere e la sua schiena aderissero perfettamente al mio corpo; con un braccio le cinsi il petto, mentre la mano rimaneva saldamente sulla sua bocca e l’altra scendeva verso la cerniera dei suoi jeans. All’orecchio intanto le sussurravo dolci minacce su quello che le avrei fatto se non fosse stata brava.

Abbassai la zip mentre il profumo dei suoi capelli contro il mio viso mi inebriava e mi stordiva. Appena le calai i pantaloni e le mutandine un profuso calore scaldò le mie dita ancora ghiacciate e la trovai bagnata e vogliosa del mio tocco. Volutamente esitai e lei preda del desiderio cercò di cominciare a toccarsi da sola.

Non ammisi una tale disobbedienza, così la spinsi contro il muro del corridoio. Le liberai la bocca ma le tenni la testa saldamente in modo che la sua guancia non potesse staccarsi dalla parete.

Le portai i pantaloni fino alle ginocchia e iniziai ad indugiare sui suoi glutei tondi. Le impressi una carezza e gemette dal piacere a quel contatto. La zittii e le diedi una prima sonora sculacciata. Mi sembrò riecheggiasse per tutto il corridoio ancora buio. Per un secondo pensai ci avesse sentito tutta l’università. Ma era tardi, le aule deserte.

Gustai quell’eco prolungato e quando fu estinto del tutto, nel silenzio più totale, le diedi un’altra sculacciata. Lei sospirò con il fiato smorzato dall’eccitamento. Allora le diedi una terza sberla, più forte di quelle precedenti tanto che fece male anche a me, a causa delle mie dita ancora intorpidite. Finalmente iniziò a gemere dal dolore, mentre la sentivo sorridere di nuovo.

Questo mi spinse a colpirla ancora più forte mentre la mia mano iniziò finalmente a scaldarsi. Lei iniziò a lamentarsi, sempre più forte. Il suo dolore accrebbe la mia violenza; la colpii più forte, e più forte premevo la sua guancia contro il muro freddo.

Le sue natiche erano sempre più calde e ora che lo erano anche le mie dita non resistetti e la mia mano scivolò tra le sue cosce. La trovai calda e completamente bagnata. Le spinsi dentro il medio con tutta la forza che avevo; dovette mettersi sulla punta dei piedi dato il vigore con cui la sollevai. Dalle sue labbra uscì un lamento meraviglioso che interruppi infilandole il mio medio impregnato del suo succo in bocca. Lei lo succhiò avidamente ed io non riuscii a trattenermi dal calarmi i pantaloni e infilarmi tra le sue gambe.

Fui deciso, forte, lo sentivo finalmente pulsare dentro di lei. Spinsi più forte che potevo mentre lei ansimava. Ad ogni colpo corrispondeva un gemito.

Non sopportò più e me lo chiese. Mi implorò.

“Fammi male ti prego”.

Ormai ero preda dei miei sensi, confuso, affamato, insaziabile.

Spinsi più forte che potevo.

Poi uscii completamente dal suo sesso e il silenzio ed il buio intorno erano pervasi dal nostro ansimare. M’inginocchiai davanti al suo sedere ancora caldo per le pacche inferte, l’assaggiai con un piccolo morso.

Mi rimisi in piedi. Lei era diventata disciplinata, ubbidiente, non aveva osato muoversi da quando l’avevo spinta contro il muro.

Rimasi un momento in piedi davanti al suo corpo. Ormai anche nel buio iniziai a scorgere la sua figura.

Le infilai una mano davanti, l’appoggiai sul ventre, e la feci indietreggiare con le natiche mentre le sue braccia rimasero contro il muro in modo da metterla a novanta gradi. Il nostro battito cardiaco cominciava a rallentare ma a me non bastava, avevo ancora fame, e sapevo che era lo stesso per lei.

Afferrai i suoi glutei saldamente come in una morsa e iniziai a premere per entrarle dietro, dove sapevo le avrei fatto più male, ancora più male.

Digrignò i denti, e gemette in un misto di piacere e di dolore. Mi mossi lentamente, ma con fermezza, fino in fondo. Il suo respiro tornò ad accelerare mentre piagnucolava di farle più male. Allora mi mossi più velocemente, in ogni spinta le arrivavo dentro, nel profondo. Lei era così stretta, così calda.

Mentre una mano serrò il suo fianco per spingerla a me, l’altra tornò ad abbattersi sul suo gluteo destro. Ora i lamenti ed i gemiti non le bastarono più e urlò. Un urlo liberatorio, sofferto, all’apice del piacere, del dolore. Continuai a infliggerle quella dolce pena, accanendomi sempre sulla stessa natica, sempre più calda, immagino sempre più dolente.

Poi l’orgasmo. Non seppi trattenermi. Venni dentro di lei, dandole le ultime spinte mentre espiravo a pieni polmoni il mio piacere.

La luce si accese nel corridoio.

Una ragazza stava in piedi accanto all’interruttore indecisa sul da farsi. Io rimasi spiazzato per un secondo. Quella luce mi accecò. Mi sfilai da lei con un brivido e, giratomi di spalle richiusi la cerniera.

Imbarazzata anche lei tentò di ricomporsi, occhi bassi ed esitante per via del dolore che derivava dal rindossare i pantaloni. Ora la vedevo: quella chiazza rossa sulla sua natica destra, il mio piccolo capolavoro.

Non riuscì a trattenere una risatina d’imbarazzo e divertimento, mentre l’altra ragazza che aveva acceso la luce aveva evidentemente realizzato che tutto sommato non le scappava così tanto.

Fu l’unica volta che andai con lei. Tornò ancora per delle fotocopie, ma non aveva più quella preghiera negli occhi.

Mi toccai spesso pensando a lei nei giorni seguenti a quell’incontro, incapace di stare seduta composta a lezione, a lei che sussulta di dolore provando a mettersi comoda, che in ogni posizione non trova pace e si divincola sulle sedie dell’auditorium.

Solo quel tardo pomeriggio e mai più, ma tanto ci bastò.