Domenica è il gran giorno, la mia prima partita da titolare: basta allenamenti estenuanti e lunghe ore in panchina limitandomi a guardare le altre giocare.

Entro nello spogliatoio già mezzo affollato da ragazze in pantaloncini e reggiseni colorati, tutte impegnate a raccogliersi i capelli in stretti elastici che s’impigliano fra le dita o ad allacciarsi le scarpe.

Sono emozionata, sono emozionatissima.

Mi faccio strada tra calzari con tacchetti e glutei delle mie compagne di squadra intente a tirarsi i calzettoni fino a metà polpaccio; poggio il borsone in un angolo libero, e appendo sciarpa e cappotto tra un maglione blu ed una grossa felpa.

Mi cambio in un fiato. Sono agitata, temo di essere l’ultima.

Cerco di raggiungere lo specchio ma inciampo in un paio di scarpe da ginnastica abbandonate lì accanto. La mia mano incontra una presa ferma e rassicurante. Riconquistato l’equilibrio, alzo lo sguardo tra gli spiragli della frangia e scorgo due occhi grandi e azzurri incorniciati da un viso porcellana punteggiato di lentiggini e un mare di capelli rossi costretti in una treccia. Il capitano della squadra mi sorride amichevolmente.

“Attenta!” Mi ammonisce dolcemente.

Ricambio il suo sorriso con imbarazzo, scosto i capelli dal viso e li spingo nervosamente dietro l’orecchio.

“Prima partita, eh?” mi chiede mentre mi allontano verso lo specchio con l’elastico stretto attorno al polso.

“Ah ah” confermo in un sussurro mentre stringo tra le labbra l’allaccia capelli e sollevo le braccia sopra la testa tentando di domare la mia chioma corvina.

“Vedrai che andrà bene”, conclude incrociando il mio sguardo nello specchio. Le sorrido con gratitudine.

Andrà bene.

Il fischio. È arrivato finalmente quel dannatissimo fischio. Ovunque guardi incontro disapprovazione, delusione, rabbia. Hanno ragione. Sono troppo emotiva, non so reggere alla pressione. Ho fatto il mio meglio, e ho sbagliato. A occhi bassi rientro nello spogliatoio, sfilo i guantoni da portiere e li lancio sbuffando sopra il borsone. Una scia di scarpette tacchettano giù per le scale lasciando una scia di terriccio e un coro di lamenti e parolacce.

Deglutisco con nervosismo.

Senza fiatare sgattaiolo in due falcate nella prima doccia che trovo con ancora i vestiti indosso; in un braccio stretto l’accappatoio, nell’altra tutti i prodotti che sono riuscita ad arraffare in una manciata.

Finisco di spogliarmi e per un momento mi sembra che l’accorato rancore si stia acquietando, si abbassi di volume.

Accendo l’acqua, chiudo gli occhi. Non voglio pensare.

Un rumore alle mie spalle e mi volto. Di fronte a me lei, il capitano, con i capelli sciolti e fiammeggianti e gli occhi una fessura.

Rimango con la bocca spalancata, l’acqua mi scorre sulle ciglia annebbiandomi la vista. Cerco di uscire da quel buio; a mani tese faccio un passo in avanti e sento ancora la stessa stretta al polso che mi aveva salvata. Ma ora non è ferma e rassicurante, stringe e fa male, mi tira a sé.

Con due passi mi trovo fuori dalla doccia e sento lo scorrere dell’acqua alle mie spalle spegnersi.

Buona parte della squadra si trova lì attorno a me che imbarazzata tento di coprirmi come posso con il braccio che non è intrappolato nella sua presa.

Ancora confusa e con la vista appannata sento uno schiocco e una fitta dolorosa sul gluteo destro. Istintivamente porto la mano sulla parte dolente e leggermente calda scoprendo le mie nudità. Mi libero dalla presa e mi giro verso una delle ragazze che tra le mani tiene i due capi di un asciugamano.

Non faccio a tempo a protestare che sento sull’altro gluteo un’altra fitta fulminante. Gemo. Sento le guance arrossarsi più per la vergogna e l’umiliazione che per il dolore.

Cercando di coprirmi tento la fuga urtando contro il muro dei fianchi serrati delle mie compagne.

Riesco in qualche modo a penetrarlo e arrivo al mio borsone. Frugo freneticamente per trovare qualcosa con cui coprirmi e uscire da lì ma delle mani mi afferrano le spalle e mi spingono sulla panca. La mia guancia tocca il legno freddo e subito un urlo mi sfugge dalle labbra. Tante mani a palmi aperti si alternano sul mio sedere, imprimendo i segni della loro rabbia per la sconfitta. Ogni schiaffo è un rimprovero. Non le sento ridere ma posso immaginarle sorridere mentre una manata dopo l’altra si alleggeriscono della loro frustrazione. Le mie guance sono in fiamme e rigate dalle lacrime mentre le imploro di lasciarmi in pace, mi scuso ancora e ancora, senza che loro accennino a fermarsi o lasciarmi tregua. Al contrario più imploro, più le sento mettere foga nella loro punizione, più le immagino sorridere e sorridersi mentre le loro piccole mani si abbattono sulle mie natiche dolenti e in fiamme. Il dolore, l’umiliazione mi intontiscono. Ogni schiaffo arriva come un’ondata confusa. Sento il mio respiro affannato e rotto dai singhiozzi e il breve sussulto dopo ogni colpo.

Finalmente sembra accennino a rallentare. Gli schiaffi sono meno frequenti, la forza si sta affievolendo, fino a che nessun colpo mi viene inferto oltre.

Rimango immobile, non odo suoni se non quello del mio respiro ancora accelerato e rotto dai singhiozzi. Né passi che si allontano, ne una parola.

Mi sembra un’eternità, e non oso muovermi mentre la mia guancia freme ancora sul legno della panca non più freddo.

Un impatto, gentile, vellutato, amplificato però dall’immobilità di un momento prima: delle dita sfiorano la mia schiena.

“Tirati su” dice sommessamente la voce alle mie spalle.

Esito, poi mi alzo. Accanto a me una compagna di squadra mi offre un asciugamano per coprirmi. Intorno incontro solo sguardi pietosi e consolatori.

Tento di sedermi, ma ho un sussulto dal dolore.

Il capitano si fa vicina, ha i palmi rossi, del rosso dei suoi capelli scompigliati più che mai.

Con le dita tremanti mi sfiora la guancia umida per le lacrime, calda per il pianto.

“Attenta” sento la sua voce carezzevole come un’eco lontana.

“La prossima volta starai più attenta, giusto?”.

Ho gli occhi sgranati per un momento. Lei mi fissa. Deglutisco, prendo un respiro a pieni polmoni.

“L’abbiamo fatto per il tuo bene, così la prossima volta non sbaglierai più” dice un’altra delle ragazze attorno a me con un sorriso.

Faccio cenno di sì.

Mi alzo e loro mi abbracciano, tutte, anche quelle con cui non ho mai parlato. Hanno tutte le mani calde e tremanti per gli schiaffi inflitti al mio fondoschiena.

Ora starò attenta, non sbaglierò più.

Voglio bene alla mia squadra.

 

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