LE AVVENTURE DOMESTICHE DI PABLO & FEDERICA

 Episodio I –  Sulle ginocchia di Federica

 Un “nuovo corso” per Federica e Pablo

 

Me ne stavo tranquillamente sdraiato sul divano, con la testa in grembo a Federica che mi accarezzava e mi coccolava dolcemente. Le sue mani delicate e affusolate scorrevano delicatamente sul mio viso, e qualche volta sfioravano i miei capelli lunghi e ondulati. Ce ne stavamo tutti e due in piacevole silenzio, quando ad un tratto Federica parlò:

“Tesoro, questo pomeriggio guarderemo insieme i tuoi compiti di inglese, sai?”

Quest’idea mi colse completamente impreparato: da qualche mese frequentavo un corso di inglese, ma non pensavo che la mia ragazza si interessasse ai compiti a casa che mi venivano assegnati, anche perché, pur essendo stata proprio lei quella che all’inizio mi aveva spinto ad intraprendere il corso, non mi aveva poi chiesto più nulla da quando questo era cominciato.

“Ma cosa dici, Federica? Stai scherzando?”

“Affatto, amore, sto parlando molto seriamente!” continuò lei, mentre mi faceva intendere, con un gesto delicato delle mani, di girarmi sulla pancia. Sapeva che tale posizione mi piaceva anche di più di quella supina, e quindi quel gesto non mi stupì: ora la mia faccia era a contatto con le sue cosce rivestite di collant scuro, e, mentre con la coda dell’occhio destro guardavo l’eleganza e la sensualità dei suoi piedi ben scolpiti dentro alle sue scarpe classiche, nere e col tacco a spillo, con la coda di del sinistro vedevo i colori vivaci della sua gonna scozzese.

E dopo aver ripreso ad accarezzarmi i capelli, aggiunse, in tono leggermente più alto:

“E, se scopro che non li hai fatti come si deve, le prenderai di santa ragione!” disse, appoggiando la sua mano destra sul mio didietro.

Rimasi per un momento come attonito: Federica sembrava seria, anche perché non era nel suo stile burlarsi di me in questo modo… Perciò, cosa le aveva preso? Non poteva realmente trattarmi come uno scolaretto svogliato…

“Federica, non capisco… ma che ti prende?”

“ Capirai più tardi, quando comincerò a scaldarti il sedere e a fartelo rosso!” rispose lei in tono severo mentre mi accarezzava il sedere.

Detto ciò, mi fece cenno di alzarmi e di lasciarla andare: doveva andare a fare alcune commissioni ma sarebbe tornata nel giro di un paio d’ore.

“Ricordati che quando torno controlliamo i compiti di inglese” ­– mi disse, mentre taccheggiava verso la porta con la borsetta a tracolla – “e se non è tutto in ordine ti prenderai una bella sculacciata!”. Dopo aver detto queste ultime parole chiuse la porta dietro di sé.

Non sapevo più cosa pensare, anche perché mi ero ormai convinto che Federica facesse sul serio.

Allo stesso tempo, però, era per me inconcepibile che la mia ragazza potesse picchiarmi per davvero, e soprattutto trattarmi come un bambino. Non aveva mai alzato le mani su di me, e forse neanche minacciato di farlo, tranne una volta in cui mi disse che mi avrebbe dato uno schiaffo se avessi continuato a prenderla in giro, ma lì si trattava di un mezzo scherzo. Ora però il problema era serio, anche perché, se da un lato mi sentivo umiliato e sentivo intaccato il mio ruolo maschile, dall’altro ero rimasto come affascinato, o meglio come ipnotizzato dalle sue minacce: mi attirava quello che mi proponeva, e la testimonianza più evidente era che, mentre mi parlava in quel modo, tenendomi la testa sul suo grembo, avevo avuto un’erezione quasi istantanea. Memore di ciò, cominciai ad azzardare l’ipotesi che si trattasse di uno stratagemma di Federica per movimentare la nostra relazione sessuale: era un po’ che c’era calma piatta su quel versante, e forse la sua idea era davvero buona, ammesso che le cose stessero davvero così. Mi calmai e decisi di accendere la televisione per occupare la mente in altro modo aspettando che tornasse Federica, e la cosa funzionò per un po’, finché, guardato l’orologio e resomi conto che sarebbe rientrata a minuti, di colpo mi venne in mente che io i compiti di Inglese che venivano dati da fare a casa non li avevo mai fatti! Un brivido misto ad eccitazione si impadronì di me… Accidenti, e se me le avesse date sul serio? Federica aveva l’aria di una che picchia, e le sue mani, solitamente così dolci, avrebbero potuto diventare davvero molto dure, e a spese del mio disgraziato culetto! Ma non feci in tempo a seguire più a lungo questa catena di pensieri ed emozioni, che il campanello suonò, facendomi sussultare per la prima volta da quando io e Federica stavamo insieme.

Le aprii la porta sorridendo, ma lei mi guardò appena, e mentre si dirigeva con passo deciso verso la cucina, mi disse ad alta voce: “Prendi tutti i tuoi quaderni e piazzati in camera, arrivo tra un minuto!”  Rimasi senza parole mentre, restando fermo dove mi trovavo, osservavo il suo profilo in cucina mentre sistemava gli acquisti, prendendoli dai sacchetti e riponendoli sugli scaffali e nel frigorifero. Federica era piuttosto bella: aveva i capelli lunghi, neri e lisci, occhi blu e un bel corpo, slanciato e nello stesso tempo ben tornito. Era una donna piacevole, simpatica e piena di calore quando era in vena, ma i suoi atteggiamenti di freddezza erano quelli che – pur  rivelandone il carattere intrattabile – costituivano la principale molla della mia eccitazione, ed era in quelle situazioni che andavamo quasi sempre a finire a letto.

“Cosa fai ancora qui? Fila immediatamente in camera e tira fuori i quaderni!” esclamò, indicando con un dito la camera da letto.

Ubbidii come un agnellino: smisi di pensare e feci ciò che mi aveva ordinato. Mi sedetti su una sedia con i miei due quaderni in mano, e dopo poco Federica arrivò e si sedette sul  bordo del letto di fronte a me, con le gambe accavallate. Aveva un’aria estremamente sexy, e con un tono dolce e severo al tempo stesso, piantò i suoi occhi nei miei e mi disse che doveva controllare se facevo i compiti correttamente, perché, aggiunse, altrimenti avrei avuto una punizione. Quest’ultima parola fu pronunciata con una dizione così chiara e armoniosa che non potei credere che il suo contenuto potesse essere così spiacevole… Deglutii, e le porsi rapidamente i due quaderni di inglese.

Federica li prese ed aprì il primo dei due, che era quello dei compiti e dei lavori svolti in classe. “Cosa c’è qui dentro?” chiese mentre lo sfogliava velocemente, con scarso interesse. “I compiti in classe” risposi. Poi prese il secondo ed io ebbi di nuovo un brivido, il secondo di quella giornata. “E questo invece?” esclamò Federica aggrottando la fronte.

“Come mai è completamente bianco?”

Cominciai a balbettare… “Ehm, sì, quello è … quello che usiamo…”

“Cosa stai farfugliando??!! Usate quando? Dimmi a cosa ti serve questo quaderno e perché è completamente vuoto!!”, quasi urlò Federica, alzandosi in piedi e sovrastandomi, visto che io stavo invece seduto.

“E’ il quaderno…ehm… è il quaderno dei compiti di casa…”, mormorai in un filo di voce.

“E perché è bianco?” riprese lei in tono sempre più severo e arrabbiato.

“E’ … è bianco perché… io i compiti a casa non li ho mai fatti”, finii per ammettere, in un tono talmente basso e debole da essere quasi inudibile.

Federica si risedette e riaccavallò le gambe, riprendendo a parlare col tono iniziale, calmo, dolce, ma severo e, direi, inesorabile.

“Adesso ti do tante di quelle sberle che te ne ricorderai!”

“Ma io …” – continuai a balbettare – “…non pensavo che fosse…”

“Non inventarti delle scuse, tesoro! Avanti, vieni qui!” ordinò.

Andai ad accucciarmi presso le sue gambe accavallate, cercando di appoggiare le mani sulle sue ginocchia.

“Scusami, ma io…” PAFF!

Mi arrivò un primo, sonoro ceffone sulla guancia sinistra.

“Tu niente, e non voglio nessuna scusa! Adesso le prendi”, disse alzando bene in alto la mano sinistra e colpendomi con il palmo la guancia destra: PAFF!

“E di santa ragione, anche! ” PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Mi assestò quattro sberle decise, due per guancia, usando a turno entrambe le mani.

“Non ti permettere mai più di comportarti in questo modo e di disimparare il poco che impari in classe!”

Tirai su con il naso, con una netta sensazione di calore e di bruciore alle guance. Federica si alzò in piedi ed io mi inginocchiai davanti a lei, abbracciandole le cosce e guardandola da sotto in su con l’aria di chi cerca pietà, ma lei mi fissò negli occhi con durezza e continuò da quella posizione a schiaffeggiarmi sonoramente. PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Era la prima volta che prendevo una tale serie di schiaffoni, e mi venne voglia di piagnucolare un po’, non tanto per il dolore quanto per l’umiliazione. Federica mi tirò poi verso di sé, si sedette nuovamente sul bordo del letto, e, mentre io restavo inginocchiato, cominciò a sbottonarmi i pantaloni con le sue dita affusolate e con un’aria sempre severa ma al contempo estremamente seducente.

Mentre eseguiva quell’operazione (che mi procurò la seconda erezione della giornata) mi disse che ero un ragazzino svogliato, e che avrei preso il resto.

Mi fece stendere sulle sue ginocchia, e dopo avermi sistemato bene in grembo cominciò a darmele, con un ritmo serrato e senza fermarsi. SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Ripresi a piagnucolare, ma lei disse: “Perché piangi, amore? Mammina ti ha scaldato il sedere? Lo sai che adesso te le do’ sul sederino nudo, come si faceva una volta?” E mentre diceva questo mi abbassò lentamente gli slip.

“Adesso”SMACK! SMACK! SMACK! – “ti faccio il culetto rosso.”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

“Lo sai che te le sei proprio meritate questa volta?”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

“Sob, sniff, sniff”, fu l’unica mia risposta, anche perché il mio didietro cominciava veramente a fiammeggiare.  Poi, dato che ci fu una pausa, presi coraggio e aggiunsi: “Ti prometto che non lo farò più”. Un’altra serie di sonori sculaccioni fu la risposta, accompagnata da questa frase: “Lo spero bene, perché se si dovesse ripetere ne prenderesti il doppio!”

“Sniff, sob, sob, sob…”

Dopo un’altra pausa riprese a sculacciarmi con ritmo più lento e a parlarmi in tono dolce: “Su, tesoro, non piangere… lo so… la mamma te le ha suonate… ma te le sei meritate…”

Intanto vidi che il suo piede sinistro s’era leggermente sfilato dalla scarpa, e questo, insieme al calore ormai piacevole che sentivo e alle parole che mi stava dicendo, mi fece avere la terza erezione.

Continuò così ancora per un paio di minuti, che dell’intera sculacciata furono i più piacevoli per me, dopodiché mi fece alzare e, ripreso il tono severo di prima, mi ordinò di filare immediatamente in un angolo, girato verso il muro.

“E guai a te se ti muovi perché ne prendi ancora. E, detto questo, uscì velocemente dalla camera.

 

 

 

Punito a cena

Me ne stavo buono buono nell’angolo, non osando sfidare la sua ira, quando, dopo mezz’ora circa, Federica mi disse che potevo andare a farmi una doccia in attesa che la cena fosse pronta. Usai quasi esclusivamente acqua fredda, nonostante non fosse propriamente estate, e soprattutto nella zona posteriore del mio corpo… una volta lavato, asciugato e vestito mi diressi in cucina, dove Federica mi attendeva per la cena. Era sorridente, e prima che io potessi pensare o dire qualcosa, esclamò in tono squillante: “Come dessert ti ho preso il gelato crema e nocciola, quello che piace a te, tesoro, sei contento?”

Annuii, in tono non completamente convinto. Il suo cambiamento mi stava confondendo, e non sapevo come comportarmi. Come primo c’era un minestrone di verdure, che mangiai con gusto e in silenzio, mentre Federica cominciò a parlare come nulla fosse del più o del meno, raccontandomi divertita di tizio e di caio che aveva incontrato al supermercato e del vicino che rompeva le palle perché la gente fumava per le scale. Ad un certo punto, verso la fine del minestrone, fui sul punto di dirle che il gioco era stato divertente, e che lei era entrata nella parte anche troppo, cosa intendeva fare? Era un modo nuovo e un po’ strano per attizzarmi?

Ma non dissi nulla di tutto ciò, qualcosa mi impediva di aprir bocca se non per ingollare le ultime cucchiaiate di brodo, e mentre in pochi istanti mi passava tutto ciò per la testa, stavo per avere un’altra sorpresa: Federica mi stava allungando un piatto di carote bollite.

Cazzo – pensai – sa benissimo che è la cosa che mi fa più schifo in assoluto! E dissi: “Federica, carote bollite??!”

“Certo amore, carote bollite, fanno bene e sono molto digeribili”

“Sai quanto me ne frega che sono digeribili, io questa roba non la mangio”

“Tu invece la mangi, e subito anche!!”

Mi apostrofò in tono già leggermente alterato.

Oh Gesù, siamo daccapo? – pensavo tra me e me, e di nuovo ero sul punto di parlare, e questa volta per dirle “senti Federica, ogni bel gioco dura poco, io ci sono stato, ho ancora il culo arrossato per le botte che mi hai dato, ho accettato tutto, magari mi sono anche divertito, ma adesso dacci un taglio e smettila con queste storie,  che carote e carote dell’accidente, io non ne mangio neanche una, vaffanculo! ”

Ma ancora una volta non dissi nulla, (neanche oggi so perché), e fissai invece il piatto con sguardo vuoto, restando immobile.

“Allora” – riprese lei – “le mangi le carotine, amore? Perché, se non le mangi, lo sai già cosa ti succede, vero?”

Rimasi zitto, guardandola.

“Succede che ti devo picchiare!” aggiunse, in tono dolce, quasi morbido, ma perentorio.

A queste parole tentai una reazione

“Comunque io le carote non ci penso proprio a mangiarle”, esclamai con fare da ragazzino disubbidiente. E come tale Federica mi trattò: “Ho capito, adesso te le do’. Alzati da tavola e siediti su quella poltrona. Avanti!”, mi ordinò seccamente.

Ormai ero dentro la parte, ed era troppo tardi per tentare di uscirne, e quel che più mi stupiva, mi stavo nuovamente eccitando. Non feci in tempo a sedermi che Federica mi si mise di fronte e cominciò a darmi un grandissimo numero di schiaffi, senza parlare… PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! …Sembrava non finire mai! Bruciava un po’, ma non era doloroso, anzi mi dava un senso di nutrimento e di protezione, contrariamente a quello che avrei potuto immaginare prima. Quando ebbe finito, mi indicò con l’indice il tavolo.

“Adesso fila, e vedi di finire quelle carote entro cinque minuti se no ricomincio da capo, mi sono spiegata?”

Ubbidii, nel senso che mi rimisi a tavola, ma di mangiare le carote non ci pensavo nemmeno. Erano peggio le carote degli schiaffi, pensai. Ma avevo fatto un calcolo sbagliato, perché, non appena Federica mi vide seduto con le mie guance rosse e le braccia conserte davanti al piatto, in un vago atteggiamento di sfida, subito ripartì: “Forse non mi sono spiegata bene, tesoro. Se non le mangi immediatamente vado a prendere la cinghia, e ne prenderai tante da piangere stavolta, è chiaro?”

Mi guardò severamente, aspettò soltanto tre secondi, quindi si alzò e la vidi sparire in corridoio, diretta probabilmente in camera. Sentivo il rumore rapido dei suoi tacchi, e il rumore di un armadio che si apriva e che si chiudeva, poi ancora i tacchi, e infine la vidi rientrare in cucina con una cinghia di cuoio nella mano destra. Rabbrividii. Stavolta l’ho combinata grossa – pensavo – la cinghia deve fare veramente male, e credo proprio che Federica sia intenzionata ad usarla.

Mi ordinò ti tirarmi giù i pantaloni e di piegarmi a novanta gradi sul bordo del tavolo. Mentre ubbidivo la vidi ripiegare la cinghia in due, e un secondo dopo sentii il primo colpo sulla natica destra. E dopo quello un altro, e poi un altro ancora… WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! Dopo una decina di colpi (che valevano quanto cinquanta sculaccioni con la mano nuda) ero già malmesso, e andai a piagnucolare da lei, abbracciandole in ginocchio le gambe come già avevo fatto nel pomeriggio.

“Tesoro” – disse accarezzandomi la testa – “preparati che adesso arriva la seconda dose.”

E mi obbligò a rimettermi nella posizione di prima, e mi diede altri dieci colpi secchi, e intanto parlava…

“Hai proprio bisogno della cinghia dei pantaloni per imparare, e prenderai le botte tutte le volte che sarà necessario.”

Finita la seconda dose mi venne da piangere, ma mi trattenni in parte, e istintivamente cominciai a tirarmi su i pantaloni per proteggermi, ma la mano decisa di Federica mi fermò.

“No no no no no, bimbo bello, la punizione non è ancora finita, adesso avrai una terza dose!”

E ricominciò: WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK! WHACK!

Verso la fine di questa terza, terribile serie abbandonai le mie resistenze e presi a singhiozzare: “SOB SOB SOB SOB, SNIFF SNIFF”.

Allora Federica, con molta dolcezza, mi aiutò a rinfilarmi i pantaloni e per mano mi ricondusse al mio posto, a tavola. Appoggiare il sedere sulla sedia fu come sedere sui carboni ardenti: ingollai l’intero piatto di carote in un minuto, non sentendo nulla né del sapore né d’altro. Quando ebbi finito Federica ritirò il mio piatto, dicendomi: “Naturalmente per punizione salterai il gelato. Puoi andare, adesso, io laverò i piatti, poi dovremo fare un discorsetto, amore mio. Ci vediamo tra un quarto d’ora“. Non replicai, fiondandomi in bagno mentre già mi denudavo il didietro, che sembrava il Vesuvio in eruzione, e riempii il bidè di acqua fredda.

 

“… e prima di andare a letto faremo i conti!”

Quando uscii dal bagno Federica era seduta sulla poltrona del tinello, sigaretta in bocca, gambe accavallate e ancora le scarpe col tacco a spillo che aveva indossato in casa tutto il giorno. Mi fece cenno con la mano.

“Vieni qui, amore”, disse mentre allontanava la sigaretta dalle labbra e soffiava via il fumo, che in parte mi raggiunse mentre mi avvicinavo.

“Devo dirti un paio di cosette” aggiunse in tono severo. Io mi avvicinai con un po’ di cautela perché ormai la temevo, e poi mi misi in ginocchio di fronte a lei, a mezzo metro dalle sue gambe.

“Ti sei comportato molto male oggi, lo sai?”

“Ma io…”

“Zitto e non interrompere, sei anche maleducato. Dicevo che ne hai combinate veramente tante, dal quaderno dei compiti in bianco al rifiuto di mangiare le carote, perciò…”

Cercai nuovamente di interromperla, ma lei mi zittì con ancora maggiore fermezza.

“Vuoi stare zitto o devo darti una sberla?”

Ammutolii, e lei, allora, riprese: “Faremo i conti prima di andare a letto. E questa volta userò il battipanni, sei avvertito.”

Non ribadii nulla, ma l’idea del battipanni mi suscitò un brivido ed una nuova erezione.

“Per punizione niente televisione stasera; starai in camera tutto il tempo in attesa che io arrivi. E ora fila di là!”

Aggiunse indicandomi la camera da letto: “E non azzardarti ad uscire se non vuoi che ti scaldi il sedere prima del tempo.”

Ciò detto se ne andò in bagno e non ne uscì per quasi un’ora. Nel frattempo io mi ero sdraiato sul letto a leggere fumetti, ma non riuscivo a concentrarmi neanche su una lettura così disimpegnata: spesso infatti pensavo al battipanni con eccitazione mista a timore, e dovevo alzarmi e camminare per sfogare il nervosismo…a volte mi toccavo, poi tornavo sul fumetto e cercavo di calmarmi.

Verso le nove e mezza Federica uscì dal bagno, andò a sedersi sul divano e accese la televisione. Si era cambiata, e ora indossava una camicetta azzurra piuttosto scollata e una gonnetta nera che le arrivava poco sopra il ginocchio. Portava sempre le calze scure e ai piedi aveva ora un bellissimo paio di zoccoli blu che attirarono subito la mia attenzione.

Poiché la camera da letto comunicava col salotto e la porta era soltanto socchiusa, vedevo benissimo tutto quello che faceva e mi divertii ad osservarla. Si accese un’altra sigaretta mentre abbassava un po’ il volume della tele e lasciò scivolare leggermente fuori i piedi dagli zoccoli. La guardavo con ammirazione mista ad un certo timore, ma le mie manovre di osservatore indisturbato non durarono a lungo, perché Federica si accorse del mio sguardo e di colpo appoggiò la sigaretta, si alzò, fece rumore sul pavimento con gli zoccoli e spalancò la porta semichiusa guardandomi negli occhi: “Hai poco da guardare, sai? Cosa stai facendo? Fumetti, naturalmente, invece dei libri di inglese che dovresti studiare. Adesso vengo lì e te le suono! ”

E fece con la mano destra il tipico gesto materno che minaccia botte. Rimasi un attimo incerto se lo avesse fatto davvero oppure no, ma Federica tornò a sedersi dopo aver fatto nuovamente risuonare gli zoccoli, riprese la sigaretta e riaccavallò le gambe, mostrando interesse per il programma che stavano dando alla televisione. Mi sembrò che il suo lasciare la porta aperta (avrebbe potuto chiuderla per segregarmi, ulteriormente) fosse una provocazione deliberata da parte sua, affinché potessi guardarla e ammirarla tenendo a mente ciò che mi attendeva tra un paio d’ore al massimo, e al contempo essere da lei controllato. Ad un certo punto decisi, lucidamente, di giocare un po’, sul filo del rasoio, ed accesi, anche se a basso volume, lo stereo in camera, ben sapendo che avrebbe interferito con l’audio della tele e provocato certamente disturbo nell’ascolto. Stranamente per alcuni minuti non se ne accorse, finché la musica raggiunse un picco un po’ più alto, e a quel punto la frittata fu fatta. Federica stavolta non si alzò, ma da dov’era seduta mi lanciò uno sguardo di fuoco: “Allora, vuoi spegnere lo stereo o devo venire io a fartelo spegnere?”

Rimasi immobile, e lei riprese: “Guai a te se non lo spegni immediatamente!”

“Va be’, adesso lo spengo”, risposi un po’ distrattamente.

Va be’ adesso lo spengo?” mi fece il verso lei.

“Non rispondermi mai più in modo così impertinente!! Guarda che mi alzo e vado subito a prendere il battipanni!”

Mi mossi molto lentamente verso lo stereo, perché avevo capito che non mi avrebbe punito prima del tempo prestabilito, e si limitava semplicemente a minacciarmi. Ma rischiai grosso, perché lei si accorse che me ne stavo approfittando, e si alzò di scatto facendo la mossa di andare verso lo stanzino delle scope. A quel punto io accelerai e pigiai rapidamente l’interruttore spegnendo lo stereo, esclamando: “Spento, spento, ok, va bene!”

Federica si risedette, e mi minacciò col dito alzato: “Non rifarlo un’altra volta, perché le prendi!”

Per una mezz’ora me ne stetti tranquillo sul letto a leggere, ma poi mi venne sete e, non osando chiedere a Federica di portarmi un bicchier d’acqua, feci di peggio: contravvenendo ai suoi ordini, uscii dalla stanza per andare in cucina. Feci soltanto alcuni metri…

“Dove stai andando?” Urlò, alzandosi in piedi e spegnendo la televisione col telecomando. “Cosa ti avevo detto? Che non dovevi muoverti da lì! Ora prendo il battipanni sul serio! ”, e si diresse nello sgabuzzino, mentre io me la filai rapidamente in camera, andandomi a nascondere dietro un armadio come un ragazzino colpevole. Spiavo il suo ritorno sporgendomi cautamente dallo spigolo, e la vidi sulla soglia della camera col battipanni in mano.

“Gulp, l’ha preso veramente, ora sono nei guai per davvero”, pensai.

“Vieni fuori da lì immediatamente, so benissimo dove sei! Alla svelta, altrimenti vengo io e sarà peggio!” Uscii dal mio rifugio, decidendo di provare ad impietosirla, anche se precedentemente questa tattica non era servita a niente. Mi inginocchiai davanti a lei chiedendole di perdonarmi. Vedevo dal basso la sua gonna nera, la sua camicetta azzurra e il grande battipanni di vimini che teneva saldamente nella mano destra.

“Ricordati cosa ti aspetta prima di andare a letto: risparmia le lacrimucce per dopo, amore, che ne avrai da piangere!”

Detto ciò, se ne andò chiudendo dietro di sé la porta della camera e sparì. Da subito non capii le sue intenzioni, ma dopo alcuni minuti mi resi conto che si era riseduta sul divano e aveva acceso di nuovo la televisione.

Passò un’altra mezz’ora senza storia; dopodiché  Federica aprì la porta della camera e, senza entrare, mi disse: “Comincia a metterti il pigiama, tesoro, che intanto io vado a prendere il battipanni.”

E sparì di nuovo, mentre io ebbi l’ennesimo brivido della giornata. Cominciai a svestirmi e poi indossai con agitazione il mio pigiama, paventando l’arrivo di Federica entro pochi secondi. Il mio cuore batteva più forte e, ancora una volta, ebbi un’erezione, che sarebbe stata evidentissima dal momento che ora indossavo il pigiama. Ma i minuti trascorsero senza che Federica arrivasse. Me ne stavo seduto sul bordo del letto, come un condannato in attesa del giudizio, anzi della pena, e nel frattempo sentivo che Federica continuava a guardare la televisione, prolungando premeditatamente, sadicamente l’attesa. Quando fu passato un altro quarto d’ora mi prese sonno e mi infilai nel letto. Mi stavo per assopire, quando mi ridestai di colpo: la televisione era stata spenta, e la porta della camera leggermente riaperta. Sentii il rumore degli zoccoli che si allontanava; poi aprire, più lontano, un’altra porta; accendere una luce. Poi la luce fu spenta, la porta richiusa e il rumore degli zoccoli si riavvicinò: sussultai e rabbrividii. Cinque secondi dopo Federica entrò in camera col battipanni in mano, accese la luce dell’abajour, spense la luce centrale e si sedette in fondo al letto, sul bordo. Accavallò le gambe, posò il battipanni e mi guardò dritto negli occhi:

“Amore, vieni fuori dal letto che adesso facciamo i conti.”

Pronunciò questa frase con grande dolcezza ma con estrema severità, esattamente come aveva fatto nel pomeriggio la prima volta che mi aveva picchiato. Anche questa volta ubbidii come un agnellino, e uscito dalle coperte mi consegnai a Federica, distendendomi completamente sul letto e appoggiando la testa sul grembo di lei. La mia faccia era a contatto con il cotone della sua gonna nera, e sentivo le sue mani accarezzarmi i capelli.

“Allora, è vero che sei stato un cattivo bambino tutto il giorno? Lo sai che ti devo punire quando ti comporti così? Lo sai che i bimbi impertinenti prendono le sculacciate? ”

Tacque per qualche istante, e intanto riprese in mano il battipanni che aveva appoggiato sul letto.

Con un filo di voce la implorai: “No, ti prego, sarò bravo, mi comporterò bene!”.

Ma Federica alzò il battipanni: “Ne sono certa, dopo che ti avrò scaldato per bene il culetto… preparati, perché adesso te le suono di santa ragione…”

PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM!

Dicevo “ahi” a quasi tutti i colpi, e verso la fine della serie cominciai già a singhiozzare, poiché non ero alla prima sculacciata della giornata, e l’effetto refrigerante del bidè se n’era ormai bell’e che andato.

Federica posò il battipanni e riprese ad accarezzarmi la testa.

“Te l’avevo detto, amore mio, che cosa ti sarebbe successo… e adesso ti prendi il resto.”

Riprese il battipanni, lo alzò e lo calò con decisione, più e più volte, sul mio fiammeggiante didietro (che fortunatamente non era stato denudato, ma il pigiama era così sottile che la protezione non era poi gran che).

PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM! PAM!

Ora piangevo sommessamente ma continuamente, in un singhiozzo quasi ininterrotto.

Federica continuò a battermi senza interruzione, ma la frequenza dei colpi diminuiva sempre di più, finché lasciò il battipanni e prese a sculacciarmi piano con la mano destra, dopo avermi spostato leggermente per adattarsi alla nuova posizione, proprio quella che raccontavo all’inizio di questa storia. Federica smise di sculacciarmi ed incominciò ad accarezzarmi dolcemente il sedere, dicendo: “Ora tutto è finito, amore mio, ti perdono.”

Mi sollevò il viso perché la potessi guardare: aveva un grandissimo sorriso sulle labbra. Anch’io le sorrisi, lei mi attirò a sé appoggiandomi la testa sul suo seno e mi coccolò per un po’; poi, io sollevai la testa, la guardai negli occhi un istante e quindi le baciai la bocca. Eravamo felici, io e il mio infuocato culetto, e quella notte l’amore con Federica fu superbo.


Le avventure domestiche di Pablo & Federica continuano nel prossimo episodio, che avrà per titolo “Il tè di Federica”

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